Pippo Baudo inventò il videogioco, ma senza joystick
Se oggi qualcuno proponesse alla Rai di bendare un poveretto, dargli in mano una balestra giocattolo e farlo guidare a voce da milioni di italiani in diretta, il giorno dopo ci sarebbe un’interrogazione parlamentare, tre comitati etici riuniti d’urgenza e almeno due hashtag indignati.

Nel 1971 invece si chiamava semplicemente La Freccia d’Oro, andava in onda la domenica pomeriggio, e nessuno gridò allo scandalo. Anzi, tutti erano lì, incollati al Programma Nazionale, a urlare “più a destra!” al televisore come ossessi. E l’uomo che aveva tirato le fila di tutto questo delirio collettivo aveva un nome che i lettori di Boomerissimo conoscono fin troppo bene: Giuseppe Baudo, per gli amici Pippo, per la storia della tv Superpippo Nazionale. Era reduce, il Nostro, dal trionfo di Settevoci, quello che dalla scomparsa provvidenziale di Rin Tin Tin ne aveva fatto un fenomeno inamovibile del palinsesto, come abbiamo già raccontato qui su Boomerissimo. E invece di godersi i successi da giovane divo, il ragazzo di Militello si inventa un contenitore nuovo di zecca, prende sottobraccio Loretta Goggi (coppia che l’anno dopo si ritroverà su Canzonissima, ma questa è un’altra puntata) e mette in piedi uno dei format più assurdi mai concepiti dalla televisione pubblica italiana. Assurdo nel senso buono, sia chiaro: quello geniale, quello che solo Baudo riusciva a far sembrare normale.
Nel febbraio del 1971 il bianco e nero regna sovrano e la parola “interattività” non esiste in nessun vocabolario, nemmeno nei sogni degli ingegneri più visionari. Eppure, mentre altrove si discuteva se il colore in tv fosse una moda destinata a passare, un siciliano trapiantato a Roma decideva che il pubblico da casa non doveva più limitarsi a guardare: doveva partecipare, urlare, sentirsi protagonista. Bastavano una balestra giocattolo, un cameraman coraggioso e una benda. Non si tratta di una leggenda metropolitana, è tutto vero, e ci sono gli archivi Rai a dimostrarlo.
Il videogioco che non poteva esistere
Mettiamoci nei panni di chi era davanti al televisore in quella primavera del 1971. Niente telecomando, niente Atari, niente Pong, il futuro elettronico era ancora fantascienza. Eppure sullo schermo di casa, la domenica pomeriggio, andava in scena qualcosa che oggi potremmo chiamare il videogame dei Flintstones. Il meccanismo era semplicissimo e geniale: un bersaglio compariva sul monitor, un cameraman veniva bendato e messo lì, in balia della squadra in gara, che doveva guidarlo a voce verso il centro. “Più a sinistra”, “avanti così”, “fermo, tira”: e il malcapitato, che voleva solo fare il suo mestiere, senza vederci un accidente, doveva colpire il bersaglio armato di una specie di balestra giocattolo.

Tutto molto artigianale, solo una telecamera, un cameraman e la voce di Baudo che faceva da GPS ante litteram. La Rai lo considera tutt’ora il primo esempio di interattività videoludica in diretta della storia della televisione italiana. Pong sarebbe arrivato di lì a poco, ma Baudo aveva già capito, senza microchip e senza silicio, che il pubblico non voleva solo guardare la tv. Voleva viverci dentro, sentirsi parte del gioco. Se cercate bene tra gli archivi Teche Rai o su YouTube trovate ancora qualche spezzone di quelle puntate: non aspettatevi il 4K, ma bastano dieci secondi per capire l’assurdità geniale della faccenda. La Freccia d’Oro, però, non era solo un gioco. Era un varietà vero e proprio, andato in onda per diverse puntate tra febbraio e giugno di quell’anno, con sigla fischiettata da Pippo Caruso, canzone di chiusura intonata dallo stesso Baudo insieme a un manipolo di giovani che rispondeva ai nomi di Renato Zero e Loredana Bertè, ben prima di diventare monumenti nazionali della musica italiana. Gli autori erano Italo Terzoli, Franco Franchi e, ovviamente, Baudo medesimo, perché delegare non è mai stato il suo forte. Se c’era da scrivere, condurre, cantare e pure inventare un gioco strampalato, tanto valeva farlo tutto da sé. Mentre gli altri conduttori dell’epoca si accontentavano di leggere le domande da un cartoncino, lui bendava un dipendente Rai e lo mandava a caccia di un bersaglio invisibile.La stessa filosofia che ritroveremo anni dopo in Domenica In, in Fantastico, in tutti quei contenitori-fiume che Baudo avrebbe costruito nel corso di una carriera lunga più di sessant’anni. Si trattava di prendere ingredienti apparentemente incompatibili tra loro e farli stare insieme senza che si sentisse la cucitura. Il pubblico non si accorgeva mai della fatica dietro le quinte. Vedeva solo un uomo che si divertiva, e si divertiva insieme a lui.
Persino il Quirinale voleva sapere cosa stesse combinando Baudo
Facciamo un salto in avanti di circa un decennio. Domenica In è ormai diventata quella cosa che teneva l’Italia incollata al divano per ore e ore, tra musica, interviste, giochi e quel misto di festa paesana e salotto buono che Baudo sapeva confezionare. Ed è in questo contesto che si colloca uno degli aneddoti più raccontati della sua carriera, una telefonata arrivata dal Quirinale, in diretta, per fargli i complimenti.
Quelli erano gli anni di Sandro Pertini e quando si parla di rapporti tra Baudo e il Presidente degli Italiani, di aneddoti se ne raccontano parecchi. Baudo ha anche ammesso di aver chiesto e ottenuto proprio da Pertini l’onorificenza di Commendatore per il padre Giovanni, l’avvocato di Militello che avrebbe preferito vedere il figlio in un’aula di tribunale piuttosto che bendare cameraman in diretta nazionale.
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Il senso della telefonata è che Baudo non era un semplice conduttore che leggeva il copione. Era l’uomo che inventava format, che scopriva talenti (l’ho scoperto io!), e che riusciva a tenere in piedi serate fiume con disinvoltura. Quando persino le più alte cariche dello Stato si interessavano a quello che stava facendo in tv, un motivo doveva pur esserci: Domenica In, sotto la sua guida, non era più solo un programma. Era diventato un posto dove succedeva davvero qualcosa, un salotto nazionale dove tutti, prima o poi, volevano entrare. Persino chi abitava al Colle.
D’altronde Pertini, il “presidente partigiano”, non era tipo da lasciarsi scappare l’occasione di infilarsi in una conversazione nazionalpopolare: amava parlare ai giovani, amava intervenire nella vita del Paese con quel piglio diretto che lo rese il capo dello Stato più amato della Repubblica, e certo non disdegnava una telefonata in più se serviva a farsi sentire vicino agli italiani riuniti davanti al tubo catodico della domenica.
A conti fatti, il concorrente bendato colpiva il centro una volta su tre, il cameraman si prendeva una balestrata sullo stinco ogni due puntate, e Baudo, imperterrito, continuava a urlare istruzioni come se stesse atterrando un aereo di linea in piena nebbia. Il vero colpo da maestro, però, non era mai sul bersaglio disegnato sullo schermo. Era il pubblico a casa, guidato a vista per cinquant’anni buoni con lo stesso identico metodo: “un po’ più a destra”, “fermo lì”, “e ora canta”. Bersaglio centrato puntualmente, sera dopo sera, senza che nessuno si sentisse mai davvero bendato.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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