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Richard Widmark

Dark Hollywood: Richard Widmark, il mostro che non c’era

Una risata inventata per sbaglio in un provino radiofonico gli ha cambiato la carriera — e per anni gliel’ha rovinata.

La macchina si ferma. Una vecchia ciabatta americana degli anni ‘60. La portiera si apre. Un uomo scende, chiude lo sportello. Un gesto corto, un po’ annoiato. Resta fermo un attimo sul marciapiede mentre la camera gli gira lentamente intorno. Sistema il cappello. Non chiude la portiera a chiave (questa è una cosa che colpisce, solo molti anni dopo scoprirò che al cinema nessuno chiude mai la macchina). Gira intorno alla ciabatta, entra in un portone, di una di quelle case di New York che da sole significano cinema.

Richard Widmark
Richard Widmark in Madigan – Boomerissimo.it®

È un flash che non ho più dimenticato. Una scena irrilevante, che per la prima volta mi ha fatto pensare che qui, da noi, nessuno recitava, o meglio non recitava, così. Il film era del 1968. New York era sporca e calda, ti soffocava a guardarla. L’uomo era, e sarà per sempre, Richard Widmark, in Madigan di Don Siegel. Da noi “Squadra omicidi sparate a vista”. Auguri a trovarlo nelle nostre programmazioni, anche satellitari. Dice l’intelligenza artificiale che, se vuoi vederlo in italiano, ti devi comprare il DVD. E oggi, anche il lettore di DVD. 

Richard Widmark, il mostro

In quel momento Widmark ha cinquantaquattro anni, impersona un detective con un matrimonio che scricchiola e un’impresa impossibile da compiere. Una specie di anticipazione di 48 hours. Faccia dura, sapientemente inespressiva, Widmark ha alle spalle una carriera importante cominciata ventuno anni prima, in un modo che segnerà per sempre, o quasi, il suo personaggio. Comincia con una risata terribile, satanica, mentre spinge una vecchia signora legata a una sedia a rotelle giù per una rampa di scale. Ne parleremo più avanti. Richard Widmark era nato il 26 dicembre 1914 a Sunrise, Minnesota. Il padre era un venditore ambulante che tirava avanti una famiglia costretta a spostarsi di continuo su e giù per l’America. Si fermeranno a Princeton, Illinois. Richard è un ragazzo magro, riservato, la nonna lo porta nelle sale del cinema muto tre volte a settimana. Quel passatempo diventerà lo scopo della sua vita. Al Lake Forest College non solo recita: insegna recitazione. 

Richard Widmark
Kiss of Death, 1947 – Boomerissimo.it®

Nel 1938 arriva a New York, il paradiso della radio, poi debutta a Broadway. Nel ’42 sposa Jean Hazlewood, una compagna di università, non una stella del cinema. Resteranno insieme cinquantacinque anni, fino alla morte di lei. A Hollywood, nel grande luna park e tritacarne delle tentazioni, Widmark è una rarità. Ripete sempre la stessa cosa: non ha mai nemmeno flirtato con un’altra donna, gli piaceva troppo sua moglie. Hanno una figlia, Anne, e nessuno scandalo vero o inventato, nessun titolo sui rotocalchi. È una rarità, forse un errore, in un mondo che, esattamente come oggi, chiede visibilità, sempre. È l’esatto contrario di quello che Hollywood si aspetta da uno che diventerà una star. Odia la violenza in modo disarmante. Va a pesca una volta, prende una trota, la chiama George, e non riesce a ucciderla senza sentirsi in colpa. Non pescherà mai più. Un tenerone, insomma. Il personaggio più improbabile per la carriera che sta per cominciare. E infatti, nel 1947, Henry Hathaway non lo vuole per Kiss of Death: “troppo intellettuale, ha la fronte troppo alta”. Zanuck, il produttore, invece, crede in quel giovane attore e lo impone lo stesso, con una parrucca per renderlo più animalesco, più adatto ad interpretare la parte del mostro. La prima scena che Widmark gira in vita sua è quella della sedia a rotelle: lega Mildred Dunnock con il filo della lampada, la spinge giù per le scale, e ride. Quella risata stridula, agghiacciante, che ricorda il raglio di un asino, l’aveva inventata per sbaglio in un provino radio dove doveva fare il contadino ed era andato in panico. Hathaway la adora, gli dice di tenerla.

Star in una notte

Quando il film esce e Widmark diventa una star in una notte. Resterà la sua unica nomination all’Oscar, vince un Golden Globe come promessa dell’anno. Ma paga un prezzo drammatico: il pubblico per decenni non lo separerà più da Tommy Udo. Per strada lo trattano come se fosse lui davvero. Lo picchiano persino. Una volta, con uno schiaffo, lo tirano giù dalla sedia al ristorante. 

“Quando mi sono visto sullo schermo volevo spararmi
“Quella dannata risata. Per due anni non sono riuscito a sorridere.”

Nel 1950, in No Way Out di Mankiewicz, di nuovo, non dà una mano alla sua immagine. Recita la parte di un razzista viscido, davanti a un giovanissimo Sidney Poitier al suo debutto. I dialoghi sono pieni di insulti razziali, e Widmark li odia: dopo ogni ciak va da Poitier e gli chiede scusa. Diventeranno amici per la vita. Anni dopo, quando Poitier gli consegna un premio alla carriera, Widmark dice di non credere che sia venuto fin lì per lui. Poitier risponde che per lui avrebbe attraversato l’America a piedi.

Un uomo diverso dai suoi personaggi

Sul set è l’opposto di quello che fa vedere in scena. Perfetto, puntiglioso, arriva sapendo la parte, pretende lo stesso dagli altri, non sopporta chi perde tempo. Su Don’t Bother to Knock si irrita con Marilyn Monroe. Non sopporta i ritardi continui, le sparizioni in camerino per ore. Lui invece arriva preparato, gira, se ne va. Un’affidabilità quasi noiosa che ci azzecca poco con i nevrotici che gli fanno interpretare.

Richard Widmark
La risata che l’ha reso famoso – Boomerissimo.it®

Widmark ci metterà vent’anni a tirarsi fuori dalla gabbia di Tommy Udo. Con Samuel Fuller, nel ’53, gira Pickup on South Street. Ora è Skip McCoy, un borseggiatore che ruba per sbaglio un microfilm di segreti militari. Della bandiera non gli importa niente. È esattamente l’antieroe che Fuller vuole, eppure Widmark riesce a dargli una freddezza e una secchezza in più, inattese. Il lavoro quasi invisibile di un grandissimo dello schermo. Resterà uno dei suoi film migliori, e uno dei più riusciti Fuller di sempre. Con Elia Kazan il rapporto è più vecchio. Si sono incrociati a Broadway negli anni Quaranta. Poi il regista è stato una delle personalità che lo hanno spinto verso la Fox. Nel 1950 lo chiama per Panic in the Streets, dove per una volta Widmark non è il cattivo ma il medico della sanità pubblica che cerca di fermare un’epidemia di peste a New Orleans. Di Kazan parlerà sempre bene, uno dei pochi registi che secondo lui sapeva davvero come prendere un attore. Gira, western con John Ford e John Wayne, fa il pubblico ministero a Norimberga. Ma il pubblico continua a vedere il ghigno del ’47 qualunque cosa faccia. Il debutto da mostro è diventato il suo incubo.

Il grande ritorno

Torniamo al 1968,  a quella macchina che si ferma, alla portiera che si apre. Don Siegel gira Madigan con la stessa asciuttezza che userà tre anni dopo per Dirty Harry, e per la prima volta il pubblico non vede il mostro. Vede un detective stanco, con settantadue ore per recuperare delle pistole rubate, ma la trama conta molto meno della capacità di Widmark di stare dentro l’inquadratura. Non è una maschera, è un uomo che con la sua disarmante naturalezza riesce a colpire persino un ragazzino che non capisce niente di cinema, e che lo vede passare una sera in TV. È il momento in cui si stacca definitivamente da Tommy Udo e comincia a essere semplicemente se stesso. Negli anni Settanta i grandi ruoli si diradano. Nel ’71 fa il presidente degli Stati Uniti in Vanished, un tv movie che gli vale una nomination all’Emmy. L’anno dopo accetta di far resuscitare Madigan per una serie NBC, sei episodi da novanta minuti: il detective morto nel film torna in vita e va a risolvere casi pure in Europa.

Non funzionerà, ma lui ci mette la stessa intensità di sempre. Poi ancora qualche film — Assassinio sull’Orient Express, Coma, Bersaglio di notte — e diversi tv movie negli anni Ottanta, fino a True Colors, 1991, l’ultimo ruolo. Dopo, si ritira a Roxbury, Connecticut. Niente interviste, niente giri di nostalgia. Muore il 24 marzo 2008 a Roxbury, a novantatré anni. Quasi nessuno se ne accorge. Tommy Udo continua a ridere nelle clip su YouTube, e per molti (ma non moltissimi) è l’unica cosa che resta di Richard Widmark. Si sbagliano. Non ricordano quella portiera, quei tre passi intorno alla macchina. Non hanno capito la grandezza di un grande che Hollywood ha dimenticato, e che magari Boomerissimo.it vi aiuterà a ritrovare, sperando nella clemenza dei canali satellitari, o nel lettore di DVD che vi siete dimenticati di buttare via.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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