Un avvocato dell’Arizona, Starsky & Hutch e Rashomon, un mix durato solo due stagioni
A volte penso che Boomerissimo sia una sorta di Indiana Jones, una rivista alla ricerca di cose perdute e dimenticate. Il mio sodale ed io ci armiamo di vanga e pian piano smuoviamo il terreno sotto il quale sono celati veri tesori.

Un lavoro certosino e sorprendente. A volte capita di cercare qualcosa e trovare, molto, molto di più.
Petrocelli
Facendo una lieve deviazione dai nostri abituali percorsi, oggi tiriamo fuori dal cilindro una serie televisiva, un telefilm, che ha come protagonista un avvocato e non un investigatore duro e puro.
Petrocelli è andato in onda sulla NBC dal 1974 al 1976 e, nonostante il suo modesto successo, ha avuto il merito di proporre in tv tecniche narrative inusuali per il piccolo schermo. La serie fu ideata da Harold Buchman e Sidney J. Furie. Tra i produttori figurava quel Leonard Katzman, che avrebbe conosciuto miglior successo con le gesta della famiglia Ewing in Dallas.
Il personaggio di Tony Petrocelli era già noto al pubblico. Il protagonista Barry Newman aveva già interpretato questo ruolo nel film The Lawyer del 1970, diretto da Sidney J. Furie. Il film era liberamente basato sul famoso caso Sam Sheppard, dove un medico venne accusato di aver ucciso la moglie. Il personaggio di Petrocelli nel film era esplicitamente basato sul celebre avvocato difensore F. Lee Bailey. Il caso Sheppard fu così controverso da ispirare anche la serie TV The Fugitive e un celeberrimo e costantemente programmato film con Harrison Ford e Tommy Lee Jones.
Nonostante partisse da ottime basi, il film già uscito, l’evento true crime, al suo esordio la serie ebbe un moderato successo. Riuscì comunque a sopravvivere alla concorrenza di due nuovi crime drama: Get Christie Love! sulla ABC e The Manhunter sulla CBS e a mettere in cantiere una seconda stagione.
Stagione che non solo non aumentò gli ascolti, ma fu un totale flop. Fu mandata, da semplice canotto, a combattere contro la corazzata Starsky and Hutch che andava in onda alla stessa ora su ABC. La coppia di sbirri e la loro Gran Torino fecero letteralmente a polpette il povero avvocato.
C’è da dire, però, che la rete era stata in forse fino all’ultimo minuto sulla decisione di produrre una seconda stagione, solo che, in quel momento, non aveva alcuna altra buona idea da sviluppare. Gli autori, nonostante le richieste della rete, non vollero modificare nulla dell’impianto narrativo e la serie fu cancellata. La chiusura fu talmente improvvisa che tre episodi della serie non furono mai trasmessi dalla NBC durante la messa in onda originale. Solo successivamente furono resi disponibili.
Rashomon e Petrocelli, un legame insospettabile
Quello che faceva di Petrocelli una serie innovativa per i suoi tempi era la tecnica narrativa. Gli eventi venivano presentati tramite flashback multipli. Per farla semplice, una stessa scena, quella determinante, veniva mostrata da punti di vista diversi. Ogni episodio presentava la versione dell’accusa (cosa credevano fosse successo); quella del cliente di Petrocelli e la versione finale di Petrocelli (generalmente quella vera).
Un approccio diverso, sofisticato per un telefilm, ma decisamente non nuovo. Il genio dietro questa modalità di costruzione narrativa veniva da lontano. Si trattava di Akira Kurosawa e del suo capolavoro Rashomon. Rashomon è uno dei film più influenti nella storia del cinema. Il maestro giapponese creò un nuovo linguaggio cinematografico che continua a influenzare i registi di tutto il mondo.
Il film è ambientato nel Giappone medievale. La storia è strutturata come una conversazione tra tre uomini: un taglialegna, un monaco buddista e un popolano che si riparano dalla pioggia sotto la famosa porta Rashomon di Kyoto. Bloccati dalla pioggia i tre cominciano a discutere di un crimine: l’assassino di un samurai e lo stupro di sua moglie da parte di un bandito di nome Tajōmaru (interpretato da Toshiro Mifune).
Fin qui sarebbe null’altro che una storia crime medievale in salsa giapponese. Quello che rende il film un capolavoro è che la stessa vicenda viene raccontata quattro volte da quattro testimoni diversi. Ognuna narra una versione completamente differente degli eventi.
Tajōmaru sostiene di aver sedotto la donna dopo averla violentata. La moglie del samurai gli avrebbe chiesto di combattere contro il marito in un duello d’onore. A perire nello scontro sarebbe stato proprio il samurai, mentre la donna sarebbe fuggita.
La donna, invece, racconta che dopo lo stupro, il bandito se ne andò. Ormai sola, liberò il marito che era stato legato. Invece di mostrare compassione e affetto per quanto lei aveva subito, il samurai la guardò con disprezzo e odio. In preda alla disperazione, svenne. Quando si riebbe trovò il suo pugnale conficcato nel petto del marito. Lo avrebbe ucciso accidentalmente.
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Anche il samurai fornì la sua versione con l’aiuto di una medium. Nel suo racconto fu la moglie che, dopo aver subito la violenza, chiese al bandito di ucciderlo. Fuori di sé per la slealtà della donna, Tajōmaru le diede la possibilità di fuggire o essere uccisa. Lei scappò e il samurai, sentendosi tradito, si suicidò con il pugnale di sua moglie.
Il testimone oculare, il taglialegna, da principio, aveva detto di aver solo trovato il corpo. In realtà, dice, aveva assistito a tutto. Secondo la sua versione, dopo la violenza entrambi gli uomini si mostrarono codardi. Nessuno aveva voglia di affrontare l’altro in un combattimento riparatore. La donna li provocò entrambi finché non si affrontarono, ma il loro non fu un duello onorevole. Lungi dal mostrare impeto e coraggio, i due misero in piedi qualcosa di maldestro. Tajōmaru uccise il samurai più per caso che per abilità.
L’utilizzo dei flashback per mostrare prospettive completamente diverse dello stesso evento non era mai stato usato sino ad allora. Prima di Kurosawa, i flashback erano utilizzati per mostrare la “verità” degli eventi passati. Rashomon ha voluto mostrare che la verità è soggettiva e che ogni persona vede la realtà attraverso il filtro delle proprie motivazioni, paure e desideri. Il film vinse il Leone d’oro a Venezia, ma non è bastato a salvare Petrocelli.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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