Quella del Maggiolino Volkswagen è una doppia saga: quella di un’auto che ha attraversato mondi diversi, e quella di una pubblicità che sembrava quasi troppo intelligente per essere vera.
Quella del Maggiolino Volkswagen è un’idea che vi abbiamo raccontato in altri articoli di Boomerissimo. L’idea di un dittatore pazzo che di positivo aveva ben poco, ma che aveva avuto la visione di un paese motorizzato.

Per non lasciare che nemmeno una buona idea (una delle poche) rimanesse incontaminata, fece rubare il progetto della sua “auto del popolo” alla Tatra cecoslovacca e lo fece realizzare a quel genio allora in erba di Ferdinand Porsche. Poi venne la guerra, e la storia del Maggiolino che abbiamo conosciuto, e che ha effettivamente motorizzato mezzo mondo, è la storia di una rinascita dalle ceneri: di un’idea e di uno stabilimento. E di una macchina a quel punto già vecchia, ma che avrebbe avuto un successo universale anche (non solo, ma sicuramente anche) grazie alla genialità di un uomo che riuscì a vedere in quello scassone un po’ asmatico, che difficilmente poteva competere con i luccicanti gioielli americani, un’auto che proprio nella sua bruttezza, nella sua piccolezza, nei suoi limiti tecnici, nella sua immutabilità un po’ stantia, la chiave per raggiungere un pubblico “alternativo”, anticonformista, in giacca di velluto a coste, che voleva esibire il suo anti-esibizionismo.

Quell’uomo era Bill Bernbach, la mente della DDB, l’agenzia che di Volkswagen si era assicurata il budget negli Stati Uniti.
Nasceva il “negative approach”: un’idea della pubblicità capace di farsi forza anche dei limiti dei suoi prodotti, non nascondendoli ma esibendoli.
Un po’ come quelle donne col naso prominente, ma molto intelligenti, che invece di passare dal chirurgo si assicurano l’immortalità mettendo in evidenza il loro “difetto”.
Il negative approach alla brasiliana
Nel 1982, la carriera europea ed americana del mitico Maggiolino Volkswagen era già abbondantemente alle spalle. Il marchio di Wolfsburg aveva preso strade nuove, ispirandosi ad una italiana di talento, la Fiat 128. Nasceva la Volkswagen Golf: l’erede del Maggiolino, che ne avrebbe bissato e addirittura aumentato il successo. I pubblicitari lavoravano ad un nuovo immaginario, decisamente meno understatement, anche se sempre ad alto contenuto di ironia e di intelligenza.
Bill Bernbach – Boomerissimo.it
Eppure il Maggiolino, continuava la sua vita, nei lontani mercati dell’America Latina, prodotto in Messico e con vendite ancora da capogiro, per esempio, in Brasile. Un mondo diverso, dove il Maggiolino era più utile e servizievole che anticonformista. Agli autori della comunicazioni spettava raccontarlo in un modo diverso, senza perdere l’anima di un prodotto leggendario.
Volkswagen contro James Bond
Uno dei pezzi più affascinanti di questa storia è la sfida immaginata in Brasile tra un Maggiolino e l’auto più flamboyant e desiderabile di tutti i tempi: il bolide di James Bond, abilmente taroccato dal fido Q, per dotarlo di tutte le diavoleria che la lotta contro il crimine internazionale potesse richiedere.
Lo spot Volkswagen del 1982 – Boomerissimo.it
Un James Bond di fantasia, che richiama in modo inconfondibile quello che secondo alcuni è stato lo 007 migliore di tutti i tempi, il più vicino a quello che il suo autore aveva immaginato: Roger Moore.
Nello spot, Bond viene posto alla guida di un’auto che nella sua saga è rimasta inedita, ma che è stata protagonista di un altro film chiave degli anni ‘80: Ritorno al Futuro. La più straordinaria, la più innovativa e anche la più fallimentare auto che mai sia stata immaginata: la DeLorean DMC-12.
Spoilerare la vicenda sarebbe criminale, e ci metterebbe al livello dei peggiori villain della saga dell’inglesissimo agente segreto. Non lo faremo. Godetevi Bond alle prese con gli imprevisti di un’auto straordinaria, forse persino troppo.
E gustate il trionfo dell’umile Maggiolino. L’auto che non ti tradisce quasi mai (tra i pochi che abbiano pagato cara la sua scelta c’è stato un criminale vero, che dal sodalizio col Maggiolino è stato tradito, finendo la sua carriera sulla sedia elettrica). Ma non è questo il caso dello spassoso sosia di Roger Moore.
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Molti anni prima, Bill Bernbach aveva fondato il mito americano della modesta auto tedesca su uno slogan immortale “Lemon” (ovvero catorcio, rottame, scassone). Questo canto del cigno della vetturetta tedesca torna un po’ a quelle origini, ma con un finale che, decisamente, non è quello che Q avrebbe previsto, o auspicato.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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