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La bandiera sul Reichstag

La bandiera e il segreto: il dramma di un eroe che doveva sparire

È la grande immagine della vittoria sovietica sul nazismo. Ma è anche una bugia che cela un dramma.

Quante volte abbiamo visto questa immagine? Quante volte la bandiera rossa che sventola sulle rovine del Reichstag ha rappresentato il simbolo della sconfitta della mostruosità che ha inghiottito l’Europa?

La bandiera sul Reichstag
Bulatov colorizzato da noi (wikimedia commons) – Boomerissimo.it

È la pagina finale di un conflitto meno lineare di quello che le oleografie semplificate raccontano. Cominciato con due potenze, Urss e Germania, che si dividono in pieno accordo l’Europa orientale e il Baltico (una partenza che non tutti amano ricordare, e certamente non chi per lungo tempo o per poco ha portato nel cuore l’amore per l’Unione Sovietica).

Una calda amicizia, un Patto che si rompe per l’inganno di Hitler a Stalin, si conclude appunto con quella bandiera che sventola. Un simbolo glorioso ma purtroppo, anche in questo caso, un falso.

Torniamo alla primavera del 1945, quando il mondo attende con il fiato sospeso la caduta di Berlino. In quelle macerie, in quella catastrofe finale,  un giovane soldato dell’Armata Rossa si fa strada tra  il poco che resta della capitale tedesca. Il suo nome è Grigory Bulatov, ed è un ragazzo tartaro di appena 19 anni. Nessuno immagina  che questo soldato semplice, quest’uomo venuto dalla pancia profonda dell’impero sovietico, e da una delle sue etnie più perseguitate, sta per compiere il gesto destinato a diventare il simbolo della vittoria sovietica. Tantomeno immagina che quel grande eroico gesto che resterà negli occhi di tutti, costerà a Bulatov l’oblio e una morte orribile, molti anni dopo. 

Per quasi tre decenni, Bulatov visse nell’ombra di una menzogna, testimone cancellato e silenziato di come la storia ufficiale aveva strappato il suo momento di gloria, assegnandolo ad altri. La sua morte, avvenuta nel 1973, coincluse una vita di amarezza e delusione. Ma non fermò la ricerca della verità di cui anche questo articolo vuole essere un contributo. Un omaggio purtroppo postumo all’uomo a cui fu strappata la memoria e la gloria

Il vero eroe del Reichstag: una storia falsificata

La bandiera rossa che sventola sul Reichstag è una immagine potente e bellissima. La creazione di una macchina di propaganda ricca anche di immenso talento. È un simbolo, o come diciamo oggi un’icona, un flash che richiama a capolavori dell’immagine come quelli di Eizenstein, che nemmeno la satira corrosiva è riuscita a offuscare. 

La bandiera sul Reichstag
Uno scatto precedente successivamente scartato (wikimedia commons) – Boomerissimo.it

È un momento costruito per conquistare l’immaginario, uno dei più potenti della Seconda Guerra Mondiale. In quella bandiera poderosa che sventola ci sono unite il simbolo della sconfitta e il sollievo per la fine dell’incubo. Che poi i popoli “liberati” dall’Unione Sovietica siano riusciti ad uscire davvero dall’incubo solo qualche decennio più tardi, grazie al contributo inatteso ma forse decisivo di un panino, è un altro paio di maniche. 

Torniamo all’iconografia classica: per decenni, i libri di storia sovietici hanno raccontato che i primi a issare quella bandiera furono il russo Mikhail Yegorov e il georgiano Meliton Kantaria. I loro nomi divennero familiari, i loro volti apparvero su poster, cartoline, francobolli. Ma la realtà era però ben diversa, anche se nessuno in Unione Sovietica e nel mondo l’ha mai saputo.

Il 30 aprile 1945, mentre la battaglia per Berlino entrava nelle sue fasi decisive, il maggiore Vasily Davidov chiamò a sé  il tenente Rakhimzhan Koshkarbayev, un soldato kazako, e lo incarico di una missione speciale: piazzare una bandiera rossa sul Reichstag. Koshkarbayev, discendendo la gerarchia della sua unità, individuò il candidato giusto per accompagnarlo nella singolare e, già si capiva, importantissima operazione: la scelta cadde sul Grigory Bulatov. Un tartaro Kungur, proveniente dagli Urali.

I due uomini strisciarono per sette ore tra i cadaveri dei combattimenti, e tutto per coprire circa 360 metri sotto un incessante fuoco nemico. L’importanza del momento non era sfuggita ai tedeschi, che non avevano nessuna intenzione di lasciare aperta la strada verso il proprio palazzo del potere più simbolico. Koshkarbayev, il tenente a capo dell’impresa, ha lasciato una memoria precisa di quei momenti.

“Un intenso fuoco iniziò. Rimase solo un soldato accanto a me. Era Grigory Bulatov. Continuava a chiedere: ‘Cosa facciamo, compagno tenente?’ Eravamo sdraiati vicino a un fosso pieno d’acqua. ‘Mettiamo i nostri nomi sulla bandiera’, gli suggerii”
– Tenente Rakhimzhan Koshkarbayev

Alle 14:25 del 30 aprile 1945, Bulatov e Koshkarbayev riuscirono finalmente a raggiungere l’edificio e a posizionare una bandiera “fatta in casa” sulla facciata, al primo piano. Questo gesto fu documentato nel giornale di guerra della 150ª divisione di fucilieri. La bandiera sovietica, adesso, sventolava sul Reichstag.

Fu solo molte ore dopo che due nuovi soldati ricevettero dal comando una nuova, curiosa istruzione. Due soldati russi, stavolta, egorov e Kantaria posizionarono un’altra bandiera sulla cima dell’edificio.

La famosa foto che tutti conosciamo, in cui un soldato sovietico sventola la bandiera sul tetto del Reichstag, fu in realtà scattata ancora dopo: il 2 maggio 1945, quando l’esercito tedesco si era già arreso. Fu una ricostruzione di scena, per i libri di storia orchestrata dal fotografo Yevgeny Khaldei per l’ufficio propaganda, che nel frattempo aveva preso in mano la questione. Fu quellal’immagine che sarebbe diventata iconica, ma nascondeva una verità molto scomoda.

Un eroe tradito dalla patria

Nei primi anni del dopoguerra, Grigory Bulatov continuò a servire nel 674° reggimento di fucilieri a Berlino. I documenti militari dimostrano che il 30 aprile 1946, in occasione della festa del 1° maggio, ricevette un encomio insieme ad altri 53 militari per “l’eccellente atteggiamento verso il servizio, la disciplina e il buon apprendimento”. Ma la sua vita stava per prendere una piega drammatica.

Secondo alcune testimonianze, Bulatov fu convocato da Stalin, che gli avrebbe detto: “Compagno Bulatov! Hai compiuto un’impresa eroica e quindi meriti il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica e la ‘Stella d’Oro’, ma oggi le circostanze richiedono che al tuo posto ci siano altre persone. Devi dimenticare di aver compiuto un’impresa. Passerà del tempo e ti premieranno due volte con la ‘Stella d’Oro’”. 

È possibile che questo racconto, tramandato di bocca in bocca sia solo una leggenda. Resta il fatto che fu anche la realtà. 

La propaganda sovietica aveva già scelto i suoi eroi ufficiali. Nel documentario “Berlino” diretto da Yuli Raizman nel 1945, che ricostruiva la cattura del Reichstag, si vedevano le immagini della bandiera issata sull’edificio, e il narratore pronunciava i nomi dei due eroi. Non erano i due veri soldati che avevano conquistato il Reichstag, ma due figure che il grande pubblico russo avrebbe trovato più etnicamente digeribili: Yegorov e Kantaria.

Anche lo stesso Meliton Kantaria, in un’intervista del 1991, ammise: “I primi a entrare nel Reichstag furono i nostri esploratori: Pravotorov e Bulatov”. Ma era una confessione che arrivava troppo tardi.

La vita non fu generosa con Bulatov, dopo la guerra. Nel 1970 finì in prigione per un piccolo furto e fu rilasciato anticipatamente grazie all’intervento del maresciallo G. K. Zhukov, comandante della vittoria sovietica, che gli scrisse: “Grisha! I tuoi stivali hanno calpestato il tetto del Reichstag. Non possono continuare a schiacciare una bottiglia”. Zhukov alludeva ai problemi di alcolismo di Bulatov. ormai terminali.

Una vita spezzata dalla menzogna

Il 12 gennaio 1973, Bulatov scrisse la sua ultima lettera a Rakhimzhan Koshkarbayev: “Sono passati sei mesi da quando sono stato rilasciato dal carcere. La mia vita non è brillante, non ho nulla di cui vantarmi. Non confido più in nessuno; quando avevano bisogno di noi, ci facevano promesse. Anche se eravamo giovani, era facile ingannarci. Come è andata a finire, tu lo sai. Questo resterà il mio risentimento per tutta la vita”.

La bandiera sul Reichstag
Francobollo Azerbaygian per il 60esimo della vittoria – Boomerissimo.it

Non sarebbe stata una vita molto lunga. L’amarezza di quelle parole preannunciava una fine contro cui l’eroe (vero) del Reichstag non aveva più la forza di lottare. Il 19 aprile 1973, all’età di 47 anni, Grigory Bulatov si tolse la vita, impiccandosi nel bagno della fabbrica meccanica di Slobodskoj dove lavorava. Fu sepolto lì, nella città di Slobodskoj, nella regione di Kirov.

Bulatov rimase per tutta la vita un eroe invisibile. Era lì, eppure nessuno poteva vederlo. Mentre i nomi di Yegorov e Kantaria entravano nei libri di storia, quello di Bulatov scivolava  sempre più nell’oblio. Una discesa nella disperazione anche personale, alimentata dall’ingiustizia e dal silenzio delle autorità.

Bulatov doveva sparire ad ogni costo

In Unione Sovietica la verità storica è sempre stata pieghevole, malleabile, cancellabile. Sono scomparsi eroi della Rivoluzione, cancellati dalle foto, dai libri, prima di essere uccisi. In quella Unione Sovietica, crogiolo di popoli ma dalla salda guida russa, non era adeguato che un tartaro come Bulatov e un kazako come Koshkarbayev fossero celebrati come eroi nazionali; la propaganda richiedeva figure che rappresentassero meglio l’immagine che il regime voleva proiettare: un russo e un georgiano, come Stalin.

Solo negli anni ’90, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la verità iniziò lentamente a emergere. 

La giustizia tardiva e la memoria ritrovata

Caduta e dissolta la “prigione dei popoli”, dopo decenni di silenzio, la figura di Grigory Bulatov è stata parzialmente riabilitata. Nella sua città natale è stato eretto un monumento. Gli storici hanno iniziato a raccontare la sua storia

Il suo nome è tornato vivo. Ma quel soldato tartaro non ha vissuto abbastanza per saperlo.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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