Nessuno poteva fermare John Wayne quando era a cavallo, ma quando si trattava di acqua era tutta un’altra storia
John Wayne amava i ruoli da eroe. Cazzotto e pistola facile quando si trattava di difendere i valori americani (quali sarebbero ora?) e i deboli.

Con il suo stetson ben posizionato sopra il parrucchino era invincibile.
John Wayne e l’acqua
Nella sua lunghissima carriera ha anche avuto a che fare con l’acqua più di quanto ci si aspetti. I film “acquatici” di Wayne sono ben undici, di natura e trama variegata.
Qualche esempio: ne Gli amanti dei cinque mari ha una storia bollente con Lana Turner, ne La taverna dei sette peccati è un ufficiale di marina che si mette nei guai per la sua relazione con una cantante, interpretata da Marlene Dietrich.
Ovviamente è anche stato marinaio senza macchia e senza paura ne I sacrificati di Bataan in cui è un indomito tenente di marina che affronta i giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale.
Non poteva sottrarsi ovviamente ad un’avventura sottomarina ne Lo squalo tonante, in cui affronta tutti, nemici e amici, e, naturalmente, vince.
Wayne era appassionato di navigazione, aveva anche tentato di entrare all’accademia navale di Annapolis. Una passione che gli era rimasta, per questo si era preso una nave tutta per sé come abbiamo raccontato qui.
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Ma non sempre gli era andata bene, in almeno un caso l’acqua non gli è stata amica.
L’arca di Noè
The Duke ha cominciato a lavorare nel cinema a metà degli anni Venti. Cominciò come attrezzista, trovarobe e comparsa occasionale, lavori per cui era retribuito trentacinque dollari a settimana, che a quell’epoca erano soldi.
Ed è proprio in questa veste che l’allora ancora Marion Morrison ebbe un incontro quasi fatale con l’acqua.
A metà degli anni Venti la Warner Bros concepì il progetto di un film sulla storia biblica del diluvio universale, dal titolo originale L’arca di Noè. L’opera, ambiziosa nei costi e non solo, fu pensata come una narrazione parallela tra la storia della Bibbia e i tragici eventi della Prima Guerra Mondiale.

La regia fu affidata a Michael Curtiz, quello di Casablanca per intenderci, e prodotta per la Warner da Darryl F. Zanuck. Il film, muto, prevedeva anche parti “parlate” grazie alla tecnologia Vitaphone, un “partie-talkie” come si diceva.
Protagonisti della polpettonesca pellicola erano Dolores Costello e George O’Brian.
Curtiz era un regista alquanto perfezionista e per questo temuto dagli attori.
In una scena il protagonista doveva essere colpito da una lancia collassabile. Purtroppo per lui fu invece colpito da una lancia vera. Invece di interrompere le riprese, Curtiz incoraggiò l’attore a continuare la scena e chiese addirittura una ripresa ravvicinata della ferita.
Lo stesso regista rimase vittima del suo perfezionismo. Rimproverò uno stuntman per non essere caduto come lui desiderava dalle scale del tempio e quindi decise di mostrargli personalmente come doveva essere eseguita la caduta. Curtiz salì le scale, si gettò come voleva che facesse lo stuntman e si ruppe la gamba sinistra. Portato in ospedale, tornò sul set lo stesso giorno e insistette perché lo stuntman cadesse esattamente come aveva fatto lui.
Un vero diluvio
Niente di strano che applicasse la sua ossessione per il realismo estremo a quella che era la scena madre di tutto il film: il diluvio.

Il set fu costruito presso i vecchi studi Vitagraph. Furono utilizzati quattordici cameramen e quattromila comparse. Serbatoi nascosti nelle colonne del tempio avrebbero rilasciato l’acqua attraverso canali di scolo.
Non erano permessi errori, il set poteva essere distrutto solo una volta, rendendo impossibile un secondo ciak.
Il pericolo intrinseco apparve chiaro al capo cameraman Hal Mohr. Pare che rivolgendosi al regista gli disse: “Jesus, what are you going to do about the extras?”, al che Curtiz avrebbe risposto: “Oh, they’re going to have to take their chances”. Mohr decise di abbandonare set e lavoro. La realtà gli diede ragione. Il giorno previsto per la scena climax furono riversati sul set oltre due milioni di litri d’acqua, l’equivalente di una piscina olimpionica, senza preavvertire le persone presenti sul set della portata dell’inondazione. L’acqua formò dei torrenti che fecero sbattere attori, comparse e membri della troupe contro i set di cemento.
Quando l’acqua si ritirò, tre comparse erano morte, ad una fu amputata una gamba, molti rischiarono di annegare. Dolores Costello era svenuta, colpita dall’ingente massa d’acqua allo stomaco e poi sviluppò la polmonite, a George O’Brian erano saltate la maggior parte delle unghie dei piedi.
Sul set arrivarono trentacinque ambulanze per assistere i feriti. Curtiz non fu mai indagato per quelle morti, la major lo protesse, ma l’anno successivo, nel 1929, furono introdotte regolamentazioni specifiche per prevenire simili tragedie. Il disastro contribuì anche alla formazione dello Screen Extras Guild, l’organizzazione sindacale delle comparse.
Quel giorno, tra coloro che avevano rischiato di annegare c’era tale Marion Morrison, il futuro John Wayne. Wayne non parlò mai di quell’episodio. Alle distese d’acqua cominciò a preferire gli orizzonti del West.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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