Due omicidi, tante torture, un processo che divise l’America: la storia del “boy fiend” e della sua infanzia tradita
Che l’infanzia sia il periodo della bontà, tutto fiorellini e zucchero filato è un mito tramontato ormai da tempo.

Solo chi non ha mai visto interagire infanti può ancora crederci. Le motivazioni sono sia psicologiche che neurologiche.
L’empatia dei bambini
L’empatia, la capacità di calarsi nella realtà altrui e comprenderne punti di vista, pensieri, sentimenti, emozioni, non è una capacità innata, ma si sviluppa gradualmente.
Nella prima infanzia i bambini reagiscono emotivamente alla sofferenza altrui senza comprenderla realmente. In età prescolare emerge l’”empatia egocentrica”, cioè riconoscono che gli altri possono soffrire ma offrono il tipo di conforto che loro vorrebbero ricevere.

Tra i cinque e i sette anni iniziano a comprendere che gli altri hanno sentimenti diversi dai propri. Solo successivamente emerge l’empatia complessa che tiene conto delle condizioni di vita dell’altro, non solo della situazione immediata.
Non è difficile osservare bambini piccoli che fanno del male ad animali o altri bambini. Non comprendendo che gli altri possono provare dolore, esplorano cause ed effetti senza malizia. Durante i primi anni di vita, i sistemi neurali responsabili dell’autocontrollo sono ancora in via di sviluppo. Gli infanti agiscono d’impulso, senza riuscire a moderare la forza dei loro gesti.
E tutto questo succede in un bambino cosiddetto “normale”.
Nel caso di bambini con infanzia difficile il processo può subire un arresto o semplicemente evolvere in modo distorto.
Comprendere o punire? Questo è l’interrogativo che la giustizia si pone.
Jesse Pomeroy
Jesse Pomeroy non era nato fortunato. Era il secondo di due maschi. Suo padre era un veterano della Guerra Civile. Lavorava nel cantiere navale di Charlestown, la madre faceva la sarta.

Il padre era spesso ubriaco e picchiava i figli regolarmente usando un frustino. Per infliggere loro maggior dolore, li costringeva a spogliarsi prima di farlo. Finalmente la madre trovò la forza di allontanare il marito. Lo minacciò con un coltello e lui non si fece più vedere.
Jesse aveva l’occhio destro velato, che appariva bianco e la palatoschisi. Alla fine del XIX secolo, avere un aspetto diverso era una condanna all’emarginazione.
Andava a scuola, ma non gli piaceva. Preferiva leggere storie violente piuttosto che giocare con gli altri.
I suoi insegnanti lo trovavano strano, intrattabile e a lui non piaceva essere rimproverato.
I primi crimini
L’autunno del 1871, a Charlestown, molti bambini cominciarono ad essere aggrediti. Parlavano di un ragazzo più grande che li attirava in luoghi isolati con promesse di dolci e mance. Invece li attendeva la violenza.

Jesse, aveva dodici anni e sceglieva le sue vittime tra i bambini più piccoli. Li legava e li torturava con bastoni, aghi, coltelli, mostrando un alto livello di sadismo. Spesso li faceva pregare per poi costringerli a bestemmiare.
Le prime sue vittime furono: William Paine di solo quattro anni, trovato legato per i polsi al tetto di una latrina abbandonata, seminudo e coperto di lividi; Tracy Hayden, di sette, aggredito nello stesso luogo, con il naso rotto e diversi denti spezzati; Robert Maier, otto anni, legato e picchiato. Jesse si masturbava durante l’aggressione. Poi ci fu Johnny Balch, sette anni, torturato e costretto a lavarsi le ferite nell’acqua salata; George Pratt, sette anni anche lui, morso, torturato con un ago e mutilato. Seguì Harry Austin di sei anni. Jesse tentò di tagliargli il pene con un coltello; e poi Joseph Kennedy, sette anni, legato e picchiato. Lo lasciò con numerosi tagli inflitti con un coltello tascabile. La serie terminò con Robert Gould, cinque anni, legato a un palo del telegrafo, picchiato e sfregiato.
Fu Joseph Kennedy a farlo arrestare. Mentre si trovava nella stazione di polizia, riconobbe il suo carnefice dalla finestra. Immediatamente arrestato, Jesse confessò tutto. Era lui, il “boy torturer”, il nome che gli avevano dato i giornali.
Processato il giorno dopo l’arresto, fu condannato a sei anni da scontare nella State Reform School for Boys di Westborough.
Gli omicidi
Il serial killer bambino fu rimesso in libertà dopo diciassette mesi, sulla parola, e riaffidato alla madre. Lei aveva un piccolo negozio di sartoria e suo fratello vendeva giornali.
Passò poco più di un mese dal suo rilascio, quando una ragazzina di dieci anni, Katie Curren, scomparve. Era stata vista l’ultima volta proprio al negozio dei Pomeroy. Era entrata per comprare un quaderno. La polizia fece domande, cercò, ma non trovò nulla.
Jesse, invece, l’aveva vista, attirata nel seminterrato e uccisa, seppellendone il corpo, proprio sotto il negozio.
Dopo un mese, Pomeroy attirò Horace Millen, di quattro anni, in una zona isolata vicino a Dorchester Bay. Gli aveva promesso un dolce. Invece Jesse gli diede la morte con numerose coltellate. Tentò di castrarlo, gli tagliò la gola fin quasi a decapitarlo. Il corpo fu scoperto il giorno stesso.
La polizia tornò da lui. Gli trovarono addosso graffi e sangue. Jesse, ancora una volta, confessò.
La madre fu costretta a vendere il negozio per affrontare le spese legali. Durante i lavori di ristrutturazione, i nuovi proprietari trovarono il corpo di Katie Curren.
Il secondo processo
Il processo iniziò l’8 dicembre 1874 davanti alla Corte Suprema del Massachusetts. Il procuratore generale John May presentò le prove: testimoni oculari, impronte delle scarpe di Jesse sulla sabbia, le sue confessioni e la testimonianza delle vittime precedenti.
L’avvocato difensore Charles Robinson adottò come strategia di difesa l’infermità mentale. Sostenne che Jesse soffriva di “follia morale” e non poteva controllare i suoi impulsi.
A parlare delle condizioni psichiche del ragazzo furono chiamati tre “alienisti”.
Il Dr. Tyler, della difesa, sosteneva che Jesse fosse pazzo, adducendo a prova la mancanza di movente, l’indifferenza verso le conseguenze e la barbarie dei crimini. Un altro medico, sempre per la difesa, affermò che Jesse “non era responsabile quando commise gli atti”.
Diversamente il Dr. George T. Choate, che parlava per l’accusa, definì Jesse furbo, manipolatore e sano di mente.
La giuria lo dichiarò colpevole di omicidio di primo grado, ma aggiunse una raccomandazione di clemenza per la giovane età dell’imputato. La condanna avrebbe dovuto essere morte per impiccagione.
Tuttavia, il Governatore William Gaston rifiutò di firmare il mandato di esecuzione, e il suo successore Alexander Rice fece lo stesso. Il Consiglio del Governatore votò con cinque voti su tre per commutare la sentenza in ergastolo con isolamento in cella di rigore.
I giornali seguirono ogni aspetto del caso con titoli sensazionalistici. Jesse divenne una celebrità, tanto da essere rappresentato nel Museo delle Cere Madame Tussauds nella Camera degli Orrori.
Il ragazzo divenne adulto in carcere. Trascorse quarantuno anni in isolamento nella Prigione Statale di Charlestown, ma non in modo pacifico.
Tentò la fuga almeno dodici volte, costruendo strumenti rudimentali e perdendo un occhio tentando di far saltare la parete della cella.
Nel corso della sua detenzione scrisse la sua autobiografia, imparò diverse lingue straniere, incluso l’ebraico e il tedesco e studiò diritto e filosofia greca.
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Nel 1929, uscito dall’isolamento, ma ormai anziano e in cattive condizioni di salute, fu trasferito al Bridgewater Hospital for the Criminally Insane, dove morì per cause naturali il 29 settembre 1932, all’età di 72 anni.
Un ragazzo diventato vecchio in carcere senza possibilità di redenzione.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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