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Aldo Moro fascista antifascista

Aldo Moro, convergenze parallele di un fascista antifascista

Il passato un po’ scomodo di Aldo Moro, quello che per Pasolini fu  “il meno implicato di tutti” nel sistema democristiano. Una trasformazione enigmatica, come lo fu tutto in uno statista dalle molte facce e dalle molte domande.

Per chi era adolescente nel drammatico 1978 segnato anche dal rapimento e dall’assassinio di Aldo Moro, la figura del lungo ed enigmatico statista democristiano si lascia dietro sentimenti contrastanti. Certamente successe a me, un ragazzino ardente che, capendo poco, aveva inserito con entusiasmo adolescnziale tutti i “cani grossi” del potere in un pantheon da detestare. Uno dei più grossi era sicuramente Moro.

Aldo Moro fascista antifascista
Aldo Moro, gli inizi imbarazzanti – Boomerissimo.it

Ci ritrovammo a soffrire e sperare nella sua salvezza. Apprezzarlo no, sarebbe dire troppo. Ma ad osservare attoniti una parabola umana piena di dignità e anche piena di tutti i misteri e tutte le domande che ancora oggi ci facciamo: le macchine, la scena del rapimento, la prigionia. Nel frattempo libri e inchieste si sono accumulati lasciando, come spesso succede in Italia (e non solo) aperte tutte le ipotesi, incluse quelle più folli.

Il giovane Moro fascista

Di fronte a tutto ciò, assai meno enigmatica potrebbe apparire la figura del giovane Aldo Moro, quello che alla fine degli anni ‘30, prima di diventare una figura di riferimento dell’Italia “antifascista costruita dalla Resistenza”, fu – e su questo ci sono pochi dubbi, un fascista piuttosto entusiasta.

Aldo Moro fascista antifascista
Tesserino di Aldo Moro all’Assemblea Costituente (1946 – Public Domain) – Boomerissimo.it

Nel 1937 partecipava ai littoriali fascisti. E non sarebbe rimasto solo un fascista innamorato di alcune delle fumose proposizioni del fascismo che si potevano (e si poterono) poi adattare un po’ a tutto.

No, quando parlava di teoria della razza, per esempio, quel giovane (ma non giovanissimo, era nato a Maglie nel 1916) Moro, sapeva esprimersi con franca e brutale chiarezza.

 “la razza è l’elemento biologico che, creando particolari affinità, condiziona l’individuazione del settore particolare dell’esperienza sociale, che è il primo elemento discriminativo della particolarità dello Stato” 

Per un giovane attivista cattolico, mettere la razza al di sopra della religione non era un passo da poco.

Quel giovane di Bari che teorizzava sulla razza

Nel 1937 il ventunenne Aldo Moro si presenta ai Littoriali di Napoli come iscritto al Gruppo Universitario Fascista di Bari. Non è lì per caso: partecipa con una relazione dal titolo inequivocabile “Possibilità di sviluppo della personalità umana nel regime fascista”. E fin qui.

Aldo Moro fascista antifascista
Pio XI, un papa contro la guerra e le persecuzioni razziali (Public Domain) – Boomerissimo.it

L’anno dopo, ai Littoriali di Palermo, il giovane pugliese si distingue con una relazione sull’universalità del fascismo che gli vale una citazione ufficiale sui Littoriali della Cultura e dell’Arte:

 “L’universalità della dottrina fascista come principio di dominio storico è stata posta in luce originariamente da Aldo Moro, di Bari”

Agli esordi fascisti della classe dirigente antifascista sono stati in genere dedicati grandi silenzi ed isolate uscite polemiche, diciamo così, underground. Libri come “Camerata dove sei?” poi ripresi da autori più mainstream come Pigi Battisti nel suo “Cancellare le tracce”. Comunque non quello che si dice un bestseller. Ma torniamo a un Moro che avvicinandosi alla trentina è già professore e capitano di aviazione e nel 1942-43 tiene le lezioni universitarie che confluiranno nel volume “Lo Stato”, pubblicato nell’estate del 1944, alla vigilia della liberazione. 

Un libro che cerca “l’ideale sintesi dell’autorità con la libertà”, respingendo (va da sé) sia “gli eccessi del liberalismo” che del socialismo “la barriera della collettività che livella in una mortificante eguaglianza la vera libertà”.

Ma è quando Moro affronta la composizione della nazione che le sue parole diventano agghiaccianti per chi conoscerà lo statista cattolico-democratico del dopoguerra. 

“Gli elementi costitutivi della nazione, sono la razza, la cultura, la lingua, la religione, la tradizione, le aspirazioni storiche”

Ancora una volta, la razza al primo posto, ben prima della religione

L’enigmatico presidente della FUCI

Sappiamo bene che i rapporti tra fascismo e organizzazioni cattoliche sono stati tutt’altro che amichevoli. Il fascismo, che in fin dei conti nasceva dal socialismo mangiapreti di Mussolini, ha sempre visto nella Chiesa un alleato indispensabile, ma scomodo, e spesso infido.

Il cattolicesimo era per i fascisti una forza dal potenziale antifascista ben più temibile dell’antifascismo “laico”, rapidamente spazzato via. Le organizzazioni erano sorvegliato, la loro autonomia sospetta. 

Nel 1939, a capo della FUCI, la Federazione degli Universitari Cattolici, ascende a sorpresa un giovanotto che nessuno nella Federazione sembra conoscere. Se meriti ha, li ha guadagnati all’esterno e noi di Boomerissimo che siamo sempre un po’ maliziosi, ci facciamo nascere un pensiero per il quale si rischia di far peccato probabilmente ci si azzecca.  Quel giovanotto è proprio, Aldo Moro. E “in un momento particolarmente difficile“: in cui la crisi tra Chiesa e fascismo si è riaperta a causa delle leggi razziali e dell’alleanza con la Germania nazista, che spaventa il Vaticano, al vertice della FUCI il regime ha bisogno di qualcuno di affidabile, che metta la razza al giusto posto (ovvero, il primo). Il bonus, ma questo non possiamo saperlo, solo immaginarlo, è la capacità di spegnere il dissenso con la sonnolenza, con le formule incomprensibile, con il fumo e la nebbia dialettica.

Moro queste caratteristiche le dimostrò in abbondanza nel corso della sua carriera democratica, difficile sapere se fossero già nel suo repertorio in tempo di orbace. 

Sappiamo una cosa più importante, però. Il nuovo presidente un po’ paracadutato sulla Fuci mette l’accento sul primato dell’impegno religioso personale, lontano quindi da pericolose (per il regime) arene politiche. Una piccola sorpresa, quel giorvane Moro ce la riserva invece quando nel suo libro del 1943, dove rivela una vena bellicista sorprendente, e ancor più per un cattolico impegnato, dopo gli appelli di ben due Papi consencutivi contro la guerra e contro le violazioni diritti umani in Polonie e altrove (in nome della razza, che al giovane Moro invece sta così a cuore). 

La guerra per il giovane (ma non giovanissimo) capitano Moro è una “tipica realizzazione di giustizia”, scrive il futuro pacifista. E chiarifica il concetto in modo per lui inusuale.

“La guerra può essere grandissima e umanissima cosa; per il suo immancabile anelito verso l’unità e la giustizia, per il suo accettare ogni prova, e quella suprema del sangue, perché la giustizia sia”.

Ci sarà comunque tempo per un importante riposizionamento per gradi, ed è qui che riconosciamo meglio il Moro che ci è più familiare.

L’antifascista che arrivò dopo la caduta di Mussolini

Nel marzo 1944, il regime è caduto, almeno in gran parte d’Italia e Moro si trova nel Sud che diventa “cobelligerante” con gli Alleati. Le teorie della razza non vanno più così di moda e tutti, non solo le personalità più esposte, stanno velocemente cambiando casacca. 

Il politico di razza (ci si passi il gioco dialettico) tiene allora un discorso dai toni per lui inediti a Radio Bari, dove riconosce “il desiderio popolare di un’epurazione intransigente degli elementi compromessi col fascismo”, ma raccomanda (ovviamente, e come dargli torto) che i provvedimenti siano “misurati, giusti, realizzati con i limiti della legalità”.

È una svolta più repentina di quella che lo porterà, molti anni dopo, ad aprire al centrosinistra e poi al compreomesso storico. È l’Aldo Moro che, chi lo conosce, non si aspetta: già antifascista, ma sostanzialmente garantista. Non vuole “sostituire alla tessera fascista una tessera antifascista”. Nel maggio 1944 scrive che “la formula ‘antifascismo’ aveva espresso ideali capaci di farci vibrare”, ma poi si era “isterilita nel superficiale, nel vuoto, nel sospetto maligno”. Se pensiamo che ci troviamo nel 1944, e che il fascismo non è ancora del tutto caduto, è una posizione che si potrebbe definire visionaria, anticipatrice. Come minimo.

Il democristiano che diffidava della politica

Moro diventa in breve il più importante teorico dell’antifascismo cattolico italiano, con una di quelle svolte di cui l’Italia e gli italiani sono capaci. Cosa si porta dietro della sua esperienza giovanile?

Aldo Moro fascista antifascista
Aldo Moro e Padre Pio (Public Domain) – Boomerissimo.it

Fuori dalla polemica e dall’ironia, anche qualcosa di positivo, come la diffidenza verso la pervasività e la voracità della politica, la volonta e la capacità di rendere politico ogni aspetto della vita. Un ossessione totalitaria che secondo lui è passata dal fascismo alla “mistica della sinistra”.

Declina adesso in modo nuovo quel privato del mondo religioso e spirituale che, tutto sommato, al fascismo era piaciuto, ma che ora, negli anni dello scontro tra i blocchi e della contestazione gli appare come l’ultima linea di difesa contro l’espansione totale della politica. Per questo Pasolini finirà per giudicarlo il “meno compromesso” con il regime democristiano. Un uomo che si affida all’autonomia della coscienza individuale.

Ma che proprio l’espansione delle idee totalitarie ad ogni sfera della vita, e forse la reazione di uno Stato che ha politicizzato anche la vita e la possibilità di sopravvivere di uno dei suoi uomini più in vista, finiranno per uccidere. Probabilmente ogni italiano ricorda quel 9 maggio 1978, dov’era, cosa stava facendo. Io ero in camera mia, a giocare con i miei soldatini quando suonò il telefono e qualcuno comunicò a mio padre che Moro era stato trovato, morto in quella Renault 4

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Il lungo percorso di Moro, tra regimi, idee giovanili (ma non troppo) francamente impresentabili, amore per la guerra e poi per la pace, l’equilibrio difficile e pericoloso tra leadership politica e primato della coscienza individuale, si concludeva così. Con una sconfitta storica, politica e personale. Non solo e non tanto sua, ma di tutti. Anche di quelli che in quel momento penavano di avere vinto.

Antonio Pintér – copyright Boomerissimo.it®

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