Essere figli è sempre difficile, ma ci sono padri più spinosi di altri. Steve Mc Queen e suo figlio Chad.
Non è mai facile avere un padre di peso, e ben lo sa il vostro Caronte di Boomerissimo, che di figure paterne ingombranti ne ha avute ben due.

Uno quello vero, Ferenc Pintér, a cui i colleghi della Mondadori facevano spazio in ascensore chiamandolo “maestro”. Uno il mio padre professionale, Marco Mignani, quello dei dieci piani di morbidezza, della Milano da bere e di mille altre idee e combinazioni verbali come “dimenticate i capelli che avete perso, fate qualcosa per quelli che avete ancora”.
Dalla mia distanza ravvicinata con cotanti personaggi, gente che era capace di incuterti un sacro timore reverenziale con lo spostamento millimetrico del sopracciglio (temutissimo dai miei cugini e amici quello di mio padre), ho avuto modo di capire che le relazioni complicate con padri ingombranti sono spesso un groviglio di scatole cinesi.
Anche loro avevano avuto i loro genitori, in certi casi riveriti come figure mitologiche (è il caso di mio nonno), in altri segnati da un rapporto che a me pareva estremamente problematico, che mi ha sempre colpito, ma nel quale non mi addentro troppo, per la buona ragione che non sono affari miei.
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Se, com’è statisticamente probabile, anche voi avete avuto i vostri conflitti generazionali, qui c’è lo spazio per rifletterci qualche secondo e ripartire da una storia che, se non è la madre di tutti i rapporti padre-figlio, è quantomeno una parente piuttosto stretta.
Chad McQueen e la lunga ombra di papà Steve
Chad McQueen rappresenta uno dei casi più emblematici di come l’essere figli di una leggenda non sia sempre la fortuna che tanti si immaginano. Certo, ci sono casi di baciati dal destino, come quello che abbiamo raccontato nell’infausto Sanremo dei figli d’arte, ma il caso di Chad è un tantino più complesso.

Nato il 28 dicembre 1960, Chad ha dovuto misurarsi da subito con il problema di essere figlio di una leggenda, e non delle più facilmente gestibili.
Non avendo un padre come il mio, che in tenera età mi ammonì che se avessi voluto dipingere (cosa che mi piaceva parecchio) avrei dovuto essere più bravo di lui, Chad McQueen si incamminò imprudentemente sulle orme attoriali del padre. Ebbe anche un moderato successo, almeno inizialmente, con il ruolo di Dutch in Karate Kid. Ma fu presto piuttosto ovvio che non sarebbe mai riuscito ad eguagliare la popolarità paterna.
La sua resa suona come un monito per tutti quelli che hanno avuto la ventura di avere un padre importante in campo artistico.
“A quanto pare il talento per la recitazione a volte salta una generazione”
Chad McQueen
Con questa dichiarazione, Chad annunciava di lasciare il mondo del cinema per concentrarsi sui motori, un’altra passione condivisa con il padre. A testimonianza che, per quanto provi a saltare, la mela non cade mai troppo lontana dall’albero.

A mettere fine alla sua seconda carriera come pilota sarebbe stato l’incidente del 2006 alla 24 Ore di Daytona. Il 7 gennaio 2006, mentre guidava la Porsche 911 GT3 numero 73 del team Tafel Racing, Chad perse il controllo del veicolo all’uscita della chicane, ribaltandosi più volte. Prognosi: frattura di diverse costole, di una gamba e due lesioni alle vertebre.
In seguito alle gravi conseguenze dello schianto, Chad fu costretto a reinventarsi come imprenditore con la McQueen Racing LLC (anche questa un’impresa non del tutto nuova in famiglia). Sarebbe rimasto il suo destino fino alla fine, purtroppo prematura (anche questo un corso e ricorso piuttosto ereditario).
L’uccisione del padre
Dicono gli psicologi, un campo di cui non mi intendo, anche se mi è stato più volte consigliato di cominciare a frequentarli, che tutti i figli maturano quando riescono, finalmente, a uccidere il padre. Metaforicamente, s’intende. Per il resto ci sono le pagine di true crime che di tanto in tanto vi proponiamo: una passione, in particolare, della Fondatrice.

Nel caso di Chad, a uccidere suo padre ci penso il genitore stesso, in totale autonomia, con uno dei progetti cinematografici più ambiziosi, costosi e malriusciti della storia del cinema: Le Mans.
Un film che doveva cambiare Hollywood e che invece riuscì a diventare un cult più per i suoi difetti che per i suoi pregi, dopo aver liquidato il patrimonio di Steve McQueen, distrutto la sua carriera (che stava andando a gonfie vele e che di lì in poi avrebbe avuto solo dei post-scriptum come il pur glorioso “Inferno di Cristallo”).
Chad, che all’epoca aveva dieci anni, trascorse quattro mesi sul set insieme alla sorella Terry, vivendo un’esperienza che avrebbe segnato per sempre la sua vita
Il momento che avrebbe definito il suo destino arrivò quando Steve McQueen, durante una pausa delle riprese, notò il figlio che lo osservava dalla barriera del circuito.
“Mio padre mi disse di saltare dentro e io mi sedetti sulle sue ginocchia, e ci dirigemmo lungo il Mulsanne Straight, proprio prima dell’Indy Corner”
–Chad McQueen
Non so quanti di voi abbiano avuto le prime premature esperienze di guida in qualche spiazzo, spinti da un padre incosciente. Io credo di avere portato per qualche metro in un piazzale fuori mano la Fiat 128 di papà, esperienza che pur essendo povera di contenuti sportivi mi segnò profondamente. Più ricca la prima volta di Chad, che sulle ginocchia di papà, si trovò a governare una Porsche 917 sul circuito più famoso del mondo.
“Ricordo soprattutto le forze G quando accelerò”. Quel giro sfrecciando a velocità da gara (forse chi sostiene che Steve McQueen non avesse tutte le rotelle a posto, ha qualche ragione) fu l’inizio della via di fuga dal centro dell’ombra del padre.
“L’effetto di quel giro mi rese dipendente da una vita di velocità”
–Chad McQueen
Un effetto che il McQueen genitore, evidentemente spinto da intenti opposti a quelli del padre di Giacomo Agostini (che tentò con ogni mezzo di scoraggiare la carriera del figlio), avrebbe potuto e dovuto prevedere, ma che sarebbe entrato in piena azione solo dopo la rinuncia alla carriera artistica.
Traumi ereditari
Steve McQueen, che aveva vissuto un’infanzia traumatica caratterizzata dall’abbandono paterno e dai maltrattamenti, aveva fatto di tutto per essere presente nella vita dei suoi figli. Non sempre riuscendoci.
“Aveva avuto un’infanzia terribile, da orfano. Per questo voleva che io e mia sorella fossimo sempre con lui”
–Chad McQueen
“Era un padre amorevole, e prima di girare qualsiasi film si assicurava che io e mia sorella Terry potessimo raggiungerlo sul set: aveva bisogno che fossimo uniti.”
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In quel giro sulla Porsche 917 si frullarono tutte le contraddizioni di una famiglia dalle transizioni generazionali tormentate. Affetto e incoscienza, vicinanza tentata, con risultati paradossali.
Chad McQueen è morto l’11 settembre 2024 all’età di 63 anni, forse per le estreme conseguenze di una caduta di 4 anni prima, quando non si era ancora ripreso perfettamente dall’ultimo dei suoi molti incidenti.
Suo padre Steve aveva avuto una fine ancora più prematura, stroncato da un cancro che, secondo alcuni pareri medici, aveva avuto origine proprio durante l’avventura di Le Mans.
Per entrambi, riuniti da un destino segnato dalla corsa contro il tempo e contro i propri limiti, i propri traumi, i propri genitori, la corsa continua lassù.
Antonio Pintér – Boomerissimo.it


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