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Oriana Fallaci e Romano Prodi

Oriana Fallaci vs Prodi: tutto nato da una seduta spiritica per trovare Moro

Una domenica di pioggia, dodici professori, un piattino da caffè e il nome di un paesino sconosciuto: la storia (vera) che Oriana Fallaci non gli perdonò mai

Il sequestro e la morte di Aldo Moro segna uno spartiacque per chi negli anni Settanta c’era. Ognuno si è fatto un’opinione in merito, accetta più o meno quanto è venuto fuori dalle commissioni d’inchiesta.

Oriana Fallaci e Romano Prodi
Fallaci vs Prodi – Boomerissimo.it®

Nei 55 giorni del sequestro di Aldo Moro le forze dell’ordine misero in campo uno sforzo senza precedenti, ma con risultati quasi nulli. 

Lo sforzo investigativo

Furono effettuate oltre 37.000 perquisizioni in tutta Italia; più di 72.000 posti di blocco. In tutto oltre 6 milioni di persone e oltre 3 milioni di autoveicoli furono oggetto di controllo. A Roma, Polizia, Carabinieri e Digos arrivarono a fare in media 121 perquisizioni domiciliari al giorno. 

Aldo Moro prigioniero delle BRBoomerissimo.it®

Un episodio emblematico riguarda via Gradoli 96 a Roma. Due giorni dopo il rapimento di Moro alcuni poliziotti arrivarono all’appartamento dove alloggiavano Mario Moretti e Barbara Balzerani. Bussarono, nessuno rispose, e se ne andarono senza forzare la porta. Non era una perquisizione mirata, era una delle decine fatte in quei giorni solo in quella zona. L’ordine di sfondare le porte c’era, ma veniva applicato raramente per ragioni di organico. Gli inquirenti lavoravano quasi alla cieca. Le Brigate Rosse erano altamente compartimentate, le informazioni che arrivavano erano generiche, distorte o volutamente fuorvianti. Il covo di via Gradoli 96, una base attiva, con armi e documenti fu scoperto solo il 18 aprile, per caso. Il rubinetto della doccia lasciato aperto costrinse i vigili del fuoco ad entrare. Colpo di c… o azione deliberata? Qualunque sia la risposta, il nome Gradoli ricorre a più riprese in questa storia.  Il caso Moro  è pieno di episodi che sembrano usciti da un romanzo che nessun editore avrebbe mai accettato di pubblicare. Tante coincidenze, eventi strani e poi c’è questo, che di tutti forse è il più surreale: professori universitari, gente seria, con la cravatta e la tessera della Democrazia Cristiana in tasca, che un pomeriggio di pioggia decidono di interrogare l’aldilà su dove tenere prigioniero il Presidente della DC. Tutto documentato, verbalizzato, ripetuto sotto giuramento davanti a una Commissione parlamentare. E soprattutto: è la storia che ha fatto scattare in Oriana Fallaci un’antipatia durata fino all’ultimo giorno della sua vita.

Un pomeriggio a Zappolino

Aldo Moro è nelle mani delle Brigate Rosse da diciassette giorni. L’Italia trattiene il fiato. A Zappolino, frazione bolognese nota fino ad allora solo per una battaglia combattuta nel 1325 tra guelfi e ghibellini, il professor Alberto Clò ha ospiti a pranzo. Una roba informale, alcuni colleghi dell’Università di Bologna con mogli e figli. Tra gli invitati, c’è Romano Prodi, uomo vicino agli ambienti democristiani.

Romano Prodi serpeverde
Prodi versione seduta spiritica- Boomerissimo.it®

Piove, come accade spesso in primavera e per ammazzare il tempo qualcuno propone il gioco del piattino. Per chi non lo conoscesse è la versione semplificata della tavola Ouija. Serve un foglio di carta grande (o più fogli uniti) e ci si scrivono sopra, in cerchio o in ordine sparso, le lettere dell’alfabeto, i numeri da 0 a 9 e per essere più melodrammatici  le parole “Sì”, “No”, “Addio”. Al centro del foglio si posa un piattino da caffè rovesciato. I partecipanti si siedono intorno al tavolo e metteno un dito sul bordo del piattino. Si formula una domanda a voce alta, rivolta agli “spiriti” o a un’entità indefinita. Il piattino, in teoria, comincia a muoversi da solo. Si sposta sul foglio e si ferma su una lettera dopo l’altra, componendo così le risposte. Quel pomeriggio, con l’Italia intera che si chiede dove sia Moro, la domanda viene naturale. La rivolgono, con tutto il rispetto teologico del caso, alle anime di don Luigi Sturzo e il Venerabile Servo di Dio Giorgio La Pira, due colonne del cattolicesimo democratico italiano. Perché se proprio devi disturbare l’aldilà per una faccenda di Stato, tanto vale scegliere gente competente. Dodici adulti e cinque bambini assistono alla scena, e le loro testimonianze, raccolte negli anni dalla Commissione parlamentare d’inchiesta, concordano. All’inizio il piattino sputa fuori solo lettere a caso: k, z, t, r. Poi, dopo un paio d’ore di gioco, ecco tre parole che hanno un senso compiuto: Viterbo, Bolsena, Gradoli. Nessuno dei presenti sa cosa sia Gradoli. Vanno a cercarlo su un atlante (allora non c’era Google maps) e scoprono che è un paesino in provincia di Viterbo, sul lago di Bolsena, lungo la statale 74. Mario Baldassarri, arrivato in ritardo alla riunione, racconterà di aver pensato a uno scherzo, salvo poi convincersi che nessuno stava spingendo il piattino. Tutti pensano che sia solo un gioco. Tutti tranne uno. Prodi decide che quel nome merita una telefonata.

Dalla villa di campagna al Viminale

Dopo qualche giorno Prodi è a Roma. Racconta l’episodio a Umberto Cavina, portavoce del segretario DC Benigno Zaccagnini. La segnalazione arriva al ministero dell’Interno tramite Luigi Zanda, collaboratore del ministro Francesco Cossiga, e nel passaggio da un ufficio all’altro diventa curiosamente più precisa. L’informazione finale non è più solo tre nomi di luoghi, ma un’indicazione dettagliata, “casa isolata con cantina” lungo la statale 74. Chi abbia arricchito la nota, e con quali informazioni, resta uno dei tanti punti oscuri. Di lì a poco ventiquattro tra agenti e carabinieri perquisiscono casolari e grotte intorno a Gradoli. Non trovano nulla. Dodici giorni dopo, il 18 aprile, a Roma, in via Gradoli 96, un allagamento costringe i vigili del fuoco a forzare la porta di un appartamento. Dentro trovano armi, uniformi, documenti falsi: è un covo delle Brigate Rosse, in uso a Mario Moretti, uno dei carcerieri di Moro. Non era il luogo della prigionia, ma era comunque una base vitale della colonna romana.

Covo BR  via Gradoli
Il covo di via Gradoli (screenshot YouTube) Boomerissimo.it®

La coincidenza tra il paese Gradoli evocato dal piattino e la via Gradoli del covo brigatista è di quelle che, ancora oggi, lasciano interdetti anche gli storici. Nel 1981 tutti e dodici i partecipanti alla seduta firmano una lettera collettiva, redatta dallo stesso Prodi, che conferma nei dettagli la versione originaria. Da allora nessuno ha mai ritrattato una virgola.

Un po’ di dietrologia

I protagonisti di questa seduta spiritica non erano un manipolo di appassionati di occultismo, erano intellettuali cattolici praticanti, di area democristiana, gente che la domenica andava a messa. Nella Commissione parlamentare qualcuno fece notare, con malcelato gusto per il paradosso, che la Chiesa considera la seduta spiritica una pratica vietata. Baldassarri se la cavò con una battuta destinata a restare negli annali: era stato un “giochetto”, la curiosità aveva prevalso, e in fondo i cattolici sono peccatori come tutti gli altri.

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In quegli anni non era raro che investigatori e persino politici consultassero medium e veggenti, con una disinvoltura che oggi farebbe sorridere chiunque. Erano gli anni di Uri Geller. Ma resta il fatto che il contrasto tra fede cattolica e piattino evocatore di spiriti non sfuggì a nessuno. E poi ci sono le teorie alternative, perché in Italia nessun mistero è tale senza almeno tre spiegazioni concorrenti. Giulio Andreotti, nel 1997, liquidò la seduta spiritica come una copertura inventata per proteggere una fonte reale, forse legata all’Autonomia Operaia bolognese. Altri hanno ipotizzato una soffiata da ambienti universitari di estrema sinistra, mascherata da fenomeno paranormale per non esporre l’informatore, magari uno studente o un docente. C’è perfino chi ha messo in dubbio il dettaglio della pioggia, sostenendo che la “splendida cornice”, il temporale, la casa isolata, l’atmosfera da racconto gotico sia stata costruita a tavolino per rendere più credibile una fonte che andava protetta a ogni costo. Prodi ha sempre parlato di un gioco che, per un caso fortunato o per una forza rimasta senza spiegazione, produsse un nome utile. Un’ambiguità che gli ha fatto comodo in tutti questi anni, né mistico né bugiardo, semplicemente testimone di qualcosa di inspiegabile.

L’antipatia che Fallaci non perdonò mai

E qui arriva lei. Oriana Fallaci, nel 2004, già malata, scrive una lettera aperta a Romano Prodi, in quel momento Presidente della Commissione Europea. Comincia ricordandogli, con un certo piacere, il soprannome che gli italiani gli avevano affibbiato, Mortadella, e si scusa, sì, ma con l’insaccato, “squisito e nobile”, per averlo accostato a lui. Poi arriva al punto. La sua disistima per Prodi nasce esattamente da quel 2 aprile 1978, dalla seduta spiritica di Zappolino. Le sue parole: «Non mi parve serio, Monsieur. Meglio: non mi parve rispettoso, pietoso, umano, nei riguardi di Moro che stava per essere ucciso». E aggiungeva di aver pregato il Padreterno di tenerlo lontano dalla politica. «Peccato che al solito il Padreterno non m’abbia ascoltato».

Oriana Fallaci
Oriana Fallaci (screenshot Youtube)Boomerissimo.it®

Da lì la lettera si allarga, tra accuse alla gestione europea e un’antipatia che Fallaci definisce “quasi epidermica”. Due anni dopo, nel maggio 2006, ormai alla fine, concede la sua ultima intervista al New Yorker: le chiedono della politica italiana e lei liquida Prodi e Berlusconi insieme, senza distinzioni di schieramento, con due parole che sono rimaste scolpite più di mille editoriali: “due fottuti idioti”.

Fallaci non accettò mai la spiegazione di Prodi. Per lei quella seduta era già, nel 1978, la prova di una mancanza di serietà e di rispetto che avrebbe segnato per sempre il suo giudizio su Prodi. E lo scrisse, senza mai ritrattare, fino alla fine.

Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®

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