Il Male ha capovolto molte cose; non solo l’ordine, il senso del pudore e la decenza ma anche l’ortodossia rivoluzionaria
Non tutti hanno avuto un’infanzia normale e tra quelli che non ce l’hanno avuta del tutto normale potrei forse annoverarmi pure io. Mio padre era un esule della rivoluzione ungherese. Un grand’uomo, da molti punti di vista, ma indubbiamente con alcune fissazioni, che il fatto di essere cresciuto tra una guerra mondiale, due occupazioni militari, e uno dei regimi staliniani più feroci d’Europa, aveva contribuito a irrigidire un tantino.
A casa nostra, e in particolare tra me e lui, da quando ho avuto l’età della ragione, era normale parlare di politica, delle oscure trame dell’Hotel Lux (di cui ho accennato qualcosa qui), o dei conflitti interni al Partito Comunista Ungherese di 30 anni prima. La mie educazione sentimentale furono libri e opuscoli di dissidenti. Tra tutta la produzione intellettuale e dottrinaria del marxismo, dalle origini a oggi, c’era una frase su cui mio padre aveva appuntato la sua attenzione e che mi additava come l’esempio supremo della perversione dell’ideologia, nel suo tentativo di deformare l’Uomo.
“La verità è sempre rivoluzionaria”
–Antonio Gramsci
Secondo mio padre questa frase certificava il diritto che il rivoluzionario comunista si autoassegnava di piegare la verità alle sue necessità. Non poteva esserci verità al di fuori delle esigenze della rivoluzione, e se c’era una verità che per caso si permetteva di non essere rivoluzionaria, tanto peggio per lei, andava cancellata oppure trasformata in qualcosa di utile alla rivoluzione.
Pur senza essere mai stato, né essere col tempo diventato, un grande conoscitore ed estimatore di Gramsci, ho sempre sospettato (credo con ragione) che le intenzioni dell’Autore fossero completamente opposte a quelle che aveva letto mio padre.
Un po’ di redazione de Il Male – Boomerissimo.it
Ma transeat, di queste cose era inutile discutere con lui, specialmente quand’ero un pischello. Meglio registrare la sua opinione, ben sapendo che nel marxismo realizzato (forse non proprio in Gramsci) quell’idea totalitaria di origine religiosa, del tipo “Extra ecclesiam nulla salus” era comunque ben presente.
Per capovolgerla ci sarebbe voluto un gruppo di rivoluzionari decisamente anticonvenzionale e pochissimo amato dall’ortodossia marxista dell’epoca, ancora incarnata dai sacerdoti di un PCI che, nonostante gli screzi di Enrico Berlinguer con Mosca, era sempre decisamente convinto di muoversi nel solco dei Sacri Testi del fondatore barbuto della Scienza Marxista.
Tutto questo sembra già satira oggi ma allora, intorno al 1978, quando nacque Il Male, era la realtà in cui vivevamo. Ci viveva anche un ragazzo di 14 anni, o quantomeno ci vivevo io, immerso volente o nolente nei paradossi e nelle tragedie della Storia del Mondo, illustrati da mio padre.
Il Male della Libertà
Ci voleva un po’ di leggerezza. Nel 1978, quando nacque Il Male, diventò immediatamente l’acquisto fisso del mio lunedì mattina, all’alba. Prendevo il treno a Rogoredo, studente pendolare (uno dei pochi che da Milano si dirigevano per studiare in mezzo alla campagna), all’edicola fuori da quella stazione che era un quarto di quella di oggi ma in cui molte cose sono ancora al loro posto (il primo binario, il bar tabacchi dove bevevamo un caffé con operai e ferrovieri, che avrebbero preferito compagni di attesa più silenziosi). Compravo due giornali: la Gazzetta dello Sport e Il Male.

La Gazzetta, il Sacro Testo su cui ci si accapigliava tra interisti e milanisti, con uno juventino e un torinista di complemento.
Grazie alla Gazzetta alcune discussioni basate sul nulla si potevano dirimere autorevolmente. Nelle giornate di campionato noiose, quando c’era poco da discutere, la Gazzetta volava dal finestrino del nostro treno pendolari con i sedili di finta pelle blu e i maniglioni di alluminio, già all’altezza di San Giuliano.
Il Male no, il Male stava con me tutta la settimana, me lo sfogliavo e ne ridevo per giorni, un po’ da solo un po’ con gli amici del collegio. Gli autori che adoravo, Paz, Vincino, Angese, sono quelli che amo ancora oggi. Quelli che mi puzzavano già allora, come Vauro, sono solo peggiorati. Ma allora erano solo sfumature leggere. Il Male era il Male: era osceno prima di tutto e credo che questa fosse una della ragioni del suo successo. Era di una volgarità sconvolgente, che andava ben oltre il fumetto porno, di cui esistevano vaste riserve nei nostri forzieri di collegiali.
Era di una grossolanità da cesso di autogrill, quindi bellissima, una volta che la stampavi e rilegavi in forma di giornale, e con un humour tutto suo, che non so se fosse così immediato per tutte le generazioni ma a me faceva ridere da morire.

Era un ridere che usciva un po’ anche dall’imbarazzo, come nel caso di una sequenza di vignette, quasi un tutorial, intitolate “La sega sassone”. Non le ripercorro, social e motori di ricerca sono molto più pruriginosi oggi di quanto fosse allora la censura clericale, che pure riuscì a consegnare a Il Male il record assoluto dei sequestri preventivi, esecutivi, in stamperia e in edicola (oltre 100 in tutto) nonché uno dei rari arresti di giornalisti: Calogero “Lillo” Venezia, il primo e unico giornalista finito al gabbio per colpe di satira, dopo Giovannino Guareschi.
“Loro sapevano”
Il Male era un giornale anticlericale, antisistema, antitutto e quindi decisamente di sinistra ma, un decennio dopo il 1968 lo era in un modo che il PCI, la seconda chiesa italiana, amava pochissimo e vedeva con grande sospetto.

Quando Il Male uscì, ed era ancora un giornale minuscolo di circa tremila copie, la situazione politica era, come spesso avviene in Italia, sull’orlo del collasso, con l’aggravante che ci si trovava nel mezzo di una crisi di ordine pubblico, rapine e sequestri, come forse l’Italia non aveva mai conosciuto, e non ha più conosciuto dopo. E quello che era peggio, nel mezzo delle raffiche del terrorismo. Moro non era ancora stato rapito, ma i tuoni minacciosi degli attacchi a magistrati, ai Servitori dello Stato (così la televisione chiamava magistrati, carabinieri e poliziotti che cadevano sotto il fuoco del terrore) erano parte della nostra colonna sonora quotidiana.
Vivevamo tutti in un grande stato di stress e Il Male lo affrontava a modo suo, ridendo, ridendo in modo anche inopportuno e offensivo.
Un giorno, sul suo terzo numero, Il Male pubblicò una mano fotografata con una Polaroid (era in realtà quella di una dei vignettisti). Non sapendo bene come riempire lo spazio del giornale in uscita, si erano inventati una rubrica da chiromanti. Aldo Moro era il presidente della DC in piena attività che Il Male detestava, gli avevano disegnato le linee della mano e gliele avevano lette, si erano inventati una storia buffissima, uno sberleffo.
Le linee del destino dimostravano che Moro sarebbe stato rapito e presto custodito in un carcere del popolo.Tiè. Che ridere.
Via Fani – Boomerissimo.it
Mentre il giornale era in edicola, le BR attaccarono in Via Fani, ammazzarono con ferocia fredda e raccapricciante tutta la scorta, poliziotti, lavoratori; rapirono per davvero Aldo Moro, e l’Italia precipitò nell’incubo più buio della sua storia recente.
Tra chi si schierò dall’inizio con lo Stato e contro le BR, con quei lavoratori della Pubblica Sicurezza, con l’ordine e contro quella frazione che, dall’interno delle fabbriche e nei movimenti era tentato di scivolare nella lotta armata, ci fu proprio il PCI. Il PCI non scherzava per niente. Col suo approccio dogmatico e militare avrebbe preso presto il comando del fronte delle fermezza, opposto a ogni trattativa per Aldo Moro.
Per il momento, con l’Italia sconvolta e i cadaveri ancora caldi identificò immediatemente la “quinta colonna” delle Brigate Rosse.
In prima pagina stampò la testatina de Il Male, con tutto il ruolino della redazione, i nomi uno per uno, e intitolò. “LORO SAPEVANO”: una denuncia in piena regola.
E non era una prima pagina da prendere alla leggera: era quella del secondo partito italiano, e quasi ufficiale partner di governo.
La risata rivoluzionaria
Non so con quale incoscienza, dopo una bordata del genere Il Male riuscì ad andare avanti come se niente fosse. La censura lo colpiva ogni settimana, ma non si trasformò mai in autocensura, e questa fu la sua grandezza.

C’erano morti, c’era una tragedia spaventosa e uno psicodramma che scuoteva il paese. Il Male andò avanti. La Polizia o aveva di meglio da fare o mostrò incredibilmente una maggiore sopportazione per quell’umorismo dissacrante e fuori luogo.
Non pensò che in quella redazione di deficienti (così è lecito immaginare venissero considerati) ci fosse gente informata dei piani delle BR. Non chiuse il giornale per decenza nemmeno quando, pervenuta la famosa foto del Moro rapito ed emaciato, stazzonato, sofferente, sotto il vessilo delle Brigate Rosse, Il Male la ripubblicò aggiungendoci un fumetto: “Scusate, abitualmente vesto Marzotto”.
Umorismo inopportuno e nero, forse inconcepibile oggi. Vergognoso? Può darsi, ma Il Male aveva un’idea che, col senno di poi, non si può definire del tutto balzana.
È evidente che avrebbero continuato comunque, ma a un certo punto si misero in testa che ridere anche delle imprese delle BR, spezzare l’incantesimo serioso e militarista di quella organizzazione che si prendeva dannatamente sul serio, forse poteva rappresentare un argine per una parte della società: quella estrema, antagonista, che rischiava di farsi affascinare dalla “geometrica potenza” sanguinaria delle BR.
Prenderli per il culo, loro, le loro vittime, le loro imprese, sgonfiava il loro mito, lo riportava in basso, verso la miseria della sua realtà. Qualche migliaio di fanatici autoradicalizzati, che ammazzava gente che non c’entrava niente e non aveva fatto niente, per cambiare un mondo che non aveva nessuna possibilità di cambiare (e per fortuna).
A modo suo, fu il contributo de Il Male alla lotta contro il terrorismo. Era la risata ad essere diventata rivoluzionaria, con buona pace di Gramsci.
Ugo Tognazzi capo delle BR
Un anno dopo il ritrovamento del cadavere di Moro, nell’aprile del 1979, mentre l’Italia si avvitava ancora alla ricerca di responsabili, di covi, di collaboratori, complici interni ed esterni, grandi vecchi, una notizia scosse l’Italia, esplodendo come una granata dalle edicole e dai bar di periferia.

È un’altra burla del Male, non la prima. Ma molti ci cascano anche perché Il Male questa volta fa le cose in grande. Non falsifica solo la prima pagina di Paese Sera, La Repubblica, La Stampa con il titolo bomba, ma sui tavoli dei bar distribuisce anche giornali di appoggio, minori, che gli fanno eco.
La foto di Ugo Tognazzi ammanettato e arrestato viene realizzata con la collaborazione dell’attore, altro noto burlone. I carabinieri sono due redattori de Il Male.
È un’operazione satirica memorabile, che si avvicina allo sbarco dei marziani di Orson Wells. Non fu la sola prima pagina falsa, né la prima, ma fu il capovaloro di un Male all’apice della sua forza, quando vendeva più di un giornale “normale”, e quando gli edicolanti nascondevano le copie che la polizia veniva a sequestrare, per poi venderle sottobanco, a prezzo maggiorato.
In quella Italia tragica, anche la satira, e soprattutto le bugie del Male, diventarono molto più rivoluzionarie delle ampollose “verità” dei volantini delle BR.
Non solo lo Stato, la Chiesa, le Istituzioni venivano derise e corrose. A fare la figura dei tristi pagliacci, furono anche quei combattenti di una causa assurda, che si credevano eroi e che volevano terrorizzare tutti. E di cui, a un certo punto, grazie a Il Male, qualcuno cominciò a ridere.
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Lo avrebbe capito mio padre? Dai miei ricordi sono propenso a credere di no. Era un tipo con suo senso dell’umorismo, ma con Il Male (che ho sempre tenuto lontano dai Suoi occhi) si sarebbe trovato poco. Come del resto anche con Gramsci.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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