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Antonio Cianci

Antonio Cianci, il serial killer che voleva essere Goldrake

Tra Goldrake e Steve McQueen, un serial killer tutto italiano, senza possibilità di redenzione

Goldrake e Steve McQueen sono due fari della programmazione di Boomerissimo. Il primo anime giapponese a prendere il cuore dei bambini italiani, per noi che lo abbiamo vissuto è un personaggio più che positivo. Il suo nome ci riporta alla mente i pomeriggi dopo la scuola e siamo ancora in grado di cantare la sigla: Si trasforma in un razzo missile, con circuiti di mille valvole, tra le stelle sprinta e va…

Antonio Cianci
Antonio Cianci e Goldrake – Boomerissimo.it

Lo stesso dicasi per Steve McQueen, the King of Cool, l’uomo che dominava le automobili ed era glam senza cercarlo. La sua era un’attitudine innata.

Che questi due personaggi, insieme ad altri, abbiano influenzato un ragazzo, sino a farne di lui uno spietato killer, ci rammenta come ogni mente pieghi la realtà al suo sentire.

Antonio Cianci

Antonio Cianci viene alla luce a Cerignola, centro della provincia di Foggia, più noto per la sua criminalità specializzata in furti d’auto e assalti ai portavalori che per i natali dati a Giuseppe Di Vittorio.  Figlio di  ragazza madre che non poteva mantenerlo, trascorse gran parte dell’infanzia in orfanotrofio. Quando la madre si risposò, Antonio conobbe per un po’ l’affetto e il calore di una casa. 

Steve McQueen e Chad McQueen
Steve McQueen – (By SCRCI, a state correctional facility in Anchorage, Alaska [1] – U.S. Federal Bureau of Investigation [citation needed], Public Domain, https___commons.wikimedia.org_w_index.php_curid=8520951) – Boomerissmo.it

All’età di cinque anni, a metà degli anni Sessanta, si trasferì con la famiglia a Pioltello, ridente cittadina dell’hinterland milanese. In quegli anni Pioltello divenne meta di una massiccia immigrazione dalle regioni del sud, con tutte le tensioni che si possono facilmente immaginare.

Un amico dei miei tempi foggiani, trasferito da bambino a nord di Milano, ricordava il suo trauma di emigrato. Un trauma che aveva in realtà fatto vivere anche ai suoi compagni di scuola milanesi. Il bambino, che parlava in dialetto, in prima elementare veniva preso in giro dai compagni. Lui, d’altro canto, non capiva una beata di quanto gli veniva detto e prendeva tutto come un’offesa. Risultato: botte da orbi. Alla fine, si risolse tutto per il meglio. Lui e la famiglia rientrarono al paese.

Per Cianci le cose andarono diversamente. 

Fin dall’adolescenza manifestò comportamenti problematici. Secondo gli atti giudiziari, mostrava “irruenza e cattiveria” nei confronti dei coetanei sin da bambino. A tredici anni fu costretto ad un rapporto omosessuale da parte di un conoscente più grande, un trauma che contribuì al suo sviluppo psicologico distorto.

In lui crebbe l’ossessione per i personaggi negativi dei fumetti come Diabolik ed anche Goldrake di cui ammirava la potenza distruttiva. Era anche un cultore del bandito Jesse James e di Steve McQueen, per i ruoli che interpretava. Aveva inoltre una passione smodata per le armi, che un amico di famiglia riuscì a procurargli.

Gli omicidi

Il 17 ottobre 1974, a soli 15 anni, Antonio commise il suo primo omicidio. Gabriele Mattetti, di ventinove anni, era uno studente universitario che lavorava anche come metronotte in una fabbrica di Segrate. Cianci si avvicinò alla guardia giurata chiedendogli l’ora e, senza attendere risposta, sparò tre colpi di pistola: alla schiena, al cuore e alla testa. I magistrati definirono sadico l’omicidio, perché dopo aver colpito Mattetti alle spalle, Cianci esplose altri due colpi devastandogli il volto.

Cianci
I giornali dell’epoca (screenshot YouTube) – Boomerissimo.it

Non tentò di fuggire Antonio, anzi. Andò a festeggiare in un bar bevendo  spumante, dimostrando già una totale mancanza di empatia e rimorso. Per questo crimine, essendo minorenne, fu giudicato non punibile e scontò tre anni in riformatorio.

A vent’anni, nel 1979, Cianci commise la sua strage più efferata.  Tre carabinieri della stazione di Melzo, il maresciallo Michele Campagnuolo, l’appuntato Pietro Lia e il carabiniere Federico Tempini, fermarono Antonio durante un normale controllo di routine sulla SP14 a Liscate. L’uomo viaggiava su una Fiat 500. I militari ebbero il tempo di collegarsi alla centrale per verificare che l’auto era rubata e che il conducente aveva precedenti per omicidio.

Quando i militari si avvicinarono per arrestarlo, Cianci estrasse la pistola calibro 7.65 che teneva sotto la giacca e scaricò loro addosso tutto il caricatore. Dopo la strage, fu visto “frugare sopra i cadaveri” per impossessarsi delle loro armi.

Dopo il triplice omicidio tentò inizialmente di depistare le indagini sostenendo che a sparare fossero stati “alcuni sconosciuti” a bordo di un’auto. Tuttavia, fu catturato in poche ore grazie anche ad una soffiata.

Cianci non riuscì mai a fornire spiegazioni coerenti per i suoi crimini. Durante gli interrogatori davanti ai magistrati, disse che uno dei carabinieri lo aveva “preso in giro per la foto sulla patente” e per questo aveva deciso di sparare. Una motivazione chiaramente sproporzionata alla gravità del gesto.

Gli esperti identificarono in lui un’avversione patologica al potere costituito e a chi rappresentava l’autorità, in particolare chi indossava una divisa. I suoi crimini sembravano motivati da un bisogno compulsivo di “ostentare la sua dominanza criminale” e di “cimentarsi in atti criminali complessi”.

La condanna

Al processo di primo grado, Cianci fu condannato all’ergastolo, condanna confermata in appello nel 1983. Ergastolo confermato anche in Cassazione.

Durante il processo, la difesa aveva richiesto perizie psichiatriche per sostenere la tesi dell’infermità mentale. Questi esami non certificarono mai disturbi tali da compromettere la sua capacità di intendere e di volere. Nei documenti processuali Cianci era dipinto come un “killer spietato e lucido”. Inizialmente recluso nel penitenziario di Opera, nel 2017 fu trasferito al carcere di Bollate in seguito a valutazioni positive del suo comportamento.

Cianci e il mito di Goldrake – Boomerissimo.it

A Bollate, considerato un carcere modello, dopo i primi anni difficili caratterizzati da provvedimenti disciplinari, Cianci mostrò notevoli miglioramenti comportamentali, tanto da essere ammesso anche al lavoro esterno. Nel 2018 ricevette persino un encomio per l’attività nella segreteria Nuovi Giunti. Nel luglio del 2019, il Tribunale di Sorveglianza di Milano, concesse al condannato per triplice omicidio i primi permessi premio. La decisione si basava su una relazione favorevole degli operatori del carcere che attestavano “un cambiamento reale nei comportamenti” e l’assenza di “pericolosità sociale”. Ma la sua era solo strategia.

Il carcere di Bollate – Boomerissimo.it

Il 9 novembre 2019, durante un permesso di dodici ore per visitare la sorella a Cernusco sul Naviglio, Cianci si recò all’ospedale San Raffaele di Milano. Travestito da operatore sanitario con mascherina, guanti e tuta rubati dall’ospedale, aggredì un anziano di 79 anni nel parcheggio sotterraneo. Minacciandolo con un taglierino gli intimò di dargli tutto il denaro che aveva. L’anziano aveva con sé solo 9 euro e 37 centesimi e il suo cellulare. Deluso e furioso l’evaso colpì il poveretto alla gola. Il colpo sfiorò la carotide per solo un centimetro.

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Per questo episodio, Cianci fu condannato ad altri 9 anni e 4 mesi per tentato omicidio e rapina. Dopo l’arresto, fu trasferito al carcere di San Vittore a Milano. Secondo l’ordinanza del gip l’ergastolano aveva “ordito l’aggressione” sapendo che nel piano dell’ospedale dove ha colpito non c’erano telecamere, dimostrando una pianificazione fredda e lucida dell’atto criminale.

Nonostante decenni di apparente riabilitazione, Antonio Cianci ha mantenuto intatta la propria pericolosità criminale. Non sempre la redenzione è possibile.

Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®

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