Un’invidia durata tutta la carriera scoppiò sul set dell’Inferno di Cristallo, rischiando di bruciarli (letteralmente) tutti e due. Per salvare tutto c’è voluta una soluzione molto creativa.
C’è un trio di film che ha segnato la mia vita, e di un paio ho già avuto modo di parlare in questo articolo e in questo. L’Inferno di Cristallo fu il film del mio undicesimo compleanno, un evento storico che mi è rimasto impresso per sempre, proprio in quella proiezione originale in sala, e non nelle innumerevoli repliche televisive, che pure da allora ho sempre seguito, senza perderne una (almeno a mia conoscenza).

Le fiamme, il terrore di uno dei più efficaci e di successo disaster movie della storia mi hanno lasciato una durevole diffidenza per gli edifici troppo alti. A produrlo fu il geniale quanto economicamente vampiresco (a sentire Sylvester Stallone) Irwin Winkler, l’uomo che in un paio d’anni avrebbe prodotto anche Rocky. Questa è storia, quello che seduto in quella sala buia ancora non potevo immaginare era che le fiamme sullo schermo erano state assai meno pericolose e violente di quelle scoppiate tra le due star del film: Paul Newman e Steve McQueen. Una rivalità inestinguibile, che a dire il vero è quasi tutta da addebitare al King of the Cool di Bullit e di Le Mans. Una personalità come si suol dire iconica, ma anche un rosicone di prima grandezza, che non ha mai potuto sopportare il successo di Paul Newman e la sua caratura drammatica. Una grandezza che McQueen avrebbe inseguito invano per tutta la vita, finendo per schiantarsi produttivamente ed economicamente mentre cercava di realizzarla.
Steve McQueen, successi e complessi
Eppure a Paul Newman Steve McQueen deve il trampolino di lancio della sua carriera: una particina in Lassù Qualcuno Mi Ama che lo lanciò per una carriera di bellissimo e fascinosissimo (due caratteristiche che condivideva con quella specie di fratello maggiore) ma purtroppo non altrettanto grande, riconosciuto e apprezzato talento drammatico.
Abbiamo raccontato come Newman fosse afflitto da profonde insicurezze, e (incredibilmente) non si sentisse un attore particolarmente dotato. Faticava e studiava moltissimo, sudando l’anima sulle sue parti. E benché la sua carriera sia stata avara di Oscar, Paul Newman resta uno degli attori più nominati e riconosciuti dall’Academy Award e dalla critica. Se la sua statura fisica è stata spesso oggetto di curiosità, nessuno ha mai dubitato della sua statura di attore. Tutto il contrario per Steve McQueen che, forse, di incertezze sul suo talento ne aveva molte meno, e non ha mai sopportato vedere i rivali di Hollywood, e tantomeno Newman sopravanzarlo nell’apprezzamento critico. Il risultato di questo rancore e di questa autentica ossessione di riconoscimento è stato un desiderio feroce di monetizzare e di misurare in righe, battute, grandezza del nome sui manifesti, il proprio ruolo. Una specie di patologia che guastò molte produzioni pure leggendarie, come i Magnifici Sette, teatro di una frizione con Yul Brynner che ha lasciato il segno, anche qui su Boomerissimo®.
Steve McQueen e Paul Newman, gli antefatti dello scontro
Steve McQueen passò gran parte della sua carriera a negoziare il ruolo di attore più pagato del film, il nome più grosso in cartellone e anche il numero di righe nel copione. Una tenacia iraconda che gli costò molte apparizioni che, forse, avrebbero potuto finalmente placare il suo desiderio di riconoscimento.
Uno fu Butch Cassidy e Sundance Kid, un film in cui McQueen avrebbe dovuto apparire al fianco del suo incubo Paul Newman. Nello sforzo di non rimanere in ombra vicino a quella specie di ossessione che lo tormentava, si intignò talmente tanto in pretese assurde, sia economiche che di copione, che la produzione finì per mandarlo a quel paese, rimpiazzandolo con un allora poco noto e assai più ragionevole Robert Redford. La cosa, se possibile, non fece che rafforzare il rancore e i complessi di McQueen, che pure era l’attore più pagato e più economicamente di successo di Hollywood. Il suo nome in cartellone sbancava regolarmente il botteghino (come del resto quello di Newman). Ma McQueen voleva anche altro: quello che Newman aveva, e lui no.
L’Inferno dell’Inferno di Cristallo
Quando l’Inferno di Cristallo cominciò a prendere forma nella vulcanica mente di Irwin Winkler, le ambizioni artistiche erano limitate e l’idea di fare un sacco di quattrini nettamente predominante.

Paul Newman e Steve McQueen Fiamme sull’Inferno di CristalloForse per questo il ruolo principale, quello dell’architetto Doug Roberts, fu immediatamente offerto a McQueen. Fu Steve McQueen, a forza di studiarsi il copione, a decidere che la parte con maggiore potenziale drammatico era quella del capo dei pompieri, Mike O’Halloran. Chiese e ottenne di cambiare ruolo, spalancando le porte dell’inferno di una produzione che rimane negli annali come una delle più difficili mai realizzate a Hollywood, e non per le oggettive complicazioni tecniche. La parte di Doug Roberts fu offerta a Paul Newman e da quel momento nulla sarebbe più stato semplice (o meglio complicato) come in un normale film di disastri, incidenti, pericolo e morte. McQueen pretendeva la paga più alta, e il primo nome in cartellone, Newman che normalmente era una star di buon carattere cominciò a irrigidirsi per i capricci del suo rancoroso rivale, e pretese lo stesso. L’aspetto economico fu quello di più facile soluzione: Winkler firmò salomonicamente due assegni da un milione di dollari ciascuno (una bella fetta dei 14 milioni totali del costo del film). I due firmarono una tregua, che si sarebbe rivelata fragile e momentanea, come spesso sono i cessate il fuoco (e specialmente in mezzo a un inferno metropolitano). La posizione in cartellone si rivelò più problematica, e per arrivare a questa autentica quadratura del cerchio i grafici di Winkler dovettero escogitare una soluzione che da uomo di comunicazione non particolarmente paziente e poco incline al compromesso davanti a richieste capricciose e assurde, mi lascia infinitamente ammirato. Vi riproduciamo il cartellone originale, in cui l’impossibile diventa possibile attraverso la creatività geometrica e la diplomazia. A seconda di come guardi il cartellone, entrambi i nomi, quello di Newman e quello di McQueen si possono considerare “primi”, uno dall’alto in basso, uno da sinistra e destra. Gli ambasciatori di Winkler riuscirono a convincere entrambi di avere avuto la sospirata posizione e il film, per il momento fu salvo.
L’incubo del copione
Non era finita, come già accaduto per I Magnifici Sette, McQueen si incaponì nella conta delle battute e gli sceneggiatori furono messi al lavoro per pareggiare il numero di righe tra la parte di uno e dell’altro. Quando la difficile operazione di bilanciamento quantitativo fu compiuta e le cose sembravano essere finalmente risolte, McQueen pretese un’altra modifica: doveva avere l’ultima battuta del film, indipendentemente dal fatto che la cosa avesse senso drammaturgico oppure no. Fu dopo questo ennesimo dispetto, o sgambetto che dir si voglia, che uno spazientito Paul Newman partorì la definizione del rivale (non amico) che è rimasta immortale.
“Steve McQueen? È solo una merda di pollo”
–Paul Newman
Due star (quasi) bruciate
Il resto dei conflitti sul set furono, se così si può dire, normale amministrazione, ma finirono per far rischiare la pelle a tutti e due in un film che rischiò di diventare un disaster movie nel vero senso della parola. L’amore di McQueen per recitare anche nelle scene più acrobatiche e pericolose è sempre stata nota, per certi versi ammirevole. Una caratteristica comune a star moderne come Daniel Craig. Nella trance agonistica della competizione McQueen finì però per strafare. Pretese di saltare da un elicottero verso un edificio in fiamme. Lo stunt non riuscì nel modo auspicato e per molti giorni la dinamica star fu costretta a recitare da seduta, senza riuscire nemmeno a camminare: non l’ideale per il capo dei pompieri impegnati a salvare un grattacielo in fiamme. Anche Newman finì per farsi trascinare dalla rivalità che ormai dannava e complicava tutto: rinunciò a troppe controfigure e in una scena di lotta con le fiamme si procurò ustioni che costrinsero i truccatori agli straordinari. Eppure con i due eroi uno bruciato, l’altro azzoppato il film riuscì lo stesso miracolosamente a terminare, e non solo. Il successo di pubblico fu immenso, catastrofico, forse più ancora di quanto Winkler avesse sperato. Contava di incassare cinquanta milioni di dollari, e triplicare il suo investimento. Ne incassò oltre 200, il che a cifre attuali fa dell’Inferno di Cristallo uno dei sedici film del “Club da un miliardo di dollari”.
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