Eduardo De Crescenzo è uno dei fenomeni più interessanti della storia della canzone italiana. Cantò una canzone, grandissima, in un Festival di Sanremo importante. Nessuno sapeva che sarebbe arrivato. Pochi sanno dove sia finito. (Ascolta la playlist https://open.spotify.com/playlist/5aEaiYUcdhxBNC87PWKBFH?si=be69ea8156974171)
Qui a Boomerissimo ci divertiamo talvolta a parlare di meteore, fenomeni che dovevano cambiare il mondo della canzone, e di cui si sono perse le tracce prima che si accingessero all’opera.

Liquefatti, vaporizzati, scomparsi come le lacrime nella pioggia. E senza lasciare dietro di loro nemmeno l’ombra di un mito. Niente.
Amiamo raccontarli, e lo facciamo divertendoci, con un po’ di cattiveria, perché dietro certi fenomeni c’è sempre il retrogusto del raggiro, del pallone gonfiato ad aria calda, che a causa delle avversità del meteo, non è mai riuscito a staccarsi da terra, ma senza restituire alla folla accorsa in massa, richiamata da sirene e fanfare, nemmeno il prezzo del biglietto.
Fenomeni di apparenza, e talvolta nemmeno quella, senza sostanza artistica, senza un senso, buoni per una serate. E da rimpiazzare rapidamente con qualche nuovo fenomeno, conosciuto in tutto il mondo, o almeno così dice. Ma non qui, e rapidamente se ne capisce il perché.
La rinascita di Sanremo e il Paul McCartney italiano
Non esiste probabilmente nessuno, che abbia assistito alla stramba edizione del Festival di Sanremo del 1981, che non ricordi quel cantante napoletano dagli occhiali con la montatura nera e spessa, che sembravano messi lì per proteggere un artista evidentemente delicato, se non fragile, dalla baraonda di un Festival in cui capitò un po’ di tutto, sotto la guida non particolarmente ricca di aplomp di Claudio Cecchetto.

Sì, lui, l’autore del Gioca Jouer che grazie a quel ritornello infernale, sosteneva di avere scoperto come ci si sentisse a essere Beatles (evviva la modestia e la prudenza auto-critica). Senza voler troppo infierire, il tempo ha reso evidente che Cecchetto non era Paul McCartney, ma ha anche rivelato alcune doti del petulante deejay col caschetto. Indubbia, quella di talent scout. Meno riconosciuta, ma non meno importante, quella di avere risollevato una manifestazione che gli anni ‘70 avevano quasi irrimediabilmente ucciso.
Cecchetto governò il Festival per tre anni, trasformandolo. Molti considerano l’edizione 1981, ricca di eventi curiosi che abbiamo raccontato, come quella del definitivo rilancio. L’edizione in cui Sanremo, pompato e in qualche modo dopato dal deejay milanese, riprese a volare negli ascolti e nelle classifiche.
Ma Eduardo De Crescenzo era fatto di un’altra pasta
Il Festival finì per vincerlo Alice, con l’energia propria e quella di una canzone di Franco Battiato, volutamente incomprensibile come molte, ma dal taglio immediato, capace di magnetizzare anche un pubblico più allargato del solito.
Era una canzone energica e memorabile. Eppure il brano che spiccò e che arrivò al cuore di tutti (certamente al nostro), pur senza scalare la classifica, era un altro. Era un brano ricco di poesia, musicale e verbale. Parlava di emozioni, delusioni, traumi, che come quindicenni che si affacciavano alla vita adulta, non eravamo assolutamente in grado di comprendere. Ma lo faceva con una intensità che ci faceva vedere con dell’ immaginazione, quello che eravamo ancora lontanissimi dal vivere in modo reale.
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“Ancora”, di Eduardo De Crescenzo ci faceva gridare al capolavoro allora, e lo fa ancora. E ancora. L’interpretazione era struggente, intima, antitetica al mondo di paillettes che Cecchetto stava creando e che sarebbe diventato un patrimonio stabile, da lì in poi, del Festival.
De Crescenzo non era un cantante pompato dagli uffici stampa. Di lui nessuno sapeva nulla prima del Festival. Era talmente riservato e timido che anche a Napoli, la sua città, una città che in genere non è nota per il low profile e la riservatezza, pochi sapevano che quel ragazzo poco più debuttante stava per apparire a Sanremo, con un pezzo che avrebbe fatto epoca.
Incredibilmente, non lo sapevano nemmeno i suoi genitori. Con una modestia e una scaramanzia forse un po’ eccessive, il giovane Eduardo aveva trascurato di informarli sulla destinazione di quel viaggio dei primi di febbraio.
Accesero la televisione e ce lo trovarono dentro, rimanendo colpiti come tutti di quella canzone, che dalle orecchie non sarebbe uscita mai più.
Un po’ come il Joca Jouier, ma di tutt’altra pasta. Quel successo, Eduardo De Crescenzo non l’ha mai ripetuto. Capita di vederlo tornare sul palco, a cantare di nuovo Ancora. Gli anni sono passati per lui, come per tutti. Ma se l’apparenza fisica si stenta a riconoscere, a meno di essere fisionomisti abilissimi, la musica è sempre quella. Incredibilmente continua a colpire come la prima volta.
Ci ha provato, con due tre successi minori. Ma una canzone e un’ispirazione così non sono tornate mai più.
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E così De Crescenzo ha finito per cambiare sport. Ha preso la sua produzione musicale e ha deciso di renderla un classico, e auto interpretarla in jazz. In jazz, i classici della canzone sono stati costantemente riscritti, reinventati e resi alla fine immortali, da semplici canzonette che erano, nate per Broadway e per i musical.
“Ancora” non era fatta per essere una meteora. E quarant’anni dopo Eduardo De Crescenzo è ancora lì per dimostrarlo.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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