Dietro la porta del Piccolo Teatro di Milano. Quella porta che Giorgio Strehler e Paolo Grassi abbatterono con un calcio.
Per me, un ragazzo degli anni ‘60, il Piccolo Teatro di Milano è stato molte cose, tra cui un luogo di torture di scolastiche. Se avete mai avuto la ventura di sedervi nelle anguste poltroncine che circondavano lo storico palco, potete ben immaginare la sofferenza di un ragazzo molto più alto della media, costretto per ore con le tibie premute al duro legno della poltroncina davanti, mentre cerca di cogliere la bellezza non immediata di uno spettacolo avanguardistico-rinascimentale apparentemente infinito.

Nel mio caso, galeotto fu Il Ruzante, oscuro autore veneto recuperato dalla banda di Strehler, e riproposto nel suo originario dialettale per la gioia del pubblico di una Milano che aveva deciso di espiare il pieno di soldi degli anni ‘60, con l’aspro cilicio del teatro più culturalmente e politicamente impegnato d’Italia. A me, quell’autentico tempio, di cui percepivo la grandezza pur nell’abisso del dolore, e senza capire una parola di quel veneto popolaresco arcaico, toccò all’inizio degli anni ‘80, per un’avventura culturale scolastica che, è il caso di dire, lasciò il segno.
Intorno a quel Teatro che, prima di trasferirsi, irradiava tutto il quartiere, i suoi negozi e persino la Trattoria Rovello, ho poi lavorato. Sotto il ritratto austero di Strehler ho passato qualche intervallo di pranzo mangiando risotto con l’ossobuco, si mormorava il piatto preferito del Maestro. Lì, nel cortile del Piccolo, e a quelle locandine che ne coronavano l’ingresso ogni tanto si buttava l’occhio, con riverenza e timore. Non c’era solo il dolore alle tibie e il fantasma del Genio ormai scomparso ad aleggiare. Si sentiva qualcosa di più.
La Casema della Muti
Nella nostra ignoranza di studenti, e poi di formichine di quella Milano ancora da bere, non sapevamo. E per sapere ho dovuto attendere un invito del destino, o quantomeno della fondatrice di Boomerissimo, a tornare in visita ad un museo, che più di altri sa del passato impolverato ma luminescente (per chi sa vedere) che in questa rivista amiamo ogni tanto ricercare: il Museo del Risorgimento.

L’idea era una visita al “focus epositivo” sulla Liberazione dal fascismo, che il Museo ospita per qualche mese. Cercando tra le sale, affascinati dai vecchi stendardi, dai quadri delle Cinque Giornate, dall’epica garibaldina, quasi quasi stavamo per scordarci l’oggetto del nostro focus, quando improvvisamente in una sala, non la più centrale né la più importante, ci siamo imbattuti in una cartina stranamente nera, chissà frutto di quale tecnologia di riproduzione, sottolineata in oro da qualche comando della Resistenza con tutti i luoghi del potere e del combattimento di quella Milano tra ultime raffiche di Salò e liberazione.
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Ho cercato istintivamente in quella mappa di una Milano molto più piccola di quella di oggi, i miei posti, il mio vecchio ufficio di Via Dante. Proprio lì accanto brillava uno dei quadrati dorati: “Caserma Ettore Muti”. Proprio lì, dove sapevo esserci (e le mie tibie me lo ricordavano ancora) il Piccolo Teatro di Milano. Una caserma fascista, della milizia più feroce e criminale di quel fascismo che stava morendo uccidendo.
Un palazzo dove criminali comuni, rivestiti in fretta di una divisa nera, torturavano e uccidevano, un po’ per piacere, un po’ per profitto, un po’ per disperazione, in quegli ultimi mesi di un regime che tutti sapevano essere condannato, e che i più scaltri (dunque non gli sgherri della “Muti”) stavano semmai cercando di abbandonare, nascondendo gli indizi di ciò che erano stati.
Il calcio alla porta
Non erano di quella infima categoria umana, due figure come Paolo Grassi e Giorgio Strehler, due giganti della cultura e del Teatro, due fratelli siamesi che avevano rifiutato ognuno per conto suo il fascismo, uno per l’esilio, l’altro per la lotta partigiana. Li aveva separati la guerra, mentre già progettavano insieme una nuova idea di Teatro. Li aveva riuniti la Liberazione e ora la città era loro. In quelle macerie insanguinate poteva rinascere il loro sogno.

Insieme decisero di ripartire nel 1947, da quella caserma abbandonata e ancora urlante di dolore della “Muti”. Un bel palazzo storico al centro di Milano, prima stuprato, poi abbandonato, ora cadente, pericolante.
Per entrarci, c’era da superare una porta sgangherata e marcia, che dava sul cortile interno. Strehler riservato e austero, Grassi impulsivo e deteminato milanese di sangue pugliese, di fronte a quell’ultimo diaframma reagirono ognuno a modo suo: Grassi, abbattendo la porta con un calcione, Strehler con il terrore fatale di avere appena compiuto un reato di effrazione.
Compiuto il reato, dietro quella porta abbattuta, oltre quei rottami e quei calcinacci polverosi, c’era il futuro del Teatro ma anche l’orrore più spaventoso che Milano avesse conosciuto.
I camerini del vecchio cinema Broletto che aveva occupato quegli spazi erano stati trasformati in celle di detenzione e di torture dalla milizia più spietata che avesse terrorizzato Milano
Sulle pareti erano ancora visibili i segni della prigionia e delle torture; tracce di sangue sui muri, scritte e nomi, una cartografia del dolore, delle sevizie, la mappa di un luogo di morte. Al secondo piano, altre celle di detenzione, dove partigiani, ebrei, semplici civili venivano rinchiusi, interrogati, torturati, spesso uccisi.
“« Quando Garibaldi partì da Quarto per andare a liberare l’Italia non chiese ai suoi garibaldini di presentare all’imbarco sul Rubattino il certificato penale…Eppure fece l’Italia! Io, che tu definisci un balordo, con i miei balordi, farò piazza pulita dai traditori, dai gerarchi vigliacchi, dall’antifascismo…Li hai visti i gerarconi di allora aderire al nuovo fascismo repubblicano? No!… quelli non ci sono più: hanno tradito! “
Francesco Colombo, spiegando la sua unità al federale Francesco Resega
La Legione Muti non era un’unità qualunque: era stata fondata il 18 settembre 1943 da Francesco Colombo, un ex caporale dell’esercito e fascista della prima ora.

Un soldatino feroce, con ambizioni di seviziatore, che aveva raccolto una milizia simile alle squadre di azione del primo nazismo, le SA di Ernst Rohm: ex reclusi del riformatorio minorile di Vimodrone, delinquenti comuni evasi dal carcere di San Vittore, e altri giovani che ambivano a mettere in pari la bilancia della vita, ubriacondosi del potere di infierire su disperati più disgraziati di loro. Rifiuti della società che si erano dati la licenza di rastrellare, rapinare, saccheggiare, torturare, umiliare e massacrare chi era sospetto di inaffidabilità politica, o semplicemente aveva qualcosa di cui impossessarsi.
Era il peggio della mala milanese, la sua frazione più brutale e sanguinaria, che decenni prima delle imprese criminali di figure come Turatello, Vallanzasca o di Bergamelli, terrorizzava e depredava Milano assumendo le sembianze di una caricatura di ordine, dotato del potere di vita e di morte.
Non si poteva scendere più in basso di quelli abissi in cui era sprofondato quell’edificio un tempo bello e nobile: Palazzo Carmagnola, incastrato nel cuneo che si stringe tra via Broletto e quella Via Rovello, che del Piccolo Teatro sarebbe diventato l’ingresso nobile.
L’inaugurazione di un teatro per tutti.
Grassi e Strehler avevano già in mente tutto questo mentre quella porta, con una slow motion da film cadeva a terra, sollevando la polvere e aprendo la vista su orrori indicibili, ma ancora ben visibili, scritti letteralmente col sangue?
Sicuramente sì, e non avevano smesso mai di costruirlo dalle loro prime collaborazioni, dai loro primi gruppi teatrali in pieno tempo di guerra.
Il sipario del Piccolo Teatro, la realizzazione di quel sogno, si alzò per la prima volta il 14 maggio 1947, con la messa in scena de “L’albergo dei poveri” di Maxim Gorkij, per la regia (c’era da dubitarne?) di Giorgio Strehler.
Non era una scelta casuale: era già il programma un Teatro d’Arte per Tutti, un teatro con una missione sociale, che doveva scovare un pubblico nuovo, nelle strade, nelle fabbriche. E lo faceva recuperando non solo i grandi del teatro classico, ma le opere della commedia dell’arte, lo spettacolo popolare: Carlo Goldoni e “Arlecchino servitore di due padroni” che di quel teatro sarebbe diventato il simbolo. O appunto Angelo Beolco, detto “Il Ruzante” in cui sarei incappato qualche decennio dopo.
Il mio dolore alle tibie, il senso di oppressione e la voglia di fuggire dalla tortura di quello spettacolo, può servire da antidoto alla retorica e all’eccesso di entusiasmo progressista che spingeva l’idea di quel teatro. In realtà ho qualche dubbio che il Piccolo Teatro di Strehler e di Grassi, nonostante le sue intenzioni nobili, e tutta la sua volontà di miglioramento sociale, sia riuscito a portare la luce del teatro oltre il confine di una borghesia curiosa e danarosa, piuttosto ben delimitata, anche se certamente animata da spirito riformista e talvolta rivoluzionario.
Per quella Milano che guardava avanti anche se non sempre capendo cosa guardava (cosa certamente vera nel mio caso), la tessera del Piccolo era un segno indispensabile di appartenenza.
Ho riso spesso delle sue torture, senza sapere nulla delle torture niente affatto metaforiche da cui quel teatro veniva. Ci ho capito qualcosa molto tempo dopo, per caso, per la curiosità che a volte riesce a mettere una piccola testata come questo nostro Boomerissimo.
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Curiosando e inseguendo ricordi, siamo finiti dentro la storia di un altro Piccolo, molto più importante di noi. Si è aperta una porta e, una volta di più, è valsa la pena di avere dato quel calcio.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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