La storia di James Bond e George Lazenby è molto diversa da come la si racconta di solito. Il suo film non fu affatto un fallimento, eppure qualcuno sul set voleva ucciderlo.
George Lazenby non ha conquistato una fama immortale nel mondo del cinema. Eppure non era un attore molto peggiore di altre icone con una faccia sola. Se la sua carriera è stata molto più breve e poco intensa, la colpa non è della sua scarsezza come attore, ma del suo modo suicida di condurre gli affari.

Facciamo un passo indietro: nel 1969 Albert Broccoli e la produzioni di James Bond si trovarono davanti a uno di quei momenti che fanno correre i brividi per la schiena a qualunque uomo di cinema. Sean Connery, il James Bond che Ian Fleming non amava, aveva appena appeso il Martini (mescolato, non shakerato) al chiodo. Raccontano le cronache, o meglio raccontava mia zia, che del giovane Connery era stata follemente invaghita, che era ormai tempo che lo facesse. L’ultimo Connery, quello di “una cascata di diamanti” era effettivamente un po’ imbolsito, rispetto allo snello e mascolino protagonista di Licenza di Uccidere. Ci voleva un altro bello, ma bello da impazzire, dovettero pensare Broccoli and friends. E fu così che dopo notevoli peripezie, e in modo del tutto imprevisto e poco ortodosso, a tagliare il traguardo fu il più improbabile dei candidati: George Lazenby, appunto. Che non era britannico, ma australiano. Che non era un attore, ma un fotomodello. La catena di eventi che portarono a questa singolarissima scelta la racconteremo in un altro articolo, come abbiamo raccontato del particolarissimo orologio che Lazenby indosso durante la produzione, e che sarebbe risultato un’altra meteora come lui. Quello che ci interessa qui è che singolarissimo fu anche tutta la produzione del film, e non meno strambe sono le ragioni che l’hanno reso unico e irripetibile. L’unico caso di Bond che non si sia ripetuto.
Volevano uccidere George Lazenby
Lazenby aveva ottenuto la sua parte in modo avventuroso. Non aveva, diciamo così, il curriculum per arrivare ad un ruolo così importante, ma ci arrivò lo stesso. Queste cose in genere possono avere due effetti: o rendere umile e generoso chi è stato baciato dalla fortuna e dalla buona sorte, oppure esattamente il contrario, che poi è stato il caso di George Lazenby.

Sin dall’inizio delle riprese, il modello australiano si rivelò insopportabile per tutti. Impossibile di carattere, altezzoso, sprezzante anche per standard piuttosto elevati come quelli del cinema. I rapporti sul set con il regista Peter Hunt furono tesi fin dall’inizio. Si narra che Hunt, informato che Lazenby rischiava di farsi male durante una scena pericolosa, abbia dato una risposta terribilmente cinica, e che forse oggi in tempi di correttezza politica, e di attenzione alle sensibilità altrui di ogni tipo, forse non sarebbe pensabile.
“Nessuno lo ha ancora visto. Se lo uccidiamo, possiamo rifare tutto da capo”
–Peter Hunt su George Lazenby
La tensione sul set si tagliava col coltello, non era un segreto per nessuno. A causa di tutti questi problemi produttore Albert Broccoli definì in seguito l’ingaggio di Lazenby come “il più grande errore in 16 anni”. Non sapremo mai se si trattasse di complessi di superiorità o di inferiorità mal gestiti. Ad ogni modo il nuovo Bond era arrogante, incapace di gestire il successo e rese la vita infernale per tutti. Nonostante queste piccole difficoltà, il film fu un successo di pubblico e critica, dimostrando che Lazenby aveva il potenziale per diventare un degno successore di Sean Connery nel ruolo di 007, per la sfortuna di tutta la franchise di Bond, che si preparò ad una lunga, allucinante collaborazione. È importante notare che “Al Servizio di Sua Maestà” non fu affatto il disastro che oggi si ama immaginare. Nessuno vedeva nulla di sbagliato in Lazenby, e anzi col senno di poi si può dire che quell’ipervitaminico australiano era persino futuribile nella sua interpretazione, e anticipava alcuni tratti di Daniel Craig. A decidere di mollare Bond fu proprio lui: George Lazenby, in un momento di autoesaltazione particolarmente intenso. A forza di montarsi la testa, Lazenby era finito nella stratosfera. Era convinto di essere il divo del futuro mentre James Bond era ormai superato.
“James Bond era finito. Era il ruolo di Sean Connery. Erano gli anni ’60, era tempo di amore, non di guerra”
–George Lazenby
Lanciato nella visione di un futuro con lui al centro, e per cui la vecchia spia rappresentava ormai solo un peso, Lazenby rifiutò un contratto milionario per altri film di Bond. Il suo sogno? Sperava di emulare il successo di Clint Eastwood nei western all’italiana. I produttori, disperati all’idea di cambiare di nuovo Bond dopo un solo film, arrivarono ad offrirgli milioni di dollari, contratti stellari. E pare anche notevoli cifre in nero, esentesse, pur di strappargli un “si”. Ma Lazenby andò dritto per la sua strada, schiantandosi.
L’uomo che visse solo una volta
Non ci furono altri ruoli per Lazenby. Da un lato la sua fama di attore ingestibile aveva già fatto il giro del mondo, dall’altro Lazenby non era un attore. Non era un’icona dalla monoespressione come Clint Eastwood (o due, contando quella senza cappello), certamente non aveva l’intelligenza di un uomo che ha creato cinema grandissima anche dietro la macchina. Lazenby si trovò costretto a lavorare in oscuri film di Hong Kong e piccole produzioni australiane. Nel 1978 arrivò persino a pubblicare un annuncio su Variety offrendo i suoi servizi come attore, un gesto che dimostrava quanto fosse disperata la sua situazione economica e professionale.
Roger Moore, che interpretò Bond dopo di lui, ha avuto per Lazenby parole di grande empatia: “George ha ricevuto cattivi consigli. Lo conoscevo allora e l’ho incontrato molte volte ancora. Sa di aver commesso un errore”. Lazenby aveva trovato il biglietto della lotteria in modo fortunoso, lo gettò al vento in preda al deliro di onnipotenza. Diana Rigg che era la coprotagonista di “Al servizio di Sua Maestà” oltre che la fantastica di Emma Peel di Agente speciale è stata più tranchant, forse perché con Lazenby le tocco lavorare: “George è stato l’’artefice della propria rovina”. Lazenby finì per dedicarsi alla sua famiglia, e ad investire i non pochi soldi che aveva guadagnato con il suo monofilm in affari immobiliari. Tutto sommato non gli è andata male. Anche se gli è rimasto un rimpianto.
“C’è una parte di me che pensa che avrei dovuto fare due film di Bond per dimostrare che non mi avevano licenziato”
–George Lazenby
Ma il secondo film non è mai arrivato e tutti hanno sempre pensato che quell’unica apparizione sia stata un disastro, che la franchise di Bond aveva deciso di non ripetere.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con una piccola donazione a questo link
Per quanto la fantasia di Bond sia vivace e spettacolare, nel caso di George Lazenby la realtà lo è stata ancora di più.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


Rispondi