Era il più grande e non mancava di mostrarlo a tutti. Fino a quando…
Il più grande artista marziale che il mondo abbia conosciuto era anche un uomo sicuro di sé e delle sue capacità, atletiche e recitative.

Non peccava di falsa modestia e la storia gli ha dato ragione, a cinquant’anni dalla sua morte conta ancora milioni di fan.
Americano
Americano di nascita, Bruce Lee voleva sfondare a Hollywood come attore. Gli anni Sessanta però non erano un’epoca friendly per chi non aveva tratti somatici da bravo americano da cartolina. Nel 1955 Rosa Parks era stata arrestata in Alabama per essersi seduta in un posto non riservato ai neri e nel 1968 Martin Luther King fu ucciso per aver avuto un sogno.
Seppure gli Stati Uniti rivendichino il loro status di nazione che si erge a baluardo delle libertà, la realtà è un po’ più articolata. I bianchi continuano ad essere più uguali delle minoranze, perlomeno secondo i fatti di cronaca che con una certa regolarità avvengono.
Ad ogni modo Lee credeva nel suo sogno americano e quando entrò a far parte del cast dello show televisivo The Green Hornet pensò che quello fosse solo il primo passo verso il successo. Realizzò molto presto che non sarebbe andato oltre il ruolo di Kato, il fedele assistente del Calabrone verde interpretato da un più caucasico Van Williams.
L’America non era pronta ad un protagonista che seppur nato su suolo statunitense, aveva, per così dire, un aspetto esotico. Tornato a Hong Kong diventerà la leggenda che conosciamo.
Stunt
Torniamo al 1966 sul set di The Green Hornet. L’inventore del Jeet-Kune-Do aveva un atteggiamento un po’ sprezzante nei confronti degli stuntman. Lee ci teneva che le scene di combattimento fossero realistiche e faceva valere la sua superiorità.
Bennie Dobbins, il coordinatore delle controfigure, ad un certo punto ne ebbe abbastanza delle alzate di testa dell’artista marziale e decise di chiamare qualcuno per dargli una lezione.
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Il personaggio chiamato per rimettere in riga il Dragone era Gene LeBell. LeBell non era solo uno stuntman. Judoka e istruttore di arti marziali vinse, per due anni consecutivi, il 1954 e 1955, l’Amateur Athletic Union National Judo Championships.
E’ stato anche il vincitore del primo incontro di MMA trasmesso in televisione, nel 1963. Suo avversario era il pugile Milo Savage che poteva usare i pugni, mentre LeBell poteva avvalersi delle tecniche di judo e karate esclusi i calci. LeBell vinse alla quarta ripresa dopo aver fatto svenire l’avversario.
Dobbins chiese a LeBell di risolvere la faccenda con Lee. Il judoka nonché wrestler afferrò l’artista marziale bloccandolo con una headlock e portandoselo in giro per tutto il set.
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Lee urlava di metterlo giù altrimenti lo avrebbe ucciso e LeBell rispondeva che non poteva farlo proprio perché non voleva essere ucciso.
LeBell raccontò che la scena si concluse con una stretta di mano. Pare che i due cominciarono anche ad allenarsi insieme.
L’omaggio di Tarantino
La storia di di Bruce Lee che strapazzava gli stuntman prima di essere a sua volta strapazzato è cosa nota a Hollywood. Quentin Tarantino l’ha inserita, un po’ rivisitata, nel suo C’era una volta a…Hollywood.
E’ Brad Pitt che riveste il ruolo di colui che castiga Bruce Lee. La scena, in cui il Dragone appare un po’ sciocco, non è affatto piaciuta a Shannon Lee. Omaggio o dissacrazione? Ai fan l’ardua sentenza.
Antonietta Terraglia – Copyright Boomerissimo®


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