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Don Soria, quando lo Stato sparò: due volte

Cinquanta anni dopo, quella “meravigliosa azione” continua a far discutere. A volte la storia si scrive con i lacrimogeni, non con le parole

Nel 1974  la Lazio vinse il suo primo storico scudetto il 12 maggio, trascinata dai gol di Giorgio Chinaglia, i mondiali si tennero in una nazione che oggi non esiste più, la Germania Ovest, vinti dai padroni di casa, che sconfissero in finale l’Olanda di Johan Cruijff. Nello sport internazionale, Muhammad Ali sconfisse George Foreman per KO, riconquistando il titolo mondiale dei pesi massimi. Allora non lo sapevamo ma stavano nascendo dei miti: Leonardo DiCaprio, Joaquin Phoenix, Christian Bale, Penelope Cruz e Alessandro Del Piero.  Ci lasciava in maggio Duke Ellington.

Della Venaria e Dalla Chiesa – Boomerissimo.it®

Anche ad Alessandria, Piemonte, in maggio successe qualcosa. Purtroppo quasi dimenticata. Due giorni. Sette morti. Un mistero sulle armi mai risolto e una frase, pronunciata da chi diede l’ordine di sparare, che suona ancora oggi come un pugno nello stomaco: “Un’azione meravigliosa, condotta magistralmente dai carabinieri.” Nel maggio di quell’anno l’Italia stava vivendo un clima teso. Le Brigate Rosse avevano sequestrato il giudice Mario Sossi e il 12-13 maggio era stato fissato il referendum sul divorzio, il primo grande banco di prova della Repubblica sui diritti civili. Nelle carceri italiane, ancora regolate da un codice penitenziario di epoca fascista, la tensione era esplosiva. A gennaio più di duecento detenuti del carcere di Alessandria avevano scioperato per condizioni di vita giudicate inaccettabili, pasti scarsi, docce fatiscenti, quasi nessuna attività. Nel febbraio dello stesso anno, durante una rivolta nel carcere fiorentino delle Murate, gli agenti avevano sparato uccidendo un detenuto ventenne. Il clima, insomma, non prometteva nulla di buono. Infatti.

Due borse, due pistole, un piano di fuga

Carcere Don Soria, giovedì 9 maggio 1974, ore 9:30 circa. Nell’aula dove alcuni detenuti frequentavano i corsi per il diploma di geometra, tre uomini si presentarono come ogni giorno. Avevano con sé due borse. Cosa normale, in teoria non degna di controlli particolari. Dentro, però, non c’erano libri o quaderni di estimo o tecnologia delle costruzioni, ma due pistole (una Colt e una Smith & Wesson) e alcuni coltelli.

Don Soria
L’ingresso del carcere oggi – Boomerissimo.it®

Sono Cesare Concu, circa 36 anni, condannato per omicidio e vicino agli ambienti della sinistra extraparlamentare; Domenico Di Bona, 41 anni, di Trapani, anche lui condannato per omicidio ed Everardo Levrero, genovese, poco più che ventenne, in carcere per rapina. Nessuno dei tre era un terrorista politico in senso stretto. Erano detenuti comuni che decisero di sfruttare i controlli blandi dell’istituto penitenziario per tentare un’evasione. Presero in ostaggio chiunque nelle loro immediate vicinanze: insegnanti, agenti di custodia, altri reclusi. Le fonti dell’epoca non concordano nemmeno sul numero esatto, comunque intorno ai venti. Tra loro finisce anche il medico del carcere, Roberto Gandolfi, sequestrato mentre i tre si barricano nell’infermeria. Il gruppo emise il suo comunicato: la protesta nasceva dal rifiuto dello Stato di riformare il sistema penitenziario.

Assistente sociale Graziella Vassallo Giarola
Graziella Vassallo Giarola, in carcere per favorire la mediazione (screenshot YouTube) – Boomerissimo.it®

Fuori dal carcere, in poche ore, si materializzò tutto l’armamentario di una crisi di Stato: il procuratore di Alessandria, il questore, il procuratore generale di Torino, e lui, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, arrivato a dirigere personalmente le operazioni. A mediare, inizialmente, furono i giornalisti locali, Marchiaro, Zerbino e Emma Camagna, storica firma del Corriere e La Stampa che seguirà la vicenda per decenni, insieme ai magistrati Buzio e Parola. Un’assistente sociale volontaria, Graziella Vassallo Giarola, si offrì come ostaggio per facilitare il dialogo. Un gesto che le costò la vita.

Il primo blitz e la morte di Gandolfi

Le trattative andarono a fasi alterne per tutto il pomeriggio. Da Roma, però, giunse il comando con la linea da seguire. Fermezza. Lo Stato non avrebbe trattato con dei sequestratori armati, tanto meno a due giorni da un referendum che doveva dimostrare al Paese, e a se stesso, che le istituzioni erano solide. Verso sera, mentre i magistrati locali chiedevano di continuare le trattative, i rivoltosi notarono movimenti sospetti fuori dalla porta dell’infermeria. Il medico Gandolfi, mandato a parlamentare, avvertì chiaramente i militari pronti a intervenire: fermatevi, sono pronti a tutto. Non servì. Furono lanciati lacrimogeni nei corridoi, le porte sfondate, spari nel fumo dei gas. Un bilancio tragico. Il dottor Gandolfi fu colpito alla testa mentre si trovava vicino a una finestra frantumata dai colpi, arrivati da dentro e da fuori contemporaneamente. Un dettaglio, peraltro, che nessuna perizia balistica seria chiarirà mai fino in fondo, perché i muri della stanza vennero ripuliti e ridipinti molto in fretta. L’insegnante Pier Luigi Campi ferito in modo gravissimo, morirà in ospedale una decina di giorni più tardi. Il primo blitz, lontano da essere risolutivo, peggiorò la situazione. I tre rivoltosi, che fino a quel momento si fidavano almeno dei mediatori, ora diffidavano di tutti. A quel punto, uno degli ostaggi, don Mario Martinengo fece il nome di don Maurilio Guasco. Al primo incontro andò anche un consigliere regionale del Pci, Luciano Raschio. Ascoltarono le loro richieste: un pullmino per gli ostaggi, semafori verdi fino a Spinetta. Quando riferirono al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa lui rispose: “Prenda tempo”. Don Guasco chiese come, il generale disse: “Si aggiusti”. 

10 maggio: il secondo assalto

La notte tra il 9 e il 10 maggio trascorse tra vari tentativi di riaprire il dialogo. Don Guasco entrava ed usciva dal carcere. Ostaggi e rivoltosi, ormai, erano ammassati in una stanzetta. Nel pomeriggio del 10 maggio si arrivò alla decisione, fine delle  trattative. Dall’esterno lanciarono bombe lacrimogene nella stanza, con la porta ancora aperta, nel tentativo di stanare il gruppo con il fumo. Concu chiuse la porta. E Di Bona, come aveva promesso, aprì il fuoco sugli ostaggi. A terra rimasero Graziella Vassallo Giarola, il brigadiere Gennaro Cantiello e l’appuntato Sebastiano Gaeta. L’ingegnere  Vincenzo Rossi fu colpito ad una gamba. A quel punto Di Bona rivolse l’arma contro di sè.

Vittime rivolta Alessandria 1974
Una delle vittime esce in barella (screenshot YouTube) – Boomerissimo.it®

Su cosa sia successo a Concu, le testimonianze raccolte negli anni divergono, ed è uno dei tanti punti mai chiariti del caso. Secondo la versione più diffusa, raccolta anche dai cronisti dell’epoca, Concu uscì dalla stanza con le mani alzate e una pistola in pugno, risultata poi vecchia e inservibile e fu  colpito dal fuoco delle forze esterne.  Morì poco dopo in ospedale. Una diversa ricostruzione, circolata attraverso fonti giornalistiche legate al Corriere della Sera, racconta invece che Concu avrebbe tentato di uccidere un altro ostaggio, il sacerdote don Mario Martinengo, con un’arma che si sarebbe però inceppata, venendo poi abbattuto da una raffica. Le due versioni non coincidono, e a distanza di cinquant’anni nessuno le ha mai messe davvero a confronto in sede processuale. Levrero, l’unico dei tre privo di pistola, si nascose in uno sgabuzzino. Stava per fare la stessa fine di Concu quando il colonnello Musti dei carabinieri bloccò i suoi uomini e gli salvò la vita. È l’unico sopravvissuto. Bilancio finale: sette morti in quarantotto ore. Cinque tra ostaggi e personale, Gandolfi, Campi, Vassallo Giarola, Cantiello, Gaeta, e due dei tre rivoltosi. Decine i feriti.

Chi decise, chi pagò, cosa resta senza risposta

Il giorno dopo la strage, il giovane sindaco di Alessandria, Felice Borgoglio, insieme alla giunta comunale, presentò un esposto durissimo contro il procuratore generale Carlo Reviglio della Veneria e contro lo stesso generale Dalla Chiesa, accusati di essere gli “ideatori e responsabili” di un’operazione condotta “con leggerezza e sprezzo delle vite umane”. L’accusa, sostenuta anche dai magistrati locali che per primi avevano cercato di trattare, era che le autorità arrivate da fuori li avessero scavalcati, scegliendo per ben due volte la soluzione di forza. L’esposto del sindaco fu archiviato dalla procura di Genova.

Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa – Boomerissimo.it®

Proprio a Genova, e non a Torino, si celebrò il processo, la sede fu spostata perché due magistrati piemontesi erano parte lesa. Alla sbarra c’erano Everardo Levrero e Gioachino La Duca, un altro detenuto che secondo l’accusa aveva involontariamente attirato verso l’infermeria le due guardie poi uccise, gridando l’allarme rivolta. Il verdetto arrivò quattro anni dopo. A Levrero fu inflitta una condanna intorno ai venticinque anni di reclusione. Nessun processo, invece, farà mai davvero luce sulle responsabilità di chi decise l’assalto. Restano, a oggi, più domande che risposte. Chi fece entrare le pistole in carcere, nascoste in due borse portate a lezione senza che nessuno controllasse? Perché in entrambi gli assalti si scelse di usare lacrimogeni, la stessa arma che secondo il mediatore don Guasco avrebbe scatenato il panico e la sparatoria finale di Di Bona? Perché la morte di Gandolfi non fu mai indagata con una vera perizia balistica, prima che i muri della stanza venissero ridipinti? E perché, a due giorni da un referendum sul divorzio che l’Italia intera guardava col fiato sospeso, la vita di una ventina di persone innocenti finì per pesare meno della necessità di mostrare un pugno duro? C’è poi un dettaglio che, ancora oggi, fa discutere più di ogni altro. Un funzionario confidò a un cronista del Corriere della Sera, nei giorni immediatamente successivi alla strage, che il vero movente di Concu, al di là dei proclami sulla riforma carceraria sarebbe stato tutt’altro che politico: un’esplosione di frustrazione personale, di “sesso represso”, secondo la testuale confidenza raccolta all’epoca. Una lettura che ridimensiona bruscamente il tentativo, fatto da alcuni osservatori nei giorni della rivolta, di leggere l’episodio come un episodio dal sapore politico legato agli ambienti della sinistra extraparlamentare. La verità, probabilmente, sta nel mezzo: tre uomini disperati, con un curriculum penale pesante alle spalle, che decisero di giocarsi tutto pur di non tornare in cella.

Everardo Levrero, scontata la sua pena, sarebbe rimasto per decenni una figura defilata. L’unico testimone diretto e sopravvissuto di quei due giorni, non è mai stato davvero disposto a raccontare la sua versione. Solo nel 2024, in occasione del cinquantenario, una docuserie prodotta dalla diocesi di Alessandria ha provato a riportare a galla la vicenda con testimonianze inedite, riaprendo domande a cui la giustizia italiana non ha mai avuto interesse di rispondere. Sono passati più di cinquant’anni. La strage del Don Soria resta, nella memoria collettiva italiana, una delle pagine meno raccontate degli anni di piombo. Il generale Dalla Chiesa non parlò mai di questa vicenda. Le biografie descrivono l’episodio in modo fattuale: Dalla Chiesa, insieme al procuratore generale Carlo Reviglio della Veneria, ordinò l’intervento armato che interruppe le trattative e causò sette morti. Nelle interviste che rilasciò negli anni successivi parlò di terrorismo, dei suoi metodi “non ortodossi” nella lotta alle BR e alla mafia, ma mai dell’episodio di Alessandria. L’unica cosa certa è la storia di tre detenuti comuni, di una ventina di ostaggi finiti nel posto sbagliato al momento sbagliato, e di uno Stato che, di fronte alla scelta tra trattare e sparare, scelse di sparare. Due volte.

Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®

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