“Practice, practice, practice”. Il piano di allenamento di Bruce Lee non era per deboli di cuore (o di muscoli). L’abbiamo ritrovato, e fa piuttosto paura.
Quando si parla di talento e di successo, le scuole di pensiero sono fondamentalmente due: una è che senza talento non si va da nessuna parte (era quella che per lunga parte della vita ha professato mio padre, un educatore piuttosto disincentivante).

L’altra è che il duro allenamento, lo studio, la pratica quotidiana, la fatica, possono condurti da qualunque parte. Era l’idea di Vito Antuofermo. Un pugile che non aveva (forse) talento cristallino, né quel dono della natura che è il pugno che massacra. Ma che è riuscito lo stesso a diventare campione del mondo dei pesi medi e a difendersi contro gente come Marvin Hagler, che non mancava né di talento, né di ore di palestra.
Bruce Lee, un disobbediente aguzzino di se stesso
Chi ha studiato un po’, come noi di Boomerissimo, la carriera di alcuni campioni orientali, ha trovato le tracce di una carriera di sofferenza e talvolta di abusi. La scuola cinese non è tenera con i giovani virgulti: l’idea di fondo pare essere che se l’allievo si spezza solo per un po’ di botte, di sadismo, oltre che per una normale fatica insopportabile, non sarà mai in grado di arrivare nell’olimpo delle star dello spettacolo, nelle varie accezioni che la scuola orientale considera tale. Lo abbiamo raccontato in questo articolo su Jackie Chan e i suoi difficili inizi.
Bruce Lee ha avuto una storia un po’ diversa. Lee era figlio di una star dell’opera cantonese, visse sin da piccolissimo a cavallo tra Hong Kong e la California, tra mondo del cinema (in cui debuttò a tre anni) e passione per le arti marziali. Un continuo alternarsi di tra successo e terribili difficoltà, sia economiche che razziali. Nel 1941 un giovanissimo Bruce si trovò in un’America attaccata dal Giappone: non fu un toccasana per gli orientali negli Stati Uniti, anche se col Giappone non avevano nulla a che fare. Tornata a Hong Kong la famiglia di Lee si trovò subito in una situazione ancora peggiore. Il Giappone attaccò e occupò la loro città-stato.
I giapponesi, al contrario degli americani, avevano molto chiaro ciò che divideva i cinesi dai figli del Sol Levante. Per i cittadini cinesi di Hong Kong fu un incubo: i giapponesi avevano deciso di trasformarli in schiavi, uomini di second’ordine. Una tragedia che continuò per anni e gettò i Lee nella miseria.
In mezzo a tutto questo, Bruce Lee sviluppò un carattere ribelle e indipendente, piuttosto in contraddizione con la tradizione gerarchica e rispettosa dell’autorità della sua terra di origine. Volevano fare di lui un attore del cinema? Niente da fare lui sarebbe diventato un maestro di arti marziali. Nel frattempo esercitava la sua passione per il combattimento in risse stradali.
La disperazione della sua famiglia, che lo affidò a un maestro bavarese per raddrizzarlo, non sortì grande effetto. Verso il 1950 dovettero rassegnarsi al fatto che Bruce non sarebbe diventato attore e accettarono le arti marziali, che erano pur sempre meglio delle botte e delle bastonate in strada.
Bruce diede di nuovo prova di scarsa obbedienza “orientale”. Aperta la sua scuola in una misera palestra, decise quasi subito che nessuna arte marziale era abbastanza buona per lui, e si mise ad inventarne una che avrebbe dovuto riassumerle tutte. Anche perché i maestri cinesi lo avevano rifiutato in quanto “straniero”, a causa del quarto di sangue europeo di sua madre.
Da questa vera e propria continua maledizione razziale, forse dalla consapevolezza che nessun posto sulla terra era davvero casa sua, e nessuna tradizione lo avrebbe abbracciato come figlio, nacque la caparbia volontà di indipendenza, e forse l’egocentrismo di Lee, maestro di se stesso, che non obbediva a nessuno. Che le sue regole se le inventava lui.
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Se le inventò seguendo almeno in una cosa il solco della sua tradizione cinese: nessuno gli avrebbe inflitto sofferenze indicibili, per la buona ragione che se le sarebbe imposto da solo, e meglio di quanto avrebbe potuto fare chiunque altro.
Il workout di Bruce Lee, un esercizio di masochisimo.
Per averne una prova basta guardare la sua scheda di allenamento, fortunosamente ritrovata.

La scheda, che risale al 1965, quando Bruce Lee aveva 25 anni, mette una certa impressione, e testimonia della sua folle volontà di emergere a qualunque costo: solo per le braccia aveva previsto 14 allenamenti al giorno con una quantità di esercizi ripetuti fino allo sfinimento.
La tradizione dello scrivente è più epicurea, e rifugge da questo genere di punizioni autoinflitte, per cui possiamo solo riportarvi ciò che recita la scheda che prevede Squat (3 serie da 10 ripetizioni con pesi da 43 kg), French Press 4 serie ripetute 6 volte con zavorra di 30 Kg), Curl inclinato con peso da 16 chilogrammi: 4 serie ognuna ripetuta sei volte, Curl semplice sempre con peso da 16 Kg 4 serie ripetute sei volte. Infine le inevitabili flessioni: 3 serie da 10 con 36 Kg di pesi e infine il curl a due mani: 3 serie da 8 con 36 chili di pesi.
Una tabella mostruosa, qualcosa di simile a quello che molti anni dopo avrebbe imposto a se stesso Mike Tyson. Questo Bruce Lee, implacabile aguzzino di se stesso, questo eroe che in mancanza di una scuola si maltrattava da solo, riuscì a massacrarsi senza spezzarsi.
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Nella più pura tradizione da cui sfuggiva, passò l’esame della sofferenza e si dimostrò capace di affrontare le sfide della vita. Ma nella vita, fallì miseramente nel suo compito principale, la ragione per cui aveva sopportato tutto questo.Aveva deciso che la sua vita non era su un set. Che non sarebbe stato attore come la sua famiglia si aspettava da lui.
Com’è finita lo sappiamo tutti.
Antonio Pintér – copyright Boomerissimo.it®


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