Da John Wayne a Che Guevara il passo è breve. E’ bastato un film
John Wayne aveva una partner preferita nei film, Maureen O’Hara. I due hanno condiviso oltre ai film, tra cui il preferito di mio padre, Un uomo tranquillo, un’amicizia durata una vita.

L’attrice diceva che l’attore era “the best guy I know” e pare che Wayne abbia avuto sul suo comodino per oltre trent’anni una foto incorniciata di Maureen, una foto che ha attraversato la vita dell’interprete del West attraverso un paio dei suoi matrimoni.
Maureen O’Hara
Come suggerisce il cognome, Maureen era irlandese. In realtà era ancora più irlandese del suo cognome d’arte. Quello vero era FitSimons ed era nata a Dublino al numero 32 di Beechwood Avenue Upper, nel quartiere di Ranelagh.
Sul finire degli anni Trenta, la ragazza, notata da un grandissimo attore dell’epoca, Charles Laughton, arrivò a Hollywood, dove, come dicono quelli bravi, costruì una luminosa carriera. Il suo debutto americano fu di quelli col botto. Ebbe il ruolo di Esmeralda in Notre Dame accanto proprio all’attore che fu il fautore della sua fortuna. Dopo l’inizio promettente fu relegata a film di serie B. La svolta arrivò nel 1941 quando fu scelta da John Ford per interpretare Angharad in Com’era verde la mia valle. L’attrice supplicò il suo agente di farle ottenere quel ruolo, sentiva di essere la persona giusta per interpretare quella parte. Il film fu un trionfo: vinse cinque Oscar, inclusi miglior film e miglior regia, battendo persino Quarto potere, il capolavoro di Orson Welles.
Cuba come set
A vent’anni dal suo arrivo a Hollywood, nell’aprile del 1959, l’attrice si trovava a Cuba per girare un film tratto dal romanzo di Graham Greene Our Man in Havana. La regia era stata affidata a Carol Reed e vedeva tra gli interpreti anche Sir Alec Guinness. Niente di strano sin qui. Il punto è che erano passati appena quattro mesi dal trionfo della rivoluzione cubana che aveva rovesciato il regime di Fulgencio Batista. Proprio il precedente regime aveva dato l’assenso per le riprese.
Castro, con buon tempismo e ottimo acume politico, non revocò il permesso. Piccola condizione (piccola si fa per dire), la richiesta che venissero apportate trentanove modifiche alla sceneggiatura per mostrare Cuba sotto una luce favorevole e sottolineare quanto il regime precedente fosse stato oppressivo. Il Ministero degli Interni cubano assegnò un supervisore, nella persona di Clara Martínez, alla produzione, per garantire che Cuba fosse mostrata in modo appropriato. In questo clima “liberale” il 12 aprile 1959, iniziarono le riprese a Plaza Vieja, L’Avana.
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Maureen O’Hara arrivò nella capitale il 15 aprile. Ad un mese dall’inizio delle riprese, Fidel Castro visitò personalmente il set a Plaza de la Catedral. Le fotografie dell’evento mostrano il Líder Máximo con i protagonisti. Quell’incontro fu un importante momento di propaganda per il nuovo regime, desideroso di mostrare un’immagine positiva al mondo. L’attrice soggiornava al Capri Hotel, un lussuoso albergo costruito nel 1957 che era stato finanziato dalla mafia americana e gestito da figure come Charles “The Blade” Tourine e Nicholas “The Fat Butcher” di Costanzo. Il Capri fu salvato (parzialmente) da razzie e saccheggi dall’attore George Raft (“Ghette” in A qualcuno piace caldo). Raft, che viveva in un lussuoso appartamento al diciannovesimo piano dell’hotel e lavorava come “greeter” del casinò (di cui era anche comproprietario insieme al boss mafioso Santo Trafficante Jr.), si trovò a fronteggiare rivoluzionari armati. Secondo il racconto dello stesso Raft, quando i i guerriglieri irruppero nel casinò, lui si precipitò nel tentativo di calmare gli animi. Una giovane donna rivoluzionaria lo riconobbe e disse agli altri: “È George Raft, l’attore!”. Raft riuscì a limitare i danni, convincendoli a non distruggere completamente il casinò. Terminati i momenti più “caldi” il Capri diventò un punto di ritrovo per i leader rivoluzionari.
Cuba come l’Irlanda
Nelle sue memorie, l’attrice scrisse: “Che Guevara era spesso al Capri Hotel. Lo vedevo al ristorante e lui veniva al mio tavolo a salutarmi”. Il rivoluzionario passava in serata per prendere un caffè o qualcosa da bere. Ma di cosa parlano un’attrice di Hollywood ed un rivoluzionario? Dell’Irlanda, ovviamente. “Si sedeva e parlava con me dell’Irlanda. Quella era la sua unica conversazione – l’Irlanda e le battaglie”.

Non era così scontato che due personaggi, all’apparenza così diversi, trascorressero serate su serate parlando degli scontri avvenuti nella Emerald Isle. L’attrice raccontava di essere rimasta sconcertata dall’immensa conoscenza del Che di ogni battaglia avvenuta in Irlanda e dell’intera sua storia. Maureen gli chiese spiegazioni sulla sua erudizione in merito. Guevara svelò un legame inaspettato: “Beh, mia nonna si chiamava Lynch e ho imparato tutto ciò che so sull’Irlanda sulle sue ginocchia”. La bisnonna paterna, Ana Isabel Lynch y Ortiz, era figlia di Francisco Lynch, un mercante di Buenos Aires che si era trasferito in California durante la corsa all’oro. La famiglia di Francisco discendeva direttamente da Patrick Lynch. Patrick Lynch era il secondogenito del Capitano Patrick Lynch di Lydican Castle e di Agnes Blake. Entrambe le famiglie Lynch e Blake facevano parte delle celebri “Quattordici Tribù di Galway”, famiglie mercantili che controllavano la vita politica, commerciale e sociale di Galway dal XIII secolo fino al tardo XIX secolo. Dopo le sconfitte subite da Oliver Cromwell e successivamente da Guglielmo d’Orange, molte famiglie irlandesi cattoliche, inclusa quella dei Lynch, furono costrette all’emigrazione. Patrick Lynch lasciò l’Irlanda intorno al 1740 e si stabilì a Buenos Aires. Nel 1749 sposò Rosa de Galayn y de la Cámara, una ricca ereditiera argentina, consolidando la posizione della famiglia Lynch in Sud America. La bisnonna sposò Roberto Guevara Castro da cui ebbe Ernesto Guevara Lynch, padre del Che. Il resto è storia. Da notare che proprio suo padre, nel 1969 disse: “La prima cosa da notare è che nelle vene di mio figlio scorreva il sangue dei ribelli irlandesi”. Maureen ricordava con enfasi come il famoso copricapo con cui il rivoluzionario è raffigurato era un berretto da ribelle irlandese. Per lei quell’uomo era un simbolo per chi combatteva per la libertà di ogni parte del mondo ed era certa che fosse un uomo buono. La parola, a questo punto, passa alla storia. Chissà cosa ne pensava John Wayne.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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