James Bond personaggio della letteratura per l’infanzia, un rischio che è stato reale
L’ansia cresce e del nuovo James Bond ancora nessuna notizia certa. Non saprei dire se sia un bene o un male. Ci deve essere un bel dibattito intorno al nuovo volto.

Le elucubrazioni in merito si sprecano. Il nuovo Bond sarà black, donna, LGBTQ+, Maori, un cane femmina, disabile, appartenente a specie in via di estinzione, vegan, fumerà svapo, pacifista convinto o tutto insieme. Spingendo al massimo la volontà di accontentare tutti, ci si infila in un cul de sac. Alla fine l’idea primigenia ritorna, perché, in fin dei conti è la migliore. E poi, se proprio la saga dell’agente doppio zero dovesse disturbare, basta non guardarlo. People have the power.
Ian Fleming e il suo personaggio
Il personaggio inventato da Fleming aveva certe caratteristiche, che sicuramente suonano anacronistiche in questo secolo. E’ ovvio che un po’ bisogna aggiornarlo, ma cambiargli i connotati non pare essere un’operazione vincente.

Chi ha frequentato le gesta dell’agente al servizio di Sua Maestà, lo ha fatto per quello che è, fondamentalmente un caxxone, a cui va sempre tutto bene, anche grazie al suo fascino. Snaturare il personaggio, perché se ne sono acquisiti i diritti a suon di milioni, può alienare le simpatie del pubblico affezionato e non è detto ne porti altro.
Ad ogni modo, noi siamo seduti sulla riva del fiume e aspettiamo che passi qualcosa.
Se però volessimo essere filologici, Fleming aveva elencato con precisione l’aspetto e le caratteristiche di James Bond.
Nel dossier del KGB presente nel romanzo “From Russia, with Love”, Jimmy è così descritto:
- Altezza: 6 piedi (circa 1,83 m)
- Peso: 76 chilogrammi
- Corporatura: snella e atletica
- Capelli: neri con una riga a forma di virgola che cade sulla fronte
- Occhi: blu-grigi
- Cicatrici: una sulla guancia destra e una sulla spalla sinistra.
Fleming desiderava che i lettori immaginassero Bond come il cantante americano Hoagy Carmichael. Pensava che la sua espressione facciale glaciale (o fissa?) fosse il modello perfetto per la sua spia. Almeno per questo aspetto, potremmo dire, che Daniel Craig era la sua incarnazione perfetta. Il suo autore lo aveva pensato come un personaggio “noioso” con un nome altrettanto anonimo. Suo malgrado, invece l’agente segreto si rivelò essere complesso e contraddittorio. Come qualcuno ha avuto modo di osservare era ad un tempo “affascinante e freddo, leale e distaccato”.
Fleming diede in dote a Bond i suoi stessi vizi: il fumo, 007 fuma in media 60 sigarette al giorno (Fleming ne fumava fino a 80); buon bevitore con preferenza per i martini; abile giocatore di carte e amante dei casinò; appassionato di auto di pregio (Bentley nei primi romanzi) e il golf. 007 mostrava fin dal primo romanzo una complessa relazione con la violenza e la moralità. In “Goldfinger”, Fleming scrisse:
“Faceva parte della sua professione uccidere persone. Non gli era mai piaciuto farlo e quando doveva uccidere lo faceva nel miglior modo possibile e se ne dimenticava. Come agente segreto che deteneva il raro prefisso doppio-zero—la licenza di uccidere nel Servizio Segreto—era suo dovere essere freddo riguardo alla morte come un chirurgo.”
Fleming, per “comporre” il suo personaggio usò aspetti degli agenti segreti e uomini d’azione che aveva conosciuto durante la Seconda Guerra Mondiale.
E facciamo anche nomi e cognomi: Patrick Dalzel-Job, membro del 30° Assault Unit, unità speciale creata da Fleming; Conrad O’Brien-ffrench, spia britannica ed esperto sciatore incontrato in Austria; Dusko Popov, agente doppio yugoslavo; Sidney Reilly, leggendario “Asso delle Spie” dell’inizio XX secolo e suo fratello Peter Fleming, coinvolto in operazioni segrete in Norvegia e Grecia. E proprio durante la guerra incontrò qualcuno che più tardi salverà la pelle cinematografica del suo personaggio: Roald Dahl, celeberrimo autore di letteratura per bambini.
Come Roald Dahl diventò il salvatore di James Bond
Roald Dahl e Ian Fleming si erano conosciuti molto prima che Bond diventasse un’icona del cinema. L’incontro era avvenuto a Washington nel 1942, quando entrambi facevano parte di una squadra di spie britanniche d’élite guidata da Sir William “Intrepid” Stevenson.

Dahl, ex pilota della RAF trasformato in assistente addetto aeronautico presso l’ambasciata britannica, usava il suo fascino e il suo aspetto imponente (era alto quasi due metri) per infiltrarsi negli ambienti dell’alta società americana. Fleming, da parte sua, lavorava nell’intelligence navale britannica. Loro compito era di influenzare l’opinione pubblica americana per convincere gli Stati Uniti ad entrare in guerra contro la Germania nazista.
Molti anni dopo, nel 1966, i produttori Harry Saltzman e Cubby Broccoli si trovarono in difficoltà con il quinto film di James Bond, You only live twice. Fleming era defunto e il primo sceneggiatore, Sydney Boehm, aveva consegnato una bozza dello script ritenuta insoddisfacente. Richard Maibaum, lo sceneggiatore abituale della serie, non era disponibile. Bisognava trovare una soluzione. Fu allora che pensarono a Roald Dahl, vecchio amico di Fleming, nonostante avesse una sola esperienza cinematografica alle spalle.
C’era solo un piccolo inconveniente, Dahl non era un conoscitore dei film della saga. Aveva visto solo un film (“quello con l’auto pazza”, riferendosi a Goldfinger), tanto che i produttori dovettero inviargli a casa un proiettore con tutte le pellicole perché si facesse una cultura. Dahl non risparmiò critiche all’ex collega passato a miglior vita, anzi. I produttori, con l’acqua alla gola, gli diedero piena libertà creativa.
Il futuro autore di Matilde e de La fabbrica di cioccolato ebbe però istruzioni precise. Due elementi della saga erano intoccabili: il carattere di Bond e “the girl formula”. Come rivelò in un articolo apparso su Playboy (argh) nel 1967, gli venne spiegato:
“Usi tre ragazze diverse …. La prima ragazza è pro-Bond, resta fino al primo atto e poi viene uccisa dal nemico, preferibilmente tra le braccia di Bond. La seconda è anti-Bond, lavora per il nemico e Bond deve salvarsi conquistandola con il suo magnetismo sessuale. Anche lei viene uccisa. La terza sopravvive fino alla fine per l’abbraccio finale”.
Lo scrittore completò la prima bozza in sole otto settimane, ma non era particolarmente entusiasta del suo lavoro. Quello che non sapeva era che la sua sceneggiatura stabilì il modello per i futuri film di Bond, con elementi che sarebbero stati riutilizzati in La spia che mi amava, Moonraker e Il domani non muore mai.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con una piccola donazione a questo link
Oltre alla girl formula, Dahl stabilì altri elementi che divennero standard per la serie. Uno di questi era il concetto dell covo del villain che doveva essere sontuoso, magnificente, faraonico. La base segreta di SPECTRE all’interno di un vulcano dormiente, ad esempio, progettata da Ken Adam, costò quanto l’intero budget di “Dr. No” e stabilì il template per i futuri nascondigli degli antagonisti di 007. Codificò anche l’evoluzione degli eventi nel corso del film. Nella narrazione deve esserci: una escalation dell’azione, che evolve da minaccia personale a minaccia globale; la struttura suddivisa nei classici tre momenti introduzione/sviluppo/confronto finale; la presenza di un gadget signature (in You only live twice era “Little Nellie”, l’autogiro) e per concludere una battaglia finale su larga scala. Dopo quel film, però, lo scrittore decise di non ripetere l’esperienza.
Lui stesso definì la sceneggiatura da lui creata “la più grande cavolata a cui avessi mai messo mano” e il romanzo di Fleming “il peggior libro di Ian Fleming, senza alcuna trama”. Ma, per sua fortuna, non aveva visto No time to die.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


Rispondi