La conquista dello spazio si è interrotta non per Klingon e Romulani, ma per banalissimi umani
Star Trek, UFO, Spazio 1999: ne abbiamo parlato diffusamente tra le pagine di Boomerissimo.

Il fascino dello spazio per noi ragazzini che andavamo in giro in treno con l’accelerato o in macchina con la 500, la 850 o la Simca 1000 era reale.
La conquista dello spazio
Il diverbio tra Tito Stagno e Ruggero Orlando su quando Neil Armstrong mise il primo piede umano sulla luna era già dimenticato, molte altre missioni erano seguite, qualcuna aveva dovuto comunicare a Houston di avere un problema.
Sembrava un crescendo, un’escalation verso la conquista del futuro, perché lo spazio questo significava, il futuro. Ci eravamo presi la Luna e tutti immaginavamo che da lì a poco, avremmo piantato la bandiera su altri pianeti. Eravamo ingenui, non facevamo calcoli su tempi di percorrenza, diverse atmosfere, gravità, tipo di suolo. Sembrava tutto pronto, lì, bastava allungare la mano. Del resto il capitano Kirk aveva la velocità di curvatura e il teletrasporto…
Dopo sessant’anni, gli obiettivi sullo spazio sono cambiati. I magnati organizzano viaggi di svago in orbita per soddisfare fidanzate e celebrità, che come Armstrong, hanno una reale formazione ed interesse scientifico. Infatti hanno portato a casa un selfie ed un post sui social.
Lo Space Shuttle
Dopo un periodo di appannamento, la corsa verso lo spazio riprese ad appassionare con gli Shuttle. Era l’avverarsi di tutti i telefilm di fantascienza. La navicella, partita dalla Terra, compiva la sua missione e rientrava, come un’aereo, sulla pista, pronta verso nuove avventure.
Prima di allora gli astronauti rientravano tramite la capsula spaziale, che grazie la decelerazione atmosferica e l’ausilio di paracadute, ammarava, prontamente recuperata dalla U.S. Navy. I russi, invece, rientravano nella steppa kazaka.
L’Apollo che ha portato il primo uomo sulla luna – Boomerissimo.it
La prima missione dello Space Shuttle fu la STS-1, con l’orbiter Columbia. Quella prima navicella fu lanciata il 12 aprile 1981 dal Kennedy Space Center. A bordo c’erano il comandante John W. Young (già astronauta delle missioni Gemini e Apollo) e il pilota Robert L. Crippen, al suo primo volo.
La missione fu breve, durò poco più di due giorni, durante i quali Columbia compì trentasette orbite prima di atterrare alla base Edwards in California. La data non era scelta a caso, coincise esattamente con il ventesimo anniversario del volo di Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio. Il programma Shuttle prese vita nel 1972. Il veicolo riutilizzabile avrebbe dovuto garantire “facili e economiche comunicazioni fra Terra e stazioni spaziali”, secondo i documenti NASA dell’epoca. Era previsto anche l’utilizzo per missioni con habitat lunari come base per Marte, ma queste intenzioni vennero ridimensionate per vincoli politici ed economici.
Col tempo, i costi di esercizio si rivelarono più alti del previsto. Ad ogni modo il programma portò a compimento missioni importanti: mise in orbita e riparò grandi satelliti, incluso Hubble; contribuì alla costruzione della stazione spaziale internazionale oltre ad aver permesso avanzati esperimenti scientifici e tecnologici.
Il Challenger, una tragedia prevedibile
Nel 1986 le missioni dello Space Shuttle non suscitavano più l’entusiasmo del pubblico americano, perlomeno non come i primi lanci. Era diventata una sorta di routine, perlomeno per coloro che guardavano comodi e al sicuro dal divano di casa. Ma una missione spaziale non ha nulla di ordinario.
C’era bisogno di tirar fuori il coniglio dal cappello per permettere agli Shuttle di avere consenso e permettere missioni future.La NASA stava affrontando diversi problemi che richiedevano maggiore attenzione e consenso pubblico per garantire il futuro del programma.
Shuttle aveva fallito clamorosamente negli obiettivi economici originari. Dal costo stimato di dieci milioni di dollari previsto per singolo lancio, si arrivò a raggiungere dai cinquecento ai mille milioni di dollari per missione. La frequenza promessa di cinquanta voli l’anno si attestò a cinque.
Dopo i successi iniziali, quindi il programma stava perdendo appeal agli occhi del pubblico americano, riducendo il sostegno politico e i finanziamenti. Fu allora che venne creato Il Programma “Teacher in Space”, una vera e propria strategia di marketing.
Il Teacher in Space Project, annunciato dal Presidente Reagan nell’agosto 1984, era esplicitamente progettato per rilanciare l’interesse per lo spazio. Il programma mirava a “ispirare gli studenti, onorare gli insegnanti e stimolare l’interesse per matematica, scienza ed esplorazione spaziale”. Più di undicimila insegnanti fecero domanda per partecipare. A vincere fu Christa McAuliffe, la quale non sapeva di aver tirato fuori il bastoncino più corto.
La missione STS-51-L del 28 gennaio 1986 era la decima del Challenger e la 25ª del programma Space Shuttle. La missione aveva subito diversi rinvii nelle settimane precedenti. La pressione per procedere era altissima, nonostante le condizioni meteo avverse. L’equipaggio comprendeva il comandante Francis R. “Dick” Scobee, il pilota Michael J. Smith, gli specialisti di missione Ellison S. Onizuka, Judith A. Resnik e Ronald McNair, l’ingegnere Gregory Jarvis e Christa McAuliffe, appunto, un’insegnante di scuola superiore del New Hampshire. Un vasto pubblico era presente al lancio, tra cui le famiglie dell’ equipaggio. Lancio perfetto. Dopo 73 secondi l’esplosione, a quattordici chilometri da terra, sopra l’oceano Atlantico.
La mattina del lancio, la temperatura era scesa fino a -7°C, la più fredda nella storia dei lanci NASA. Questa temperatura record rese la gomma degli O-ring rigida e fragile.Gli O-ring erano guarnizioni in gomma sintetica del diametro di 12 piedi progettate per impedire la fuoriuscita di gas combusti ad alta pressione e temperatura dai booster. In breve, persero elasticità. Quando i booster si accesero, i gas combusti ad alta temperatura iniziarono a fuoriuscire dalla giunzione compromessa, creando un getto di fiamma che erose il materiale. Boom.
Le Responsabilità della NASA
Le indagini della Commissione Rogers rivelarono che la NASA era a conoscenza dei problemi degli O-ring fin dal 1977 e dal 1982 erano stati classificati come problema di “Criticità 1”, cioè che il loro guasto poteva causare non solo la perdita della navicella, ma soprattutto la morte dell’equipaggio.
Alla vigilia del lancio, gli ingegneri della Morton Thiokol (l’azienda produttrice dei booster) espressero le loro preoccupazioni sulla sicurezza del lancio. Durante la teleconferenza, i tecnici della Thiokol raccomandarono di non lanciare con temperature inferiori a 12°C. Allan McDonald, responsabile del progetto booster, rifiutò di firmare il documento di autorizzazione al lancio. Ma i dirigenti della NASA non si potevano permettere un rinvio. Dopo mezz’ora di accese discussioni, i manager della Thiokol, ignorando i propri ingegneri autorizzarono il volo.
La Sorte dell’Equipaggio
L’unica consolazione, in chi assistette al tragico volo, fu la speranza che l’equipaggio, data la violenza dell’esplosione, fosse morto sul colpo, senza accorgersene. Purtroppo non fu così. Molte prove emerse in seguito hanno evidenziato che alcuni membri dell’equipaggio sopravvissero per tutto il tempo.
La cabina, costruita in alluminio rinforzato, si separò intatta dal resto dell’orbiter. Continuò in una traiettoria balistica, raggiungendo il punto più alto, venti km, circa 25 secondi dopo l’esplosione, per poi iniziare la caduta libera verso l’oceano.
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Almeno tre dei quattro Personal Egress Air Packs (sistemi di respirazione d’emergenza) recuperati erano stati attivati manualmente. Questi sistemi non erano progettati per l’uso in volo ma solo per emergenze a terra, e richiedevano un’azione deliberata per essere attivati. Gli investigatori scoprirono che diversi interruttori sul pannello del pilota Michael Smith erano stati spostati dalle loro posizioni di lancio standard. Era stato il pilota ad azionarli. E poi, l’ultimo messaggio. Dopo quei fatidici 73 secondi, Smith pronunciò le parole “Uh-oh”. Si era reso conto di tutto.
La cabina impattò l’oceano a 333 km/h dopo due minuti e quaarantacinque secondi. Quasi tre minuti per rendersi conto di morire. NBC News riportò che esperti veterani del programma shuttle, inclusi gli astronauti Robert Crippen e Bob Overmyer, conclusero che le persone a bordo erano rimaste in vita per tutto il tempo. Il Dr. Joseph P. Kerwin, medico e astronauta che condusse l’indagine medica, concluse nel suo rapporto che la causa della morte degli astronauti non poteva essere chiaramente determinata. Tuttavia, aggiunse, le forze a cui furono sottoposti probabilmente non ne causarono la morte. E’ possibile, ma non certo, che persero conoscenza a causa della perdita di pressione in cabina.
Cabina che fu ritrovata a trenta metri di profondità. Era disintegrata, con la frammentazione più pesante e i danni da impatto sul lato sinistro. Le fratture esaminate erano tipiche di rotture da sovraccarico e sembravano essere il risultato di forze elevate generate dall’impatto con la superficie dell’acqua. Mike Coats, astronauta veterano, fu tra i primi a esaminare il relitto. Descrisse ciò che rimaneva della cabina del Challenger come n “foglio di alluminio che era stato schiacciato in una palla”.
I resti delle persone a bordo, perché di resti si parlò e non di corpi, furono cremati insieme e sepolti ad Arlington. Il disastro causò una sospensione del programma Space Shuttle. La NASA, alla luce di quanto avvenuto, ordinò cambiamenti importanti non solo per gli O-ring, ma anche per le dotazioni della cabina e dell’equipaggio. Nel 1987 fu approvata la costruzione di un nuovo orbiter, l’Endeavour, per sostituire il Challenger. Una nuova iniezione di ottimismo, prima del Columbia.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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