Guardavamo Pippi Calzelunghe perché era una ragazza fuori dagli schemi. Visionaria, magica, anticonformista. Era fatta per rompere gli schemi. Disturbava, ma non immaginavamo che un giorno l’avrebbero perfino censurata.
Pippi Calzelunghe nasce dalla fantasia inesauribile di Astrid Lindgren. Una donna, oltre che una scrittrice, che voleva cambiare il mondo divertendosi. La sua cultura affondava le radici nelle nuove teorie pedagogiche (nuove, almeno, per gli anni ‘30). Ma per affermarle aveva deciso che una risata era molto più efficace di mille barbose lezioni, e questo era probabilmente il suo aspetto più rivoluzionario.

Conoscerla è abbastanza facile perché il suo personaggio più famoso, Pippi Calzelunghe, è una specie di avatar (diremmo oggi) di se stessa. Una donna rosa dal desiderio di scoprire e dalla voglia di vivere l’avventura della vita, senza che nessuno potesse sentirsi in diritto di spiegarle come farlo. La Lindgren nasce nel 1907 in un piccolo villaggio della Svezia profonda. Da lì, da questo mondo tradizionale, nevoso e diciamolo pure, piuttosto noioso, è partita il viaggio fantastico che ha prodotto 75 libri, che hanno venduto 165 milioni di copie in tutto il mondo! Cifre da mass media, ma raggiunte con semplici pagine stampata. Una trasformazione fantastica, come è giusto che sia per l’autrice di Pippi, che di queste cose se ne intendeva.
Pippi, l’energia della fantasia.
Le parole migliori per celebrare Pippi le ha trovate il Daily Telegraph, un quotidiano tradizionalista e un po’ parruccone, totalmente agli antipodi di questa ragazzina inarrestabile dalle lunghe trecce. Ha scritto l’autorevole foglio: “Pippi Calzelunghe, l’incarnazione letteraria di Astrid Lindgren, non è una bambina, non è un semplice personaggio, “é un supereroe che farebbe a polpette Voldemort. E non solo. Siccome è così generosa e magnanima che dopo avere sconfitto il nemico più terribile di Harry Potter, gli darebbe dei dolcetti allo zenzero per consolarlo”.

Difficile trovare parole migliori, e soprattutto parole capaci di spiegare meglio come il personaggio creato da Astrid Lindgren sia riuscito a passare attraverso le generazioni. La serie TV di cui è protagonista è in realtà una miniserie: solo 13 episodi. Qualcuno se ne è mai accorto? Difficile, perché ogni volta che si rivedon, e non importa se è la millesima volta, hanno qualcosa di nuovo da dire. Il loro messaggio cangiante parla ad ogni generazione un linguaggio diverso. Ed è per questo che per molti hanno rappresentato una specie di educazione sentimentale, trasmessa dai genitori e passata ai figli. Pippi è una serie che si può guardare insieme, genitori e figli, ognuno traendone qualcosa.
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Dentro Pippi Calzelunghe c’è tutto: saggezza, follia, il desiderio di ordine familiare e la necessità di romperlo. C’è l’immensa importanza dell’amicizia, il rispetto per tutti gli uomini, poveri e ricchi, saggi e ignoranti. Pippi Calzelunghe educa all’amore per gli animali, all’attenzione per i ritmi della natura. Racconta il desiderio bruciante di scoprire, inventare, senza mai fermarsi a contemplare soddisfatti quello che abbiamo già raggiunto. Pippi Calzelunghe è un’energia pulita ed entusiasmante, più di un motore elettrico o di un pannello solare. La sua modernità è incredibile. Sarebbe potuta essere l’eroina ideale per un’epoca in cui occorre ripensare profondamente il rapporto con il progresso e la natura. E invece l’epoca dell’indignazione permanente ha finito per farne un bersaglio di censura.
Lo scontro con la censura
Nulla di nuovo, per carità. La cancel culture e l’ossessione per il politicamente corretto, la necessità quotidiana di combattere non solo i nemici reali ma anche quelli immaginare, il desiderio costante di segnare punti, attrarre l’attenzione, scandalizzarsi e scandalizzarsi, ha spesso la meglio sul buon senso, che porta a vedere in un’opera artistica anche una testimonianza del suo tempo e di un linguaggio che va considerato con attenzione storica. Non con il dito sul pulsante d’allarme.

È assurdo immaginare Astrid Lindgren come una scrittrice razzista. Ma il linguaggio dei suoi libri scritti nel 1945, è quello di un tempo in cui i nativi parlavano all’infinito, e venivano identificati con termini come che oggi sono considerati dispregiativi e rischiano di attrarre con la stessa rapidità e violenza l’attenzione di attivisti e algoritmi. Gente che con la fantasia, le metafore e le favole ha pochissima dimestichezza.
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Per leggere del razzismo in Pippi Calzelunghe occorre una dose di pregiudizio, una malignità e una incapacità di fantasticare che, quelle sì, andrebbero combattute. Sarebbe bello poter consegnare ai nostri figli un mondo più libero da questa miseria umana, e più ricco dei sogni folli di Pippi.
Ma è difficile che vada a finire così
Antonio Pintér


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