Chi è l’inventore delle fake news? Chi ha portato la bufala a livelli di clamore planetario? Chi aveva capito prima di tutti il potere dei media? Lui, Orson Welles.
La storia insegna, poco in realtà, perché non esistono lezioni meno ascoltate di quelle che impartiscono gli eventi. Copioni già recitati e visti tendono a ripetersi e se non siamo abbastanza scaltri e edotti per riconoscerli, finiamo per ricadere nei medesimi errori.

Lungi da me considerazioni geopolitiche, solo politiche o altro che si inserisca nelle grandi dimensioni, nei “massimi sistemi”, ognuno nel suo ristretto ambito, è consapevole di averlo pensato almeno una volta.
Quello invece a cui si crede, a volte pedissequamente, sono le notizie riportate dai media. Non troppo tempo fa, bastava dire “l’ha detto la televisione” per mettere il punto fermo ad ogni discussione. I tempi sono leggermente cambiati, ma non sempre il senso critico è andato di pari passo. Con il proliferare dei social il ruolo della TV è passato nelle mani di chiunque abbia un numero congruo di follower. Butta la bomba nel mezzo e aspetta che l’epidemia si diffonda.
La più grande bufala conclamata
Uno dei problemi dell’informazione è quella di schivare le fake, le bufale che ci vengono incontro come proiettili sparati da un fucile automatico. E’ anche vero che certe testate pescano a piene mani nel click bait , e in quel caso è un gioco da ragazzi riconoscere la caxxata. Se un titolo recita, “non c’è più nulla da fare…” per lui è finita…” “non lo rivedremo più”, o qualche variazione sul tema, è palese che il malcapitato soggetto del pezzo avrà solo cambiato palestra, ristorante, casa.

L’informazione dura e cruda è: il tizio è morto, punto. Diciamo la verità, però: chi legge facendosi abbagliare da un titolo siffatto un po’ si merita la presa per i fondelli. Farsi accalappiare in modo così becero ha davvero poche scusanti.
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Diversa la storia se la bufala è costruita ad arte. E nel caso di Orson Welles è stato un capolavoro.
Orson Welles
Orson Welles, rampollo di una famiglia facoltosa è stato tirato su in modo non convenzionale soprattutto in considerazione del fatto che era nato nel 1915. I suoi genitori fecero del loro meglio per potenziare le capacità del virgulto. Fin da piccolissimo entrò in contatto con diverse forme d’arte e lasciato libero di esprimersi.
La sua carriera strepitosa cominciò con un programma radiofonico. Era il 30 ottobre 1938, il poco più che ventenne artista era sotto contratto alla CBS. All’epoca c’era solo la radio, la tv non era ancora fatto la sua comparsa. L’attore decise di mandare in onda un adattamento de La guerra dei mondi, romanzo fantascientifico di H. G. Wells.
Welles sapeva che il programma che aveva più ascolti non era il suo, bensì quello della concorrente NBC. Era anche a conoscenza che durante quella trasmissione, in un preciso momento, veniva trasmesso un brano musicale e che gli ascoltatori cambiavano canale, come si fa ora quando va in onda la pubblicità. Fu proprio in quel momento che Welles scatenò la sua interpretazione. Recitò il tutto come una radiocronaca inducendo chi era all’ascolto a credere che si trattasse di un evento reale. I marziani erano arrivati, il terrore si era diffuso, ma la sua carriera fece un balzo prodigioso. Ci fu anche qualche strascico non piacevole. Quando, durante la Seconda guerra mondiale, i giapponesi bombardarono Pearl Harbor, più di qualcuno pensò che si trattasse di un altro scherzo radiofonico ben riuscito.
Un incontro non confermato
Nel 1970 Orson Welles fu ospite del David Cavett show. Si trattava di un late night show molto in auge in quegli anni. Welles fece delle rivelazioni scioccanti.
Negli anni Venti, da bravo rampollo di buona famiglia, faceva escursioni in Europa accompagnato da alcuni insegnanti. Uno di costoro, come scoprì in seguito, era un nazista della prima ora e lo portò ad una cena/raduno di nazionalsocialisti nei dintorni di Innsbruck. (S)fortuna volle che il suo vicino di sedia era Adolf Hitler. I tempi in cui avrebbe terrorizzato il mondo non erano ancora giunti e l’artista non si rese conto di essere entrato nella storia.
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Di quell’incontro ricordava l’assoluta insulsaggine del personaggio. Per dirla con le sue parole: “…he made so little impression on me that I can’t remember a second of it.” E per rincarare la dose: “He was invisible. There was nothing there that anyone would remember.”
Nessuno storico o biografo ha mai trovato evidenze della veridicità dell’evento narrato da Welles. Qui siamo nell’ambito della fiducia e della verosimiglianza. Sarà stata un’altra guerra dei mondi? A forza di gridare al lupo…
Antonietta Terraglia


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