Nel 1992 Hollywood volle festeggiare i 500 anni della scoperta dell’America con due film. Uno arrivò in porto. L’altro naufragó
Hollywood ha sempre avuto un debole per i duelli. Tra cowboys, navi spaziali, aerei supersonici, ma anche tra idee. Quando una moda bussa alla porta, gli studios partono all’unisono, convinti di essere i soli ad averci pensato. La storia va a finire più o meno sempre allo stesso modo: uno dei due contendenti arriva prima, meglio finanziato o semplicemente con più fortuna, e l’altro si ritrova a inseguire un pubblico che ha già visto un film simile.

Nel 1992, complice il 500esimo anniversario della scoperta dell’America, toccò a Cristoforo Colombo. L’epico gesto si trasformò, per una manciata di produttori europei, nella scoperta di quanto in fretta si possa bruciare un budget. I film in preparazione per l’evento erano due. Da una parte Ridley Scott, con Gérard Depardieu nei panni del navigatore genovese. Dall’altra i Salkind, padre e figlio, gli uomini che avevano messo il mantello a Christopher Reeve in Superman e che questa volta avevano in mente qualcosa di altrettanto ambizioso con tanto di caravelle vere, ammutinamenti e un cast principesco. Il film si chiamava Christopher Columbus: The Discovery. Sarebbe dovuto essere il kolossal dell’anniversario. Così non è stato.
Due Colombo, una sola America
I Salkind conoscevano bene Marlon Brando, pretese in denaro comprese. In Superman era stato un (costosissimo) padre di Kal-El e un plus per il film. Quindi quando decisero di rimetterlo in gioco per Colombo, gli offrirono cinque milioni di dollari cash per una manciata di giorni di riprese. Il problema era che, mentre i Salkind allestivano le loro caravelle, Ridley Scott stava mettendo in cantiere 1492: Conquest of Paradise. I Salkind, punti sul vivo, lo citarono in giudizio sostenendo che gli avesse scippato l’idea. Un punto difficile da sostenere per via del conclamato anniversario. La causa fu ritirata quasi subito. Il danno era già fatto. Di fronte a due Cristoforo Colombo con caravelle in rotta di collisione, i finanziatori europei si spaventarono e abbassarono le offerte. Two Cristofor is pegg che one.
Da lì, un valzer di uscite di scena degno di una soap opera. Il regista originale, George P. Cosmatos, se ne andò per divergenze creative e finì citato in giudizio dagli stessi Salkind. Arrivò John Glen, che aveva diretto i James Bond degli anni Ottanta ed aveva una certa esperienza nel gestire set complicati. Timothy Dalton, ex Bond, già scritturato per il ruolo di Colombo con l’avallo di Glen, mollò quasi subito e fece causa per violazione di contratto. Il cachet promesso non era mai arrivato sul conto corrente. Isabella Rossellini, che doveva vestire i panni della regina Isabella di Castiglia, seguì la stessa rotta. Al posto di Dalton arrivò Georges Corraface, attore greco-francese semisconosciuto al pubblico americano, scelto perché tutti i papabili avevano rifiutato e il film necessitava di qualcuno con il sestante in mano. Tom Selleck accettò di interpretare re Ferdinando e Rachel Ward, uccel di bosco e non più di rovo, si aggiudicó il ruolo di Isabella. Tra i volti giovani sul set c’erano anche un Benicio del Toro alle prime armi e una Catherine Zeta-Jones che ancora nessuno riconosceva per strada: due carriere che sarebbero esplose di lì a poco, un lasso di tempo minimo per far dimenticare l’estate del 1992. Le riprese furono fatte tra Madrid e le Isole Vergini, con un budget che ballava tra i quaranta e i cinquanta milioni di dollari. Una cifra generosa ma non abbastanza. Ad un certo punto l’emorragia di dollari sembró inarrestabile tanto che si valutó l’idea di trasformare tutto in una miniserie televisiva pur di salvare il salvabile. I fornitori non venivano pagati e alcuni creditori minacciarono di portare i Salkind alla bancarotta. Diversamente da quella di Colombo, la flotta del film partí già in avaria.
Marlon Brando: cinque milioni di buoni motivi
Sulla carta, Brando doveva interpretare Tomás de Torquemada, il Grande Inquisitore. Per prima cosa Marlon prese i soldi e poi decise che la sceneggiatura, semplicemente, non gli andava bene.
Convinto del valore delle minoranze oppresse che già aveva difeso in passato, Brando voleva un Colombo raccontato come un criminale responsabile del genocidio degli indigeni, non come l’esploratore illuminato che il film aveva in mente di vendere al pubblico. Propose un Torquemada con unghie lunghissime, un aspetto da incubo puro, e arrivò a chiedere una scena in cui una ragazza ebrea veniva bollita nell’olio. Alexander Salkind rifiutò senza troppi giri di parole: «Non era il tipo di film che stavamo facendo», dichiarò a posteriori. Brando allora chiese di togliere il proprio nome dai titoli di testa. I produttori, semplicemente, lo ignorarono. Se paghi cinque milioni sull’unghia per avere un nome, quel nome resta sul poster, punto. Il regista Glen, previdente, aveva già pronto un piano B. Un certo Michael Gothard era stato allertato per sostituire Brando all’occorrenza. Il primo giorno di riprese la leggenda non si presentò affatto, e Gothard girò davvero una scena al posto suo. Ma Tom Selleck fece sapere che se Brando non fosse arrivato se ne sarebbe andato pure lui. Il messaggio raggiunse la meta, Brando comparve il giorno dopo, e la scena fu rifatta da capo. Le pesanti vesti dell’Inquisitore, secondo fonti di produzione, non servivano solo per motivi estetici: nascondevano un apparecchio radio con cui a Brando venivano suggerite le battute, un’abitudine che avrebbe poi ripreso, in forma ancora più sfacciata, qualche anno dopo sul set de L’isola perduta. Brando era noto per non imparare il copione.
Esiste anche una lettera di Brando a Selleck, finita poi all’asta, in cui l’attore si lamentava che il film era «piatto come un pancake Aunt Jemima», cercando di trascinare il collega nella stessa protesta. Materiale da collezionisti, oggi. Materiale da incubo, allora, per chiunque dovesse tenere insieme un set con quel tipo di conversazioni in corso.
Selleck, l’uomo delle scelte memorabili
Noi di Boomerissimo adoriamo Tom Selleck. La versione più amata però non è cinematografica bensì quella televisiva di Magnum P.I. Ne abbiamo scritto spesso e gli articoli che lo riguardano sono fissi nella classifica della nostra rivista. Amare qualcuno non significa ignorarne i difetti. Potremmo dire che Selleck ha avuto il dono di fare scelte sbagliate con tempistica perfetta, partendo da I predatori dell’arca perduta fino a Cristoforo Colombo. Se Brando ci mise l’ego, Tom Selleck ci mise il cuore, e ci rimise qualcosa.

Aveva accettato il ruolo di Ferdinando V soprattutto per lavorare al fianco del suo mito: «Era the man della mia generazione», avrebbe raccontato anni dopo. Della sceneggiatura non era affatto convinto, ma partì lo stesso. Purtroppo dovette farlo proprio nei giorni in cui la figlia Hannah stava lottando contro una polmonite virale. La bambina uscì dall’ospedale lo stesso giorno in cui il padre doveva imbarcarsi per Madrid. Selleck restò accanto a lei il più a lungo possibile, poi partì comunque, con quel misto di senso del dovere e rimorso che accompagna chi sceglie il lavoro nel momento sbagliato. Alla fine se ne pentì apertamente: «Il film non valeva la pena. Credo che Marlon lo facesse solo per i cinque milioni in due settimane e questo mi diede fastidio». Dopo le riprese si concesse un anno di pausa dal cinema. Un anno che diventarono tre.
Il naufragio
Christopher Columbus: The Discovery uscì nell’agosto 1992 e incassò poco più di otto milioni di dollari negli Stati Uniti. Il critico Roger Ebert non usò mezzi termini, bollando la performance di Brando come «la peggiore che ricordi» e descrivendo il viaggio di Colombo come interminabile persino per lo spettatore comodamente seduto in poltrona. Ai Razzie Awards, Selleck si portò a casa il premio come Peggior Attore Non Protagonista. Brando fu candidato nella stessa categoria, insieme a nomination per Peggior Film, Peggior Regista e Peggior Sceneggiatura, quest’ultima firmata in origine da Mario Puzo e poi rimaneggiata da altre mani.
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Per i Salkind fu l’ultimo film girato insieme. Nel 1993 Ilya, insieme alla compagna Jane Chaplin, figlia di Charlie Chaplin, fece causa al padre Alexander per dieci milioni di dollari. Alexander, forse più stanco che amareggiato, dichiarò al Los Angeles Times: «So che, dopo questo, non farò più film». Diceva Colombo: “E il mare concederà a ogni uomo nuove speranze”. E nuovi film, aggiungiamo noi.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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