Andare nello spazio era la parte facile. Tornare sulla Terra, per Alexei Leonov, fu tutta un’altra storia.
Ero ancora un bambino quando vidi l’uomo arrivare sulla Luna. A portarmi lassù fu Tito Stagno, e non l’ho mai dimenticato. Mio papà che apre la porta della stanza dove stavo giocando e mi mostra qualcosa che non sapevo cosa fosse, ma che non so come capii immediatamente. Meno familiare mi era l’avventura sovietica.

Un po’ perché per i russi, gente che aveva occupato casa mia, non ho mai avuto troppo simpatia, un po’ perché le loro avventure erano meno mediatizzate, meno spettacolari, e alla fine meno di successo. In fondo portare un cane a spasso in orbita non è cosa paragonabile a passeggiare lassù, su quel cerchio luminoso che sembra fatto di formaggio. Eppure avevamo qualche amico che per l’Unione Sovietica andava su e giù. E furono da quei racconti semplici e commoventi, sulla natura e sulla sostanza delle navicelle sovietiche che col tempo mi nacque simpatia anche per loro, i cosmonauti al di là della cortina. Gente che saliva su scatolette visibilmente improvvisate che – così mi assicuravano – facevano impressione per la loro costruzione rudimentale. Ci voleva del coraggio a salirci (e a dire il vero era vero anche per gli americani, che di astronauti nello spazio ne hanno persi non pochi). Ma a quanto pare il coraggio serviva anche per scendere. Tra tutte, la discesa più avventurosa, quella che racchiude tutto e che portò una singolare innovazione nella corsa sovietica allo spazio, è quella di Alexei Leonov.
Alexei Leonov un uomo solo nella taiga
Marzo 1965. Siamo nella taiga, nell’immensità del mare d’erba e di sterpi siberiano. Gli americani cadono in mare, i russi, in questa distesa brulla e disabitata. Il portello dello scassone russo si apre con un sospiro metallico. Alexei Leonov — l’uomo che poche ore prima ha fluttuato fuori dalla navicella e ha regalato all’umanità la sua prima passeggiata nello spazio — scende sulla Terra e scopre che il ritorno sarà parecchio più difficile del giro che ha appena compiuto a 500 chilometri di altezza.
Yuri Gagarin e Alexei Leonov – Boomerissimo.it
Non c’è una pista e non ci sono navi militari; non c’è una base ad aspettarlo. In sostanza non c’è nessuno, nemmeno un rumore lontano che faccia pensare all’uomo. C’è solo la foresta degli Urali, neve alta fino al ginocchio e alberi fitti che chiudono la vista. L’aria è ghiacciata; taglia la pelle della faccia. Il cosmonauta più famoso del mondo adesso è solo in mezzo al niente, e il niente non è un bel posto dove stare quando sei impacciato da una tuta spaziale.
L’uomo che camminò nello spazio
La missione Voskhod 2 è partita il 18 marzo 1965 con due uomini: il comandante Pavel Belyayev e il pilota Alexei Leonov. L’obiettivo è il più ambizioso di quei primordi di corsa allo spazio: dimostrare che un essere umano può uscire dalla capsula, stare nel vuoto assoluto, lavorarci, e rientrare vivo. Oggi tutti i film ce lo raccontano, ma in quel 1965 nessuno lo ha ancora mai fatto. Sarà possibile? Nessuno lo sa realmente, ma Leonov, sovietico e disciplinato, esce.

Galleggia nel vuoto ad un’altezza a cui nessun uomo ha mai passeggiato prima e quando rientra è l’uomo più famoso del mondo. Scoprirà solo dopo che quella è stata la parte facile. La sequenza di rientro è subito meno scontata. Il sistema di controllo si guasta e la capsula esce di traiettoria. E ci esce secondo le sconfinate misure dello spazio sovietico. Quando atterra è a centinaia di chilometri dal punto previsto. Leonov e Belyayev toccano terra in una zona di foresta densa nei pressi di Perm, negli Urali, in piena neve. Sono inseguiti dalle squadre di recupero, che li hanno visti schizzare chissà dove ma la foresta è troppo fitta per raggiungerli. Anche una volta individuati, le chiome degli alberi formano un tetto impenetrabile. Raggiungerli dagli elicotteri non si può, senza rischiare un disastro che non aiuterebbe la comunicazione. Si decide per la via più sicura, ma più lenta. Mandare una squadra a terra, col compito di avanzare nella foresta. Quella notte, Leonov e Belyayev dormono nella capsula, e aspettano. II giorno dopo finalmente il silenzio inquietante si rompe, in lontanza arrivano le urla, i colpi d’ascia di una piccola folla in avvicinamento. Sono i soccoritori. Adesso ad essere dispersi sono in tanti, ma la seconda notte si annuncia più gestibile. C’è il fuoco, c’è il tè caldo, si provano gli sci e il giorno dopo tutti insieme, sciando sulla neve in tuta spaziale per chilometri e chilometri, l’allegra brigata trova il modo di uscire dal fitto della vegetazione e raggiungere un luogo dove un elicottero possa atterrare. Sono passati tre giorni e due notti nel bosco. E sarebbero stati tre giorni da incubo se il kit di sopravvivenza dell’astronauta sovietico non includesse qualcosa che nemmeno agli americani, con il loro background western e armiero è mai venuto in mente.
Una pistola nella capsula
Nel kit di sopravvivenza dei cosmonauti sovietici c’è anche un’arma. È una precisa scelta tecnica ragionata con razionalità sovietica. Gli imprevisti vanno almeno in parte previsti e per un astronauta sovietico, come è appena successo, non è affatto da escludere un rientro solitario, dalle regioni più selvagge dell’impero.

E quel che è peggio, popolate da animali poco accoglienti: predatori di ogni tipo e specialmente lupi e orsi. Niente bestiole da Yellowstone (che poi nella realtà tanto mansuete non sono), ma orsi affamati e pericolosi, pronti a cogliere l’occasione della vita. All’epoca di Leonov il kit di sopravvivenza include una semplice pistola automatica Makarov, l’arma corta standard dell’esercito sovietico. Comoda, affidabile, progettata per la guerra urbana. È un oggetto che non tradisce, utile nei sotterranei di una prigione, per “sistemare” un oppositore politico, per inscenare il suicidio di un ufficiale entrato in contrasto col partito, utile persino – almeno in teoria per lo scontro ravvicinato con il nemico armato capitalista. Ma decisamente meno utile per affrontare un orso infuriato. Una di quelle bestiole per cui diventa fondamentale il cosiddetto “potere d’arresto”, che un minuscolo proietto in calibro da 9 da pistola non possiede di sicuro. Leonov lo sa bene, e dopo la sua passeggiata nel bosco, che lo ha terrorizzato ben più di quella nello spazio, non manca occasione per dirlo chiaramente: quella pistola, contro un orso adulto degli Urali, è poco più di un buffetto.
La TP-82: dallo spazio alla taiga
La risposta del genio sovietico, partorita dopo attenti studi si chiamerà TP-82 (ma è nota anche come TOZ-82). Si tratta di un’ingegnosa arma di sopravvivenza multiuso pensata su misura delle esigenze di un cosmonauta, ben diverse da quelle di un ufficiale NKVD. La TP-82 ha tre canne, di cui due per cartucce da fucile e una per proiettili più piccoli e un calcio che – quando tutto va storto – si trasforma in machete. È l’arma perfetta per sopravvivere: cacciare, difendersi, segnalare la propria posizione, aprirsi un varco nella foresta.
La commissione che approva il progetto, nel 1981, è guidata da Leonov in persona, ormai esperto nel ramo atterraggi avventurosi. L’arma viene prodotta a Tula, entra in servizio nel 1982 e da quel momento ogni Soyuz ne porta una a bordo. Per venticinque anni — fino al 2007 — la TP-82 sarà l’equipaggiamento standard di ogni missione spaziale sovietica e poi russa.
Due superpotenze, due finali diversi
È gli americani? Come affrontavano la loro versione del problema? L’approccio yankee, almeno nell’epoca d’oro, era fondamentalmente “navale”: ammaraggio nell’oceano, flotta di recupero in attesa. Un finale orchestrato, con un’estetica da parata: la capsula che galleggia, i sommozzatori che aprono il portello, la portaerei sullo sfondo. Funzionava, ed era anche molto fotogenico, cosa importante per il paese che ci ha dato Hollywood. Grande dispendio di telecamere, nessuna necessità di fucili, nemmeno subacquei. Non sempre è andata a finire bene, come abbiamo raccontato in questo articolo: uno dei momenti più tragici e, ancora una volta, scenografici, dell’avventura spaziale USA.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con un click a questo link
Purtroppo, in quel caso, nessun accessorio avrebbe potuto essere d’aiuto. Gli americani salgono, e cadono dove devono, sotto le luci e davanti alle telecamere. Oppure non tornano affatto. Sono due modi diversi di affrontare l’oscurità e l’imprevisto. Due modi di essere eroi che ancora non potevo immaginare al tempo di quella prima camminata sulla Luna che usciva dal mio televisore di casa. Ma che è stata fatta anche da gente come Leonov. Atronauta, anzi cosmonauta (così amavano chiamarsi i russi) che venivano da un altro mondo, e che all’altro mondo, se proprio doveva finirci, preferiva non andarci per la zampata di un orso siberiano.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


Rispondi