L’ineguagliato artista marziale era anche un uomo. E come uomo aveva i suoi limiti. Sapere quali erano ce lo fa apparire ancora più grande.
Siamo abituati a pensare a Bruce Lee come invincibile, nella sua arte sicuramente. Un primato il suo che gli venne riconosciuto quando era in vita da allievi e ammiratori e che continua a resistere anche oggi.

Ha avuto eredi? Può Jackie Chan considerarsi tale? La loro formazione è stata diversa, le epoche che hanno attraversato anche, così come i loro obiettivi. Due grandi, ma ognuno a suo modo, secondo un loro peculiare percorso.
La filosofia di Lee
L’artista marziale nato in America da genitori di Hong Kong ha subito due volte la discriminazione razziale. Per gli yankee era un diverso. Nonostante lo ius soli, erano tempi in cui colui che aveva tratti somatici esotici era ghettizzato e Lee non poteva nascondere le sue origini. Ma anche dai cinesi non era ben visto per aver rivelato i segreti delle arti marziali ai non cinesi, aprendo palestre negli USA e allenando personalmente alcune star di Hollywood.
Ma tra i tanti che ha allenato e che anche gli erano cari, solo sette allievi vennero personalmente “certificati” da Lee e solo tre ebbero l’autorizzazione ad insegnare la disciplina da lui codificata, Jeet Kune Do. I privilegiati furono Ted Wong, Peter Chin, George Lee, Steve McQueen, Stirling Silliphant, Taki Kimura, James Yimm Lee e Dan Inosanto. Questi ultimi tre erano gli eletti che potevano trasmettere la filosofia del maestro. In particolare, Inosanto ha avuto come studente Brandon Lee, il figlio del Dragone, scomparso, purtroppo, prematuramente.
La filosofia elaborata da Lee si basa sull’idea che nulla resta uguale, ma tutto è in continuo mutamento, in evoluzione. Prefiggersi degli obiettivi e rimanere ancorati ad essi porta grosse disillusioni. La realtà non la conosciamo mai abbastanza per comprendere tutte le sue implicazioni. Le perdite che subiamo nel corso della vita sono l’inizio di qualcosa di nuovo. Se qualcosa finisce, nella sua idea, è perché il suo ciclo è terminato. Il seme del futuro germoglia nel presente grazie al passato.
In questa ottica, tentare di controllare quello che ci accade non può che essere fonte di frustrazione, occorre essere fluidi e lasciare che le cose accadano adattandosi ad esse. Lui aveva usato una potente metafora per esprimere questo concetto:
“Be like water making its way through cracks. Do not be assertive, but adjust to the object, and you shall find a way around or through it. (…)
Bruce Lee
Empty your mind, be formless. Shapeless, like water. If you put water into a cup, it becomes the cup. (…) Now, water can flow or it can crash. Be water, my friend.”
L’acqua e non solo
Già, l’acqua. L’acqua che si insinua e riempie e che può anche distruggere. Per il più grande artista marziale che il mondo ricordi, colui che temeva nessuno, soffriva di idrofobia, in parole povere aveva paura dell’acqua. Una paura che risaliva all’infanzia, quando, giocando con la sorella in acqua, quest’ultima gli aveva tenuto la testa sotto. Un trauma che non superò mai e che gli impedì di imparare a nuotare.
Un’altra abilità che mancava al Dragone è una di quelle che abbiamo tutti acquisito da bambini. Bruce Lee non sapeva andare in bicicletta, una rivelazione che è stata fatta dal fratello Robert. Non che la cosa lo disturbasse più di tanto. Semplicemente non gli interessava. Certo, come tutti ci aveva provato, ma visto che dopo i primi tentativi non ci era riuscito, aveva deciso di usare il tempo per dedicarsi ad altro, a qualcosa che riteneva davvero importante.

Queste rivelazioni muteranno la nostra opinione su Bruce Lee? Assolutamente no. Nonostante questi piccoli dettagli, Lee è diventato un mito. La forza dei grandi non è quella di non avere paura, sarebbe incoscienza, tantomeno essere privi di limiti, non sarebbero umani. Accettarsi e adattarsi, come l’acqua.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it


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