Nato su un aereo sopra Tripoli, cresciuto tra collegi da cui scappava e fotoromanzi da ruba-mogli, interista sfegatato in una città che non lo era. Franco Califano prima di diventare “il Califfo” ha fatto ben oltre che canzoni
La prima cosa che faceva mia madre, dopo che mio padre le portava il caffè alle 5 del mattino, era cominciare a pulire casa. Mamma era casalinga e non stava mai ferma. Era un continuo spolverare, mobili, gingilli di ogni tipo (sarà per questo che io odio i soprammobili di ogni genere), spazzare la cenere di sigarette che mio nonno lasciava ovunque e lavare per terra. Lavava per terra di continuo.

Era un lavoro che durava ore e che precedeva l’articolata preparazione del pranzo. Per rendere meno oneroso questo lavoro immane, mamma cantava, sempre. Principalmente canzoni napoletane. Nel 1981 ebbe una sorta di epifania. Sigla finale di Domenica in con a capo Pippo Baudo era La mia Libertà di Franco Califano. Da lì in poi, per un certo periodo non ha cantato altro.
Franco Califano
Califano era romano per scelta. Era nato il 14 settembre 1938 su un aereo che sorvolava Tripoli, allora colonia italiana. La madre Jolanda Ianniello, di Nocera Inferiore, ebbe le doglie in volo e il pilota fu costretto a un atterraggio d’emergenza. Il padre Salvatore, originario di Pagani, prestava servizio nel Regio Esercito in Libia. Con lo scoppio della guerra i Califano tornarono in Italia, prima a Nocera Inferiore, poi a Roma. Franco crebbe tra collegi ecclesiastici, per poi iscriversi a un corso serale di ragioneria all’ITCG Ludovico Ariosto. Non per amore dei numeri: semplicemente non riusciva a essere puntuale alle lezioni del mattino, “rapito” dalla vita notturna, come si giustificava lui stesso. Ma se gli chiedevano se si sentisse romano, rispondeva, «Certo che sono romano, a Roma ci sono sempre vissuto». A 19 anni si sposò con Rita Di Tommaso. Nel ’59 nacque la figlia Silvia, che abbandonò cinque mesi dopo la nascita: il matrimonio, del resto, era già finito da tempo.
Prima di iniziare la sua carriera di artista e paroliere con brani come “La musica è finita” per Ornella Vanoni (1967, scritta con Nicola Salerno e musicata da Umberto Bindi), prima di “Minuetto” per Mia Martini, prima di “E la chiamano estate” per Bruno Martino nel 1965, Califano raggranellava soldi facendo l’attore di fotoromanzi. Si trasferì da Roma a Milano e lavorò per le riviste Grand Hotel e Lancio. Non era il ragazzo romantico da copertina, il protagonista. Gli affidavano spesso la parte del seduttore, di quello che rubava la moglie al marito di turno. Il ruolo del bello e strxxxo che sa come far girare la testa senza preoccuparsi delle conseguenze. Il numero esatto dei fotoromanzi a cui ha preso parte non è documentato in modo univoco, diverse ricostruzioni giornalistiche parlano di svariate decine tra fine anni ’50 e primi ’60. Il principio era chiaro, erano soldi veloci fatti con poco impegno in un’epoca in cui quelle riviste vendevano milioni di copie. Della sua filosofia di vita da quegli anni resta una battuta che gira ancora oggi: diceva di essere sempre andato a letto cinque minuti più tardi degli altri, per avere cinque minuti in più da raccontare.
Non fu un periodo “formativo” nel senso alto del termine. Fu sopravvivenza pura. Nel suo libro, Senza manette (2008, scritto con Pierluigi Diaco), raccontava la gioventù di ristrettezze, i letti prestati dagli amici, le collette per non finire in un impiego fisso che considerava una prigione. E quando a 29 anni la meningite lo tenne per dodici mesi ricoverato al Mater Dei di Roma, bruciando tutti i risparmi, il meccanismo fu identico: si arrangiò. Raccontò di essersi “prostituito”, parole sue, con donne belle e ricche, servito e riverito dalla servitù in crestina, in cambio di sesso. I fotoromanzi erano la versione precedente dello stesso principio: prendi il ruolo che ti danno, lo interpreti, incassi. Quando passò alla musica vera aveva già anni di allenamento su come si racconta una storia. Lui stesso raccontava in un’intervista a Repubblica del 2003 che la vena romanesca gli era venuta forte proprio mentre lavorava a Milano: «Rispolverare il romanesco, sì, era una scommessa. Nelle mie canzoni ho cancellato però tutte le cartoline della tradizione… limitandomi a raccontare in romanesco storie normali, o di parlare di Roma senza mai nominarla. Sono testi che si capiscono ovunque».
Un tifoso interista a Roma
Che Califano non fosse il romano da “ponentino” o “cupolone”, lo dimostava il fatto che non fosse né romanista, né laziale. Califano era interista, e non pur parler. Nel 2006, durante il reality Music Farm su Rai 2, parlava nel sonno e recitava la formazione nerazzurra come una radiocronaca, Toldo, Zanetti, Materazzi, Córdoba, lamentandosi che “questa Inter mi sta rompendo i coglioni”. Quando morì, il 30 marzo 2013, l’account ufficiale dell’Inter lo ricordò come “grande tifoso”, e Repubblica lo definì un “insospettabile tifoso” che restava comunque “l’espressione più genuina di Roma”.
Il motivo, lo spiegò lui stesso, fu lo zio, interista, a portarlo bambino allo stadio a vedere solo l’Inter. Una passione che gli si attaccò addosso e non se ne andò più, rinforzata poi dai nove-dieci anni passati a Milano per lavoro, i fotoromanzi prima, la direzione artistica di una casa discografica poi. A Roma, tra gli anni ’60 e ’80, tifare Inter non era la scelta comoda, ma a lui non interessava.
Si narra, che negli anni della Dolce Vita, organizzasse collette con gli amici squattrinati per noleggiare un’auto appariscente. Poi, tutti insieme sfilavano per Via Veneto a caccia di turiste straniere. Vivere al massimo, sempre. Della sua vita movimentata fanno parte anche due guai giudiziari veri: nell’aprile 1972 fu arrestato per possesso di stupefacenti in un caso che coinvolse anche Walter Chiari e Lelio Luttazzi e venne assolto e nel 1984 i carabinieri fecero irruzione nella sua villa di Primavalle con l’accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico e traffico di droga. Era lo stesso filone in cui era finito Enzo Tortora grazie alle dichiarazioni di pentiti come Giovanni Melluso. Finì con un’assoluzione con formula piena. Queste storie non lo rendono più “profondo” nel senso melenso in cui certi coccodrilli lo vorrebbero. Lo rendono più reale e più cinico. Tutto coerente con quello che avrebbe cantato, con quella voce unica donatagli da una cordite cronica avuta in gioventù. La libertà come unica religione, il disincanto come armatura, il rifiuto di ogni etichetta che non fosse quella scelta da lui stesso.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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