Arbore arrivò secondo, ma vinse il premio per la leggerezza intelligente
Nemo propheta acceptus est in patria sua, «nessun profeta è gradito in patria», è un noto motto riportato dai Vangeli (Luca 4, 24; cfr. anche Matteo 13, 57, Marco 6, 4, Giovanni 4, 44) ed attribuita a Gesù Cristo quando fu accolto freddamente nella sua Nazareth. Al di là delle implicazioni catto/cristiane, esiste un fondo di verità per cui difficilmente si verrà apprezzati a pieno nella terra che ti ha dato i natali. Sarà l’invidia, vai a sapere.

Esistono le dovute eccezioni, naturalmente. Se nelle grandi città la produzione di artisti è tale che i concittadini non possono certo star lì a fare salamelecchi a tutti, diversa è la reazione nei piccoli centri dove coloro che hanno assurto onori si contano sulle dita di una mano.
Fuggi da Foggia
Per noi che siamo nati a Foggia, la lista dei “Big” non è mai stata molto lunga. Quando vivevo ancora nel loco natìo oltre ad Umberto Giordano, esimio compositore che nome diede ad una piazza nel centro cittadino, i famosi popolari erano due: Renzo Arbore e Rosanna Fratello (che però non è di Foggiafoggia, ma di San Severo). Luxuria era di là da venire.

A parlare con i concittadini, tutti vantavano una conoscenza, frequentazione più o meno stretta con il fiore all’occhiello cittadino. Io no. Mai visto e/o conosciuto. Mia madre se lo ricordava bambino a passeggio con i suoi. Da notare che il più noto all’epoca della mia mamma era suo padre, dentista tra i più apprezzati in città (oltre che uno dei pochi negli anni Cinquanta). Ma Arbore Renzo, Foggia in realtà, l’ha frequentata poco. Dopo la scuola, ha fatto i bagagli ed è andato a Napoli a frequentare l’università. Di Gegè Telesforo, suo accolito nonché delfino, invece, ho notizie più dirette, mio “cuggino”, era suo compagno di scuola. L’aggettivo con cui accompagnava il suo nome non lo riferirò.
Arbore l’ho apprezzato in radio ed anche in televisione. C’è stato un momento in cui tutto quello che toccava diventava oro ed era anche straordinariamente divertente. La sua parabola di musicista mi ha sempre interessato meno. La svolta con l’Orchestra Italiana (tanto di cappello, eh) l’ho trovata una mossa un po’ furba.
Arbore a Sanremo
Nel 1986, quando calcò le tavole dell’Ariston, Renzo Arbore si stava riprendendo dal successo strepitoso ottenuto con Quelli della notte. La sua partecipazione nacque quasi per caso o forse per dispetto: quando Gianni Ravera, granitico patron di Sanremo, gli propose di condurre il Festival, Arbore rispose: “Piuttosto vengo a cantare”. Detto fatto.
Inizialmente, Arbore aveva pensato di presentare Grazie dei fiori bis, ma insieme a Claudio Mattone, co-autore del brano, optò per Il clarinetto. La canzone si inseriva nel filone della musica umoristica, un genere ormai misconosciuto, che aveva conosciuto tempi migliori grazie, ad esempio, a Renato Carosone.
L’intento non dichiarato di Arbore era proprio quello di rilanciare questo tipo di canzone, utilizzando il doppio senso come strumento artistico raffinato. Il brano fu accolto con una ovazione dal pubblico dell’Ariston e il giorno dopo non si parlava d’altro se non del clarinetto e della chitarrina che fanno filù filù filù filà.
La canzone fu votatissima al Totip dal pubblico a casa. Del resto Arbore aveva dalla sua una popolarità immensa. Si classificò al secondo posto, totalizzando 2.185.692 voti attraverso le schedine del Totip, pari all’11,1% delle preferenze.
C’è un piccolo inghippo però (e che Sanremo sarebbe senza). Secondo quanto raccontato dallo stesso protagonista, la canzone era inizialmente in testa alla classifica, ma poi, per ragioni mai chiarite, scivolò al secondo posto. Le ipotesi di questo sommovimento sono fantasiose. Tralasciando quella con risvolti legali, qualcuno ha avanzato l’idea che lo stesso Arbore abbia ceduto lo scettro al giovane Ramazzotti, in quanto: a) giovane, b) cantante di professione (non ho usato l’aggettivo “vero” con intenzione).
L’arte del doppio senso
Il clarinetto era evidentemente costruita su doppi sensi. Il testo utilizzava la metafora dello strumento musicale che “non può suonare da solo” e ha bisogno di “accompagnamento”. Era un esempio perfetto di come si potesse fare umorismo senza cadere nella volgarità, mantenendo uno stile che strizzava l’occhio alla tradizione della canzone umoristica italiana e delle macchiette.
Non siamo però sicuri che oggi sarebbe possibile presentare “Il clarinetto” al Festival di Sanremo. Il clima culturale è profondamente cambiato, dominato dal politically correct e dalla cancel culture. Nonostante i doppi sensi fossero molto più sottili e artistici rispetto ai testi espliciti di oggi, la canzone potrebbe essere considerata problematica per le sue allusioni sessuali.
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E’ anche vero che viviamo in un mondo dissociato. Il caso di Tony Effe, escluso dal concerto di Capodanno a Roma per i suoi testi considerati sessisti e misogini, non ha precluso all’artista l’accoglienza a Sanremo. E Toni Effe non usa doppi sensi, ci va giù duro con riferimenti diretti e spesso violenti. Si è parlato nel suo caso di censura. Ma come venirne fuori se da un lato si vuole cambiare Biancaneve e i sette nani, si censura Roald Dahl e Pippi Calzelunghe, ma si alzano gli scudi per qualcuno che dice: “Nuove trxie non mi calmano, chiamano ancora; faccio volare dieci chili con il jet fino a Roma; ci mangio io, mio fratello, mia madre e tutta la zona; quando sta con me non tiene le gambe chiuse”.
Di fronte a queste liriche auliche è il caso di tenersi buono Il clarinetto e canticchiare La pansé, canzoni che utilizzavano l’umorismo come strumento di intrattenimento malizioso:
Che bella pansé che tieni,
che bella pansé che hai,
me la dai?
Me la dai?
Me la dai la tua pansé?
Io ne tengo un’altra in petto
e le unisco tutt’e due.
Pansé mia e pansé tua
in ricordo del nostro amor.
Non ce ne voglia Toni Effe, o anche sì. Ci importa il giusto.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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