Goldeneye era il legame indissolubile tra Ian Fleming, il creatore di James Bond. Un angolo di paradiso giamaicano che ha lasciato su entrambi tracce profonde. Ti raccontiamo com’era allora, cosa succedeva e com’è diventata oggi.
La spia più famosa di tutti i tempi, James Bond ha una biografia molto scarna e misteriosa. Per stare alla figura strettamente letteraria, James Bond era un orfano di origini scozzesi, i cui genitori erano defunti durante una scalata nelle Alpi svizzere.

Con un po’ di malignità si può immaginare che a questa fine così disgraziata e prematura non sia estraneo il rapporto difficile che il vero padre di James Bond, Ian Fleming, aveva avuto con la sua vera famiglia. Una famiglia di quelle pesanti ed esigenti. Suo padre, un eroe della Prima Guerra Mondiale e membro del Parlamento inglese aveva per il suo rampollo le massime aspettative. A liberare Fleming junior dal peso di attese che non riusciva a soddisfare, sarebbe arrivata un’altra guerra, la Seconda Guerra Mondiale. È abbastanza dubbio che le imprese di Ian Fleming come ufficiale dello spionaggio della marina abbiano lasciato un segno indelebile sul corso del conflitto. È invece sicuro che abbiano lasciato il segno su qualcosa di non meno importante per tutti i fan di “My name is Bond, James Bond”. Sullo sfondo di quel mondo e di quelle avventure, forse più immaginate che reali, sarebbe nato il personaggio dell’agente 007.
Tutto il mondo di James Bond in un solo uomo
Il mondo di spie, di intrighi e di pericoli che Fleming ha quantomeno conosciuto è lo sfondo delle avventure di James Bond. Ma i suoi gusti, certi suoi tic, la precisione nel soddisfare i propri capricci (abbiamo parlato in questo articolo dei gusti molto esatti di Fleming in fatto di tabacco), l’interesse per gli ordigni tecnologici, le macchine veloci, il brivido del gioco, l’amore per le località interessanti ed esotiche, sono tutta farina del sacco di Fleming.
Che, forse, non sarà stata una grande spia ma in fatto di Martini, palme, motoscafi e belle donne sapeva dire la sua. In questo, James Bond era veramente Ian Fleming. Il principale tratto autobiografico è proprio questo: lo stile, i gusti, la personalità di un uomo che per sé sapeva scegliere il meglio, e non sempre in quantità modeste.
Goldeneye, la casa di sogno di James Bond e Ian Fleming
Goldeneye non è solo uno dei capitoli più celebri e meglio riusciti della saga di Bond. Un nome grandioso, che evoca avventura e mistero. Era per Fleming qualcosa di molto più importante: il suo buen retiro. Uno di quei posti segreti dell’anima di cui un uomo che immagina ha bisogno per ricrearsi e ritrovare la sua energia creativa.
Goldeneye era lontana dal caos e dalle pressioni familiari, e non solo, di Londra. Era inizialmente poco più di una baracca, sulla costa nord della Giamaica, al centro della baia di Oracabessa. Fleming doveva averla adocchiata durante la Seconda Guerra Mondiale. Tra tutti i segreti che il giovane ufficiale di intelligence poteva avere scoperto, questo angolo di paradiso esotico, in mezzo alla natura lussureggiante, ma in fin dei conti ben connesso alla madrepatria britannica, è stato senz’altro quello più importante, almeno per lui. Finita la Guerra, nel 1946, Fleming lo acquistò immediatamente. In tempi di computer e di connessioni veloci, molti di noi sognano ancora il mitico trasferimento sulla spiaggia dei Caraibi, da dove potremo lavorare con i piedi nell’acqua e il sedere sulla sdraia. Fleming era una mente creativa e un precursore, acquistata la sua casa, negoziò un contratto innovativo con il Sunday Times, per il quale avrebbe dovuto scrivere articoli che oggi potremmo definire di Lifestyle. Per tre mesi all’anno, il suo ufficio sarebbe stato in Giamaica: avrebbe inviato le sue corrispondenze dalla villa che stava ristrutturando. Insomma, Ian Fleming non è stato solo l’inventore di James Bond, ma anche del lavoro a distanza.
Perché Goldeneye
Il nome immaginifico che Fleming aveva dato alla sua villa ha origini non del tutto chiare. Alcuni lo attribuiscono a un romanzo di Carson McCuller, stampato nel 1941: “Reflections in a Golden Eye”. Assai più probabile è che Fleming abbia “rubato” il nome a un ambizioso piano da lui stesso sviluppato per l’intelligence di marina durante la guerra: “Operation Goldeneye”. Si trattava in sostanza di tenere sotto controllo la Spagna, allora franchista ma ancora neutrale, e di reagire in caso fosse entrata in guerra a fianco di Italia e Germania, per non perdere la strategica roccaforte di Gibilterra. Era in sostanza una specie di Gladio spagnola, ma Franco era troppo furbo per sostenere la guerra di Hitler e Mussolini con qualcosa di più di pomposi slogan nella sua lingua tonitruante. L’Operazione Goldeneye restò nel cassetto, e diventò la casa del cuore del suo autore. Qui sarebbero nati tutti e 14 i romanzi di James Bond.
Anatomia di una residenza da sogno
Oggi GoldenEye esiste ancora, è diventata un resort di lusso. È sia una buona che una cattiva notizia, perché gli appassionati del genere possono ancora visitare la villa di Fleming, in un angolo di questo iperservito villaggio dotato di tutti i confort possibili e immaginabili. E questa è la buona notizia.
La cattiva è che, travolto dal cemento, dalle nuove costruzioni e piscine, certamente confortevoli ma abbastanza simili a tutto quello che si trova da qualunque parte nel mondo, dalle Maldive al Mar Rosso, questo luogo silenzioso, magico, pacifico e incantato, dove nascevano storie, nel fumo e nel chiacchiericcio di serate mondane per pochi ben scelti intimi, ha perso quasi tutta la sua magia. Si può ancora vedere, con un piccolo sforzo di immaginazione, socchiudendo gli occhi, e chiudendo le orecchie al sottofondo degli animatori. Com’era dunque Goldeneye nel 1946, quando Ian Fleming la terminò, facendo realizzare disegni e progetti da lui stesso concepiti? Si trattava di una casa di tre piani, che si ergeva (e si erge) sul bordo di una scogliera. Il suo design non aveva nulla delle fantasie techno da James Bond: era semplice, lineare, funzionale. Aveva persiane, come si usa nel Mediterraneo, in legno. Era fresca, ventilata, ombrosa, silenziosa e assicurava all’inglesissimo proprietario tutta la privacy a cui riteneva di avere diritto. La brezza marina che filtrava dalle persiane rendeva inutile il peso e il ronzio dei condizionatori. Un accessorio che personalmente odio, preferendogli di gran lunga le finestre aperte e semmai il pigro ruotare di una pala di ventilatore. Senza saperlo, ho attrezzato la mia casa più o meno come Ian Fleming. Con la piccola, ma non irrilevante, differenza che se apro le mie di persiane invece della brezza di Oracabessa Bay entrano le clacsonate di un viale milanese e le scampanellate del tram. Non si può avere tutto. Ma torniamo alla Goldeneye di Fleming, che prevedeva anche una piccola piscina, dove lo scrittore poteva fare una nuotata, senza bisogno di raggiungere l’oceano. E certamente bersi un Martini, che sulla spiaggia vera è più difficile da miscelare e trasportare. C’era tutto quello che un amante del comfort di un certo gusto poteva desiderare, senza nessuna ostentazione né sfoggio gratuito di opulenza.
Le serate a Goldeneye
Benché avesse scelto e disegnato la sua residenza giamaicana per stare lontano dalla confusione e dal maltempo di Londra, Fleming non disdegnava di portare un poco del suo mondo, là sotto le palme, al bordo dell’oceano. Un piccolo mondo scelto da lui: personalità di Hollywood, grandi scrittori erano spesso in visita a Goldeneye. E talvolta anche personalità politiche: non capita tutti i giorni di avere un capo di governo a cena. Ma Goldeneye era un luogo eccezionale, che tra i suoi ospiti ebbe anche il Primo Ministro inglese, Sir Anthony Eden. Le giornate nel paradiso di Fleming scorrevano tranquille. Nei suoi tre mesi di licenza giamaicana, Fleming si concedeva una nuotata mattutina nell’oceano, poi scriveva tutto il giorno, interrompendosi solo per ricevere gli ospiti delle sue serate e intrattenerli. Così, attraverso questa semplice e routine sono nate tutte le storie che hanno dato vita all’alter ego di Fleming, un quasi-gemello con cui si intendeva benissimo. Dentro la personalità di James Bond c’è anche questa casa, che ha fatto da sfondo ad alcune delle storie più amate della spia anglo-scozzese.
Dalla realtà al cinema
L’influsso di Goldeneye e della Giamaica su tutta la saga di James Bond è palpabile, ed è passata dai romanzi fino ai film. La villa vera e propria e i suoi tropicali dintorni sono l’ambiente di diversi film, da “Licenza di uccidere” a “Vivi e lascia morire”.
Ma non solo: i paesaggi lussureggianti della Giamaica, un certo modo di vivere (e talvolta morire) sono partiti da Goldeneye ma hanno permeato profondamente tutto un ciclo di storie ancora vivissime. Sono entrate, come dicono i professori “nell’immaginario collettivo”. O più semplicemente nei nostri sogni.
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Quel mondo incantato che Ian Fleming aveva scoperto, immaginato, costruito, e poi vissuto per tre preziosissimi mesi all’anno, è diventato un po’ anche il nostro. Possiamo rivederlo in ogni film di James Bond, e specialmente nei più classici. Se vi dovesse venire la tentazione di visitarlo, fatelo con cautela, socchiudendo gli occhi e aprendo la mente. Solo così, forse, sentirete ancora ticchettare la macchina da scrivere di Fleming.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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