Il fotoromanzo ha lanciato dive, sfamato un’industria intera e insegnato a leggere a milioni di ragazze. Poi quasi è sparito. Ma qualcosa, ostinatamente, è rimasto
Sembra preistoria, ma c’è stato un tempo in cui per sapere, conoscere ed intrattenersi si compravano riviste e giornali. A casa mia ne entravano parecchi. Mio nonno comprava Il Tempo e La settimana enigmistica, mia madre Cronaca Vera e Grand Hotel, mia zia “piccola” i giornali femminili, tipo Gioia. Noi piccoli ci abbuffavamo di Topolino, Braccio di Ferro e in tempi di magra anche Provolino. Credo che il mio vocabolario si sia formato grazie ai fumetti.

Ma la pila dei giornali in casa aumentava nel fine settimana. Arrivavano i parenti che portavano i loro giornali: Oggi, Gente, La domenica del corriere e si faceva lo scambio equo e solidale: . Il primo giornale ad essere requisito era Grand Hotel. Tutti a leggere la continuazione della storia della settimana prima. Qualche attore lo ricordo ancora: Ray Lovelock, Massimo Ciavarro, Sebastiano Somma, Maurizio Merli, George Hilton. Nomi noti anche nel cinema, accanto a quelli sconosciuti desiderosi di fare il salto.
La nascita del fotoromanzo
Nell’Italia del 1946 la fantasia era un lusso razionato quanto il pane. Il paese usciva da cinque anni di guerra, la carta scarseggiava e gli stipendi pure, e in mezzo a tutto questo un rotocalco milanese decise che la gente aveva bisogno soprattutto di una cosa: sognare a occhi aperti. Il 29 giugno di quell’anno arriva in edicola Grand Hotel, edito dalla Universo dei fratelli Del Duca insieme a Matteo Macciò. Sedici pagine, dodici lire, storie sentimentali disegnate con la tecnica della mezzatinta da Walter Molino, lo stesso illustratore che avrebbe firmato per trent’anni le copertine della Domenica del Corriere. Molino non si limita a disegnare gli amori contrastati delle protagoniste, disegna anche il logo della testata. Le prime centomila copie vanno esaurite in pochi giorni e vengono ristampate, secondo le cronache dell’epoca, per quattordici volte di fila. Non c’è ancora la fotografia dentro quelle pagine, solo china e acquerello, ma il meccanismo narrativo è già perfettamente collaudato.

La svolta arriva l’8 maggio 1947, quando un giovane giornalista romano appassionato di narrativa, Stefano Reda, convince l’editore Giorgio Camis De Fonseca a finanziargli una rivista fatta interamente di fotografie al posto dei disegni. Nasce così Il mio sogno, sottotitolo “settimanale di romanzi d’amore a fotogrammi”: dodici pagine in bianco e nero, venti lire, e sul set a dirigere gli attori davanti all’obiettivo c’è un allora venticinquenne Damiano Damiani, che diventerà uno dei registi di punta del cinema di impegno civile italiano. Le prime due storie pubblicate, Nel fondo del cuore dello stesso Reda e Menzogne d’amore della scrittrice di romanzi rosa Luciana Peverelli, hanno tra i loro interpreti anche una giovanissima Gina Lollobrigida, accreditata con lo pseudonimo Giana Loris. Anche Grand Hotel recluta attori che poi costruiranno la storia dello spettacolo italiano: Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi, Mike Bongiorno, Virna Lisi, solo per citarne alcuni. Anche Mondadori comincia a far parte del movimento. Manda in edicola Bolero Film, diretto da Luciano Pedrocchi. Ed è su questa testata che compare per la prima volta, stampata nero su bianco in copertina, la parola “fotoromanzo”. Secondo alcune ricostruzioni storiche contribuì all’idea anche Cesare Zavattini, che negli anni Trenta aveva già sperimentato brevi racconti fotografici sul settimanale Le Grandi Firme, ma su chi abbia avuto per primo l’intuizione del genere non c’è certezza. Quello che è certo è che nel giro di un anno l’Italia si ritrova con tre testate concorrenti e un pubblico, in gran parte femminile e di estrazione popolare. I lettori sono moltissimi. I numeri passano di mano in mano tra vicine di casa, amiche e colleghe. Negli anni Cinquanta la tiratura di Grand Hotel da sola supera il milione di copie a numero, e sulle sue pagine debutta, nel gennaio 1951, una diciassettenne cresciuta a Pozzuoli e accreditata come Sofia Lazzaro: diventerà presto Sophia Loren. Una copertina di Sogno di quegli anni con il suo volto è oggi esposta al MoMA di New York.
L’industria del sogno
Se gli anni Cinquanta sono la fase eroica e artigianale del fotoromanzo, gli anni Sessanta portano l’industrializzazione. Protagonista è la Lancio, nata nel 1936 come società pubblicitaria per iniziativa di Arturo Mercurio. Il nome è preso in prestito dal “lancio” di volantini pubblicitari dagli aerei. I primi teatri di posa sono in un capannone di via Romanello da Forlì, a Roma. Le comparse guadagnano cinquecento lire a giornata e sognano di ripetere la traiettoria di Sofia Loren o di Gina Lollobrigida. La Lancio pubblica altre testate dello stesso genere: Charme, Marina, Letizia. Per le produzioni più ambiziose le troupe raggiungono anche a Parigi e New York. Il picco arriva nella prima metà dei Settanta. Nel gennaio 1975 esce a Venezia il primo fotoromanzo a colori del mondo, Bambina che scherzi con l’amore, soggetto e sceneggiatura di Gianni Masto, con Eliana De Santis e Rod Franz protagonisti. Nel 1976 le vendite complessive del settore sfiorano gli otto milioni e seicentomila copie al mese. È il momento in cui il genere costruisce un vero e proprio star system parallelo a quello cinematografico: Franco Gasparri, Michela Roc, Claudia Rivelli (sorella maggiore di Ornella Muti), Adriana Rame, Katiuscia, Patrizia Pitti, Jean Mary Carletto, Alex Damiani, Franco Dani. Gasparri, figlio di un cartellonista cinematografico, interpreta circa quattrocento fotoromanzi in un decennio e diventa il volto più desiderato d’Italia, tanto da essere scelto dal regista Stelvio Massi per la trilogia poliziottesca Mark il poliziotto tra il 1975 e il 1976. Il fotoromanzo, nonostante la fama di genere popolare da sartine e un po’ guardato dall’alto in basso, intreccia da subito rapporti fitti con il cinema colto. Nel 1950 Michelangelo Antonioni gira L’amorosa menzogna, un documentario proprio sul mondo dei fotoromanzi che vince il Nastro d’argento. Lo stesso Antonioni avrebbe dovuto dirigere Lo sceicco bianco, sceneggiato da Ennio Flaiano e Federico Fellini, ma rinunciò. Il film, ambientato nell’universo del fotoromanzo, segnò invece l’esordio alla regia dello stesso Fellini, nel 1952. Pochi anni più tardi anche Giuseppe De Santis, in Riso amaro, avrebbe raccontato una protagonista ossessionata dalla lettura dei fotoromanzi, e Luchino Visconti avrebbe sfiorato lo stesso immaginario in Bellissima. Il formato considerato minore, insomma, finisce per attraversare da protagonista alcune delle pagine più alte del cinema italiano del dopoguerra.
Le regole non scritte
Il fotoromanzo ha un suo codice morale non scritto ma rispettato quasi ovunque. Non ci sono scene di nudo, l’unica concessione è vedere gli amanti a letto che dicono “è stato bellissimo”. La défaillance non è prevista per l’uomo di carta. Niente violenza esplicita, i personaggi principali non muoiono quasi mai, perché il pubblico non lo avrebbe perdonato. Dietro l’apparente semplicità delle storie c’è però un mestiere codificato fin nei dettagli tecnici: nel 1956 l’Editrice Politecnica Italiana pubblica Istruzioni pratiche per la realizzazione del fotoromanzo di Ennio Jacobelli, un manuale che spiega passo per passo come si costruisce una sceneggiatura, si organizza un set, si inquadra una posa. Il fotoromanzo, nonostante l’immagine consolatoria e romantica, si presta anche a scopi più impegnati.
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Molte ragazze degli anni Cinquanta hanno imparato a leggere da quei balloon. Nel 1975 l’AIED, l’Associazione Italiana per l’Educazione Demografica, finanzia una campagna di tre fotoromanzi per diffondere informazioni sulla contraccezione: il più noto, Il segreto, diretto da Luigi De Marchi con l’attrice Paola Pitagora protagonista, vuole raggiungere le donne che i canali di informazione tradizionali non toccavano. Anche il PCI, tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, si serve dello stesso linguaggio per le proprie campagne elettorali, convinto che il formato più amato dal popolo potesse veicolare anche un messaggio politico.
Il tramonto e il ritorno
Gli anni Ottanta portano il declino del genere. Le soap opera, la diffusione della televisione commerciale e il cambiamento dei costumi erodono lettrici e vendite anno dopo anno. Molti dei volti storici del genere passano al cinema, alla musica, alla televisione. Altri restano legati per sempre a quella stagione, le loro vite fuori dalle pagine piene di alti e bassi. La Lancio arriva fino al dicembre 2011, quando viene messa in liquidazione dopo la morte improvvisa del suo storico editore. Grand Hotel, che nel frattempo si era trasformato in un settimanale di attualità mantenendo una sezione dedicata ai fotoromanzi, resta l’unica testata a non aver mai smesso le pubblicazioni, e ancora oggi vende in edicola. Nel luglio 2020 arriva un piccolo colpo di scena: la Sprea Editori, guidata da Mario Sprea, ex direttore di Grand Hotel, riporta in edicola Sogno, il titolo nato nel 1947 come Il mio sogno, con una tiratura di partenza di duecentomila copie e in copertina, non a caso, Katiuscia, una delle dive più amate. L’operazione scommette sulla nostalgia di chi quelle storie le ha vissute negli anni Cinquanta e Sessanta e sulla curiosità di chi le scopre per la prima volta oggi, magari passando dallo scorrimento infinito di uno schermo alla pagina fisica di una rivista.
Oggi il genere si è evoluto in reality sentimentali del pomeriggio televisivo o in “vertical drama” girati in verticale per gli smartphone. Il tipo di recitazione è lo stesso, grammatica fatta di sguardi, didascalie e colpi di scena a fine puntata. Ma il fotoromanzo ha avuto un grande merito: aver insegnato a un paese intero a sognare. Poi i sogni sono cambiati.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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