Una fortezza, un prigioniero, tanti segreti
Non vorrei fosse un primo sintomo di demenza, ma è un fatto che tendo a ricordare con dovizia di dettagli eventi del passato.

Le neuroscienze in questo mi vengono in aiuto. I ricordi più lontani, legati a esperienze emotive significative, tendono a essere più stabili rispetto a quelli più recenti e classificate come non importanti.
Storia e carceri
Non so quanto potessero essere emotivamente significative, ma certe narrazioni fatte a scuola, dalla mia intransigente e maresciallesca suora, ce le ho ancora ben stampate in testa.
Non me ne vogliano i fautori del metodo Montessori, ma a noi non era concesso scoprire da soli, il sapere era qualcosa che lei possedeva e a noi veniva trasmesso, con una buona dose di affabulazione e terrore, in percentuale di 60 e 40.
Suor Teresa era una fan sfegatata del Risorgimento e delle gesta dei Carbonari fino ad arrivare alla Prima Guerra Mondiale. Credo che la mia classe sia stata l’unica o l’ultima ad avere imparato a memoria e cantato per un anno La canzone del Grappa con lo stesso fervore patriottico con cui l’aveva pensata Emilio De Bono prima di derapare verso il fascismo.
Si infervorava la mia “amata” suora soprattutto quando narrava di storia. Storia di cui metteva in risalto luoghi e gesta secondo il suo privato sentire e senza omettere macabri particolari a bimbetti di nove/dieci anni.

E quindi giù con la storia di Daniele Manin e Niccolò Tommaseo rinchiusi ai Piombi per attività antiasburgiche, ma il suo episodio preferito era quello di Silvio Pellico e Pietro Maroncelli finiti nel famigerato Spielberg. Anche il suo modo di pronunciare la parola era solenne. E giù con tutta l’aneddotica relativa a Pellico e Le mie prigioni, con narrazione dettagliata del taglio della gamba di Maroncelli avvenuto nella fortezza. Come scrive lo stesso Pellico “Io lo tenea fra le mie braccia. Al di sopra del ginocchio, dove la coscia cominciava ad esser sana, fu stretto un legaccio, segno del giro che dovea fare il coltello. Il vecchio chirurgo tagliò, tutto intorno, la profondità di un dito; poi tirò in su la pelle tagliata, e continuò il taglio sui muscoli scorticati.. Il sangue fluiva a torrenti dalle arterie, ma queste vennero tosto legate con filo di seta. Per ultimo si segò l’osso. Maroncelli non mise un grido.”
Suor Teresa non aveva filtri. Dovrò a lei la mia passione per il true crime?
Spandau
A lei devo certo la curiosità per le fortezze, soprattutto quelle al centro di fondamentali eventi storici.
Spandau non è solo il nome di un gruppo pop degli anni Ottanta, ma quello di una fortezza con una storia particolare. Il carcere di Spandau, fu costruito nel 1876 come prigione militare.

Si presentava come una struttura in mattoni circondata da un elaborato sistema di sicurezza che comprendeva diversi muri: uno di 4,5 metri, uno di 9 metri, uno elettrificato di 3 metri e infine una barriera di filo spinato. Era stato progettato per ospitare centinaia di detenuti, anche se divenne famosa per aver ospitato sette criminali nazisti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Le celle misuravano approssimativamente 3 × 2,7 × 4 metri. Era in grado di ospitare oltre 600 detenuti.
La sicurezza era garantita da nove torri di guardia presidiate 24 ore su 24 da soldati armati di mitragliatrici. Durante il periodo in cui ospitava i criminali nazisti, tra una cella occupata e l’altra ve n’era una vuota per impedire eventuali comunicazioni in codice morse.
Una struttura enorme quindi, che per un certo tempo ospitò questi sette detenuti reduci dal processo di Norimberga, e finì per averne uno solo: Rudolf Hess.
In principio erano dunque sette: Rudolf Hess – condannato all’ergastolo, Walter Funk – condannato all’ergastolo, Erich Raeder – condannato all’ergastolo, Albert Speer – condannato a 20 anni, Baldur von Schirach – condannato a 20 anni, Konstantin von Neurath – condannato a 15 anni, Karl Dönitz – condannato a 10 anni.
All’interno della prigione, i detenuti non venivano chiamati per nome ma identificati tramite un numero. Il regime carcerario di Spandau era rigido, regolato da un complesso schema di norme stabilito dalle quattro potenze alleate. Le comunicazioni con l’esterno erano severamente limitate: le lettere ai familiari ristrette a una pagina al mese, mentre le visite erano concesse solo per quindici minuti ogni due mesi.
La giornata tipo iniziava alle 6 del mattino con sveglia, igiene personale e pulizia delle celle. I prigionieri trascorrevano gran parte della giornata in giardino, tempo permettendo, con pause per i pasti e il riposo. Le luci venivano spente alle 22.
Col tempo alcune norme furono attenuate o ignorate dal personale, specialmente durante i mesi di gestione delle potenze occidentali, mentre il periodo di giurisdizione sovietica rimaneva il più temuto dai detenuti per la rigida applicazione delle regole.
I rapporti tra i detenuti erano complicati, segnati dalle rivalità e dai conflitti che avevano caratterizzato anche il loro passato nel regime nazista. Si formarono piccoli gruppi: Speer e Hess erano considerati i “solitari”, Raeder e Dönitz formavano “l’ammiragliato”, mentre Schirach e Funk erano descritti come “inseparabili”.
Tutti, per motivi di salute o per estinzione della pena furono presto o tardi rilasciati. Solo uno rimase fino alla morte, solo nella fortezza, Hess, appunto.
Rudolf Hess
Figlio di commercianti, Rudolf Hess nel 1920 si unì al nascente Partito Nazionalsocialista, diventando rapidamente amico e confidente di Adolf Hitler. Dopo il fallito Putsch di Monaco del 1923, aiutò il Fuhrer nella stesura del Mein Kampf durante la loro detenzione a Landsberg.
Nel 1933, con l’ascesa al potere dei nazisti, fu nominato vice di Hitler nel partito e nel 1939 fu designato secondo nella linea di successione dopo Göring. Il 10 maggio 1941 compì un gesto sul quale ancora si discute: volò da solo in Scozia con l’intento di negoziare la pace tra Germania e Gran Bretagna, ma fu immediatamente arrestato.
Processato a Norimberga dopo la guerra, fu condannato all’ergastolo per crimini contro la pace, destinazione Spandau.
Il suo soggiorno a Spandau è stato arricchito da un florilegio di dubbi e misteri. Alcuni si dicevano certi che l’uomo rinchiuso a Berlino non fosse il vero delfino di Hitler, ma un suo sosia. Le teorie a supporto della sostituzione di persona, si basavano sulla diversa statura e sulle arcate dentali entrambe rilevate prima del 1941. L’esame del DNA eseguito nel 2017 su un campione del suo sangue conservato, invece ne confermò l’identità.
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Dal 1966 in poi Hess rimase l’unico prigioniero del carcere. L’Unione Sovietica si oppose fermamente alla sua liberazione. Il ministro degli Esteri sovietico Andrei Gromyko rifiutò la richiesta di rilascio avanzata dal Segretario degli Esteri britannico Lord Carrington, sostenendo che Hess non aveva “mai mostrato nemmeno l’ombra del pentimento” e continuava a proclamarsi innocente.
C’è anche da dire che Hess ci mise del suo continuando a proclamarsi antisemita e nazista.
Nel 1987 il criminale nazista fu trovato impiccato in un capanno nel giardino del carcere e la morte classificata come suicidio. Anche qui, sembrò una verità troppo comoda. Hess aveva novantatré anni, era pressoché privo di forze e si muoveva con difficoltà.
Lo stesso ex direttore di Spandau, dichiarò che Hess fu assassinato, probabilmente strangolato da una guardia americana su ordine dei servizi segreti britannici, per evitare che potesse rivelare informazioni compromettenti.
Rivelazioni importanti che, però, non ci sono state neanche quando è stato aperto, nel 2017, il fascicolo relativo al suo volo in Scozia. Quel fascicolo mostra come l’incauto Hess sia stato attirato in una trappola dai servizi segreti britannici, che per mesi tennero una corrispondenza con il gerarca nazista facendosi passare per il duca Douglas-Hamilton. Il duca ne era completamente ignaro e quando si ritrovò l’11 maggio del 1941 il nazista di fronte non fece altro che chiamare la Home Guard.
Alla sua morte, la fortezza di Spandau fu rasa al suolo, i detriti ridotti in polvere e scaricati nel Mare del Nord, eliminando qualsiasi traccia fisica della prigione. Sul sito venne poi costruito un parcheggio e, a partire dal 1994, un centro commerciale. Questo per evitare che diventasse un luogo di pellegrinaggio per nostalgici. Il delfino di Hitler fu sepolto per sua volontà a Wunsiedel, in Baviera.
Purtroppo la sua tomba divenne rapidamente un simbolo, un controverso luogo di culto per gruppi neonazisti ed estremisti di destra, che vi si recavano regolarmente. Nel 2004, circa cinquemila persone si ritrovarono al cimitero presso la sua tomba. Nel 2011 la chiesa evangelica proprietaria del terreno decise di non rinnovare la concessione dell’area alla nipote di Hess. I resti furono quindi esumati, cremati e dispersi in mare, mentre la tomba venne completamente smantellata per impedire che continuasse a fungere da punto di riferimento.
Finalmente la damnatio memoriae era stata compiuta.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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