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Skorzeny la prima vita

La prima vita di Otto Skorzeny:  l’SS che si prese Mussolini 

Skorzeny diventa leggenda a Campo Imperatore, e non solo per l’azione. C’è un trucco che ha reso possibile l’impossibile.

Per noi ragazzi del Terzo Millennio, ormai abituati a passare più tempo sui social che sui libri di storia, le cime innevate dell’Abruzzo ricordano più il caos delle invasioni di turisti napoletani trascinati da influencer non particolarmente raffinate che non i silenzi e le irraggiungibili vette. Eppure non è sempre stato così. Nel settembre 1943 Campo Imperatore è ancora qualcosa di completamente diverso. Il luogo lontano e imprendibile in cui un’Italia spaventata e ancora incerta sul lato della guerra in cui si trova a combattere, ha rinchiuso il suo dittatore appena spodestato.

Skorzeny la prima vita
Otto Skorzeny – Boomerissimo.it

Mussolini è chiuso in un hotel piantato sull’altopiano. L’Italia lo porta lì perché ha paura di tutto: dei tedeschi che lo rivolgono e degli italiani che lo odiano, come sempre vengono odiati i Grandi Condottieri non appena vengono sconfitti e rovesciati. Intorno, c’è il caos dell’8 settembre che induce a ulteriore prudenza. Quando non si capisce più niente, né chi sono gli amici né chi sono i nemici è meglio tenersi aperte tutte le possibilità, e un Mussolini vivo è un Jolly che può ancora essere giocato in molti modi. La scelta dell’hotel-fortezza sulla carta ha tutto quello che serve. L’hotel è isolato, e l’accesso “normale” passa dalla funivia: una specie di imbuto con un unico accesso da controllare. 

La prigione “perfetta”

È l’ultimo approdo del tour di Mussolini da nascondiglio a nascondiglio. Ha viaggiato lontano dalle strade e dalle città, dove gli occhi non arrivano. Il Gran Sasso offre la speranza che la geografia diventi un ostacolo definitivo: Campo Imperatore è infatti un fortilizio naturale che scoraggia qualsiasi progetto di incursione. Eppure, la storia ha provato che le prigioni perfette non esistono. O meglio, esistono finché la routine non inizia a corrodere la loro sicurezza. La funivia è sempre uguale, giro dopo giro diventa qualcosa di scontato e anche di pericoloso. Se salire è impossibile, è anche vero che presa la stazione a valle, tutta la fortezza è isolata, finita.  Per Berlino, Mussolini non è solo un alleato prigioniero, o un ispiratore da ricambiare. È soprattutto uno strumento politico, un simbolo attorno al quale ricostruire la parte occupata di un’Italia spaccata in due. Occorre ristabilire ordine in mezzo a fuggi fuggi e senza il loro Duce persino i fascisti più motivati rischiano di sbandarsi. Da questi calcoli nasce l’Operazione Quercia: un colpo che deve riuscire e deve fare rumore. Skorzeny entra nella storia qui, nel punto in cui un’operazione militare cerca già la sua fotografia.

Dodici alianti, un hotel, pochi minuti

Il Gran Sasso, lo abbiamo già visto, è impossibile da scalare. Occorre un’operazione audace, fuori dagli schemi, che colga con la guardia abbassata una difesa italiana, impigrita dalla sicurezza delle difese naturali.

Skorzeny la prima vita
L’Hotel di Campo imperatore (Wikimedia Commons | Scheniders Toni | Credit: Bundesarchiv ) Boomerissimo.it®

Il 12 settembre 1943, il cielo continua a essere sillenzioso quando inizia a popolarsi di strane creature che planano senza produrre il minimo rumore. L’altopiano non offre una pista comoda, è un pezzo di roccia che devi accettare così com’è. Per i piloti tedeschi di quegli uccelli meccanici  l’atterraggio è la parte più pericolosa dell’azzardo. Quando toccano terra e scaricano uomini armati, la guardia si ritrova con il pericolo già dentro il perimetro difensivo. I rapporti di forza sono improvvisamente invertiti. I tedeschi hanno un altro asso nella manica, una sorpresa nella sorpresa. Con loro c’è anche il generale italiano Fernando Soleti, portato apposta perché le guardie non sparino d’istinto vedendo un volto e un’uniforme “familiari”. Possono essere i pochi secondi necessari a cambiare la storia. Tra gli abili paracadutisti tedeschi c’è anche un uomo la cui presenza sul posto è abbastanza inspiegabile: Otto Skorzeny. Non è un paracadutista, non ha nessun addestramento speciale. È solo un ufficiale della divisione SS Das Reich che ha combattuto sul fronte orientale, è stato leggermente ferito alla testa e dopo di allora si è dedicato a compiti di ufficio a Berlino. La sua unità ha una missione speciale all’attivo, in Iran. Ma è stata un fallimento. Skorzeny non è lì per il suo record di successi, ma come “imbucato”. È l’aiutante del generale Student, che ha avuto l’idea degli alianti. È un SS di bella presenza e anche questo è importante per acconsentire alla sua richiesta di salire sugli alianti. Il comando ritiene che Skorzeny potrà fare un bell’effetto nelle foto. È lì più come fotomodello che come leader militare.  Perdipiù, per meglio organizzare il set, Skorzeny pretende di portare con sé alcune SS, a cui i paracadutisti devono malvolentieri cedere il posto. Ma la decisione è presa, Hitler è un leader fallimentare da molti punti di vista (oltre che, ovviamente, criminale) ma ha il senso della comunicazione e quella giovane SS con la faccia da film e sulla faccia una profonda cicatrice (frutto di un duello universitario) è l’uomo giusto per il compito. Skorzeny viene scelto come molti candidati di oggi: perché ha la faccia e la presenza giusta. L’ambiziosa e teneraria Operazione Quercia ha anche il suo contenuto di casting. 

I tedeschi scelgono l’alto

Poco dopo mezzogiorno, decollano aerei da Pratica di Mare con una fila di alianti DFS 230 a rimorchio: dieci alianti, ciascuno con un pilota e nove soldati a bordo. Tra loro c’è Skorzeny, il regista e il generale italiano che deve servire come guida e come ostaggio: i carabinieri possono anche essere armati e numerosi, ma per quanto bene addestrati, esiteranno prima di sparare su un loro comandante.

Skorzeny la prima vita
Mussolini con Otto Skorzeny dopo il blitz (Wikimedia Commons | Scheniders Toni | Credit: Bundesarchiv ) Boomerissimo.it®

I DFS 230 sono costruiti per colpire vicino al bersaglio e fermarsi in fretta: sulla stretta roccia di Campo Imperatore, la fretta è ancora più necessaria e gli alianti  hanno persino un paracadute di frenata per ridurre lo spazio necessario all’arresto. Una perfetta tecnologia da commando, che funziona solo in parte, ma quanto basta. Alcuni mezzi toccano molto duro. Gli uomini saltano fuori e si sparpagliano verso l’hotel. L’ordine è quello delle operazioni speciali: non dare tempo alla difesa di diventare organizzazione. Il tempo è l’unica cosa che può ribaltare un colpo del genere. Dentro l’hotel, Mussolini capisce subito cosa sta succedendo. Secondo le versioni più accreditate si affaccia e chiede che non scorra sangue. Anche perché il sangue potrebbe essere suo. Il generale-ostaggio Soleti fa il resto: si rivolge a poliziotti e carabinieri e ordina di non aprire il fuoco. Nel caos del momento l’ordine di un generale italiano ha il suo effetto e il commando entra. La “fortezza” di Campo Imperatore crolla quasi senza combattere. L’ironia è tutta qui: la prigione è stata scelta per essere lontana, e viene presa perché la distanza diventa un vantaggio per chi sa arrivare dall’aria e isolare l’accesso a valle. È solo a quel punto che arriva sulla scena anche Otto-Harald Mors, il maggiore che coordina l’azione dal basso e raggiunge l’hotel dopo l’assalto, in funivia. Si presenta a Mussolini: la parte militare del colpo è già finita. Il raid è durato pochi minuti. Ma in quei minuti succede anche un’altra cosa, meno “militare” e più decisiva per il futuro: qualcuno si assicura che l’operazione venga fotografata e filmata. La vittoria non esiste se non viene comunicata, se la nuova Repubblica Sociale non può celebrare la sua vittoria e il ritorno del suo simbolo.

Skorzeny si prende Mussolini

È il momento di Skorzeny, a cui tocca prendersi la cornice mediatica. Si mette accanto al prigioniero nel momento più importante, quello che diventa immagine. La guerra produce miti, e lui deve essere quel mito. Gli otturatori scattano, Mussolini è tornato e quel ritorno ha la faccia memorabile di un ufficiale SS che ha la faccia (non molto di più) del grande combattente. Poi comincia la parte più pericolosa dell’impresa: il ritorno. Il tempo stringe: a valle ci sono forze italiane, e l’idea di un contrattacco cresce minuto dopo minuto. Serve un’estrazione rapida e anche per questo i tedeschi hanno il velivolo giusto: un Fieseler Fi 156 Storch, aereo da collegamento capace di decollare e atterrare in spazi cortissimi. La sua capacità è quella di partire da dove altri aerei non possono nemmeno atterrare.

Skorzeny la prima vita
Mussolini sul volo di ritorno (Wikimedia Commons | Kayser, Bruno v. | Credit: Bundesarchiv ) – Boomerissimo.it®

Ma c’è un problema, che all’ultimo minuto mette a rischio tutto. Lo Storch è progettato per essere leggero mentre qui deve portare a casa Mussolini. L’aereo  è già a pieno carico con Mussolini a bordo e la presenza di Skorzeny lo sovraccarica ulteriormente, trasformando il decollo in un salto nel buio. Il decollo è un attimo interminabile, incerto, da brivido. L’aereo corre su terreno roccioso, cerca aria, e deve trovarla in pochi metri. Lo Storch sovraccarico fatica a staccarsi e rischia persino di colpire massi durante la corsa di decollo. Ma una volta in aria, si porta miracolosamente via due uomini e una storia che sta già diventando leggenda.​ La prima tappa è di nuovo Pratica di Mare. Da lì Mussolini riparte su un Heinkel He 111 e vola verso Vienna, poi Monaco, poi la Prussia Orientale dove riabbraccia Hitler. La sceneggiatura politica si completa: il simbolo torna al suo regista.​

La liberazione di Mussolini, il lato oscuro del blitz – Boomerissimo.it®

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Quando la giornata finisce, il blitz è già una leggenda: il tipo di operazione che sembra creata per essere ripetuta nei cinegiornali, e lo è davvero. Skorzeny ha fatto la sua parte, se non di combattente almeno di regista. Ha una capacità genuina di leadership e di scelta del momento: offre alla propaganda il volto, la scena, il ritmo che serviva. Nel dopoguerra, quella scena diventa un passaporto. “Quello del Gran Sasso” comincia a vivere di reputazione, contatti, promesse, paura. La seconda vita userà gli stessi ingredienti con un’angolazione rovesciata: non più l’azione pura ma una guerra segreta, lontana dalle scene che passa da liste, indirizzi, ricatti, scambi. Il commando resta nella memoria; la leggenda si dissolve nell’ombra ma continuerà a lavorare, col credito di quella giornata incredibile sul Gran Sasso

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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