Come statista Stalin è stato pessimo, come padre, se possibile, ancora peggio
Per crescere, per sancire il passaggio alla vita adulta, tutti abbiamo dovuto, in modo figurato, uccidere i nostri genitori.

Accogliamo ciò che di buono ci hanno trasmesso, ma elaboriamo una nostra filosofia di vita. Abbandoniamo il fanciullo per instaurare con i nostri genitori un rapporto paritario, sempre nel rispetto che la loro figura comporta.
Questo “omicidio” può essere più o meno indolore. Per i figli di taluni personaggi è stato, ahiloro, impossibile.
Papà Stalin
Iosif Stalin portò nella dimensione familiare gli stessi principi di controllo assoluto, assenza di empatia e autoritarismo su cui fondava il suo regime. Il suo approccio alla paternità rifletteva l’idea del potere come strumento di dominio totale, anche sui figli.

Il dittatore era cresciuto in un ambiente familiare violento con un padre alcolista, gli era quindi mancato un modello positivo al quale rifarsi. Questa mancanza lo portò a costruire un’immagine di sé come padre severo e inflessibile, incapace di tenerezze e comprensione.
L’obbedienza assoluta era l’unico valore riconosciuto, mentre ogni forma di debolezza, sensibilità o indipendenza veniva interpretata come tradimento e insubordinazione.
Pretendeva che le sue volontà fossero eseguite senza discussione. Questo atteggiamento si manifestava in particolare nell’opposizione sistematica alle relazioni sentimentali dei figli, che percepiva come minacce alla sua autorità e al controllo familiare.
I figli dovevano esistere esclusivamente in funzione delle aspettative paterne, senza diritto a proprie aspirazioni.
Come padre Stalin era assolutamente incapace di esprimere affetto. Le sue rare manifestazioni di approvazione erano legate al raggiungimento di obiettivi prestabiliti o alla dimostrazione di lealtà.
Questa freddezza era basata sulla sua concezione distorta dell’amore, considerato una forma di vulnerabilità pericolosa.
Paradossalmente, mentre Stalin si proclamava pubblicamente “Padre dei Popoli” e costruiva un’immagine di leader paternalistico benevolo, nella vita privata si rivelava incapace di fare il genitore.
Jakov Dzhugashvili, il figlio maggiore di Stalin
Iosif Vissarionovič Džugašvili, Soso per gli amici, conobbe Ekaterina “Kato” Svanidze nel 1905.
Il futuro uomo d’acciaio, all’epoca, era capo di una banda georgiana che tramite rapine finanziava le attività rivoluzionarie. Ricercato dalla polizia zarista si rifugiò nell’odierna Tbilisi. Qui il suo compagno rivoluzionario Alexander Svanidze lo nascose nella sartoria delle sue tre sorelle.

Tra la giovane e non ancora ventenne Kato e il ricercato nacque subito qualcosa. Lei era affascinata da quell’uomo, che seppur basso, tarchiato, di carnagione scura, la stregava con gli occhi che lei definì “infuocati”.
La giovane sarta non poteva essere più lontana dalle convinzioni politiche di Soso. Era una ragazza molto devota, non gli faceva mai domande e si limitava a pregare per lui.
I due si sposarono nel 1906, con una cerimonia in chiesa. Sebbene contrario ai valori cristiani, Stalin accettò il rito religioso sapendo quanto per lei fosse importante. Al momento del matrimonio, Kato era incinta di quattro mesi.
Il 18 marzo 1907 nacque a Baji, in Georgia, Jakov. Ma Kato si era ammalata. Costretti alla fuga per le attività di Iosif, vivevano in ambienti malsani e privi del cibo necessario per una donna che allattava. Morì pochi mesi dopo aver dato alla luce il loro bambino.
Ad un amico Stalin, parlando della perdita della moglie confidò: Questa creatura ha addolcito il mio cuore di pietra. È morta, e con lei sono morti i miei ultimi sentimenti di calore per tutti gli esseri umani.
Jakov fu cresciuto dalla zia materna a Tbilisi mentre Stalin, ancora giovane rivoluzionario, era completamente dedicato alla causa politica.
A quattordici anni Jakov lasciò la Georgia per trasferirsi a Mosca, dove imparò il russo e ricevette un’istruzione adeguata. Ma era ormai troppo tardi per costruire un rapporto con il padre.
A diciotto anni Jakov tentò il suicidio. Il padre si opponeva al suo amore per una compagna di scuola, rea di essere figlia di un prete ortodosso. L’intento era di spararsi un colpo in testa, ma il tentativo fallì. La reazione del “piccolo padre” fu tragica nella sua indifferenza: “è incapace persino di sparare diritto“.
Nel 1938, Jakov sposò Yulia Meltzer, una ballerina di Odessa. Stalin fu profondamente contrariato da questo matrimonio. Yulia era ebrea e il dittatore per tutta la vita non nascose mai il suo antisemitismo. Un’altra pecca per il primogenito.
La guerra e l’arresto
Con l’avvio dell’operazione Barbarossa, nel giugno 1941, Stalin si assicurò personalmente che Jakov fosse inviato al fronte. Il suo grado era tenente d’artiglieria nella 6ª batteria del 14º reggimento della 14ª divisione carri.
Il 16 luglio di quello stesso anno, durante la battaglia di Smolensk, Jakov fu catturato dalla Wehrmacht.
Le circostanze della cattura rimangono controverse. Secondo alcune fonti, Jakov si rifiutò di obbedire all’ordine di ritirata. Altre fonti, tuttavia, suggeriscono che si sia arreso volontariamente, versione ritenuta plausibile da Stalin stesso.
Per Stalin arrendersi era un vero e proprio tradimento. Quando la notizia della cattura divenne nota, Stalin, sospettando che Yulia Meltzer avesse influenzato il figlio a prendere questa decisione umiliante, la fece arrestare.
Ma il dittatore doveva ancora dare il meglio di sé. Nel 1943 l’armata rossa catturò a Stalingrado il feldmaresciallo Friedrich Paulus. I nazisti, allora, fecero una proposta che ritenevano irrifiutabile: scambiare il figlio di Stalin con l’alto ufficiale tedesco.
Ma la risposta fu completamente diversa da quella attesa: “non scambio un soldato con un generale”. Secondo altre fonti, Stalin dichiarò anche: “Non ho nessun figlio di nome Jakov” e “Io non ho un figlio”.
La decisione fu presentata dalla propaganda sovietica come una dimostrazione dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
Portato nel campo di Sachsenhausen, Jakov morì il 14 aprile 1943. Almeno è quello che dicono le cronache. Tuttavia, le circostanze esatte della sua morte rimangono avvolte nel mistero, con tre versioni ufficiali diverse.
Secondo la versione tedesco-nazista, Jakov morì durante un tentativo di fuga, fulminato contro la recinzione elettrificata del campo.
Secondo il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti Jakov sarebbe stato fucilato dalle guardie mentre tentava la fuga.
Fonti britanniche (Sunday Times 1980, Telegraph 2001) descrissero la morte come un suicidio, con Jakov che si gettò deliberatamente contro il filo elettrificato.
Anche le motivazioni del suicidio non sarebbero chiare. Si è parlato di un litigio con altri prigionieri per motivi banali, oppure la volontà di sottrarsi agli insulti dei prigionieri polacchi che lo accusavano delle stragi commesse da Stalin, o ancora la disperazione per l’abbandono del padre.
L’unica notizia certa è che Jakov è morto in quel campo di concentramento. Certa, forse.
Le teorie alternative
Alcune fonti russe sostengono che Jakov non fu mai catturato, ma morì in combattimento il 16 luglio 1941. La propaganda tedesca creò un “falso figlio di Stalin” per scopi propagandistici.
La teoria che ci tocca di più, seppur controversa è quella che Jakov sia sfuggito dalla prigionia tedesca e abbia partecipato alla Resistenza italiana. La teoria è esposta nel libro Sui sentieri della memoria di Rinaldo Dal Mas.

Secondo l’autore, nel luglio del 1944 giunsero a Tovena, dove erano insediati i partigiani del battaglione Farnese, due russi.
Uno disse di essere un ufficiale dell’armata rossa fuggito da un campo di concentramento e l’altro un maresciallo.
L’ufficiale viene descritto come basso di statura, carnagione piuttosto scura e di poche parole. I due furono arruolati tra le fila partigiane e all’ufficiale venne assegnato il nome di battaglia di “capitano Monti”. Il nome che aveva dato era Giorgi Varazashvili.
Monti trovò la morte nel 1945, quando con altri compagni, era inseguito da reparti di fascisti. Per non cadere nelle mani del nemico, si fece saltare in aria.
Le sue spoglie furono sepolte ai piedi di un cipresso, ma anni dopo si scoprì che erano state trafugate. In anni più recenti una delegazione dall’URSS fu incaricata di venire a capo della vicenda. Non si arrivò a nulla, ma resta un’ipotesi molto suggestiva. Jakov, eroe della resistenza, all’insaputa di suo padre.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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