Nella Guerra Fredda siamo cresciuti, non sempre rendendoci conto dei suoi pericoli. Sicuramente non sapevamo che lo scontro tra superpotenze avesse coinvolto persino i gatti.
La guerra fredda, oggi. è un interessante soggetto per spy movie. Occorre semplificarla e trasformarla in un fumetto, per un pubblico abituato ad assorbire “news” in forma di meme. Ma con qualche sforzo può venirne ancora fuori qualcosa.

Per noi boomer, invece, il mondo della guerra fredda è stato quello in cui siamo cresciuti. Curiosamente, se molti amano ricordare i vecchi giocattoli della nostra infanzia, gli adesivi, i mangiadischi, pochi sembrano ricordare con nostalgia, o anche solo con interesse quel mondo diviso in due, in cui l’indice di due superpotenze picchiettava sempre nervosamente nelle vicinanze del pulsante nucleare.
Per me dimenticare è un po’ più difficile, perché il mondo oltrecortina, anche se ero ancora un ragazzino, l’ho conosciuto bene: parte della mia famiglia viene da lì. L’ho visto con i miei occhi nella sua forma “migliore”, ho anche sentito il ronzio degli eserciti di spie che si confrontavano. A volte sarà stata suggestione. Altre volte no: qualcuna è stata ospite a casa mia, certe si sono introdotte nel nostro telefono, irritando notevolmente mia madre.

Quando si alzava la sbarra al confine, e finalmente, entravi in quel mondo grigio, affascinante e spaventoso, spesso ti chiedevi con chi stavi parlando e se il gentile cameriere o il commesso del negozio di libri fosse davvero quello che sembrava essere, o avesse anche qualche compito aggiuntivo. Ma per quanto la mia fantasia fosse sviluppata, non arrivava a sospettare la realtà che abbiamo scoperto in seguito, ad archivi aperti. E certamente non avrebbe sospettato, quantomeno, di un tranquillo felino, intento a fare le sue cose da felino: passeggiare, curiosare, sdraiarsi da qualche parte a rimettere a lucido la privata gioielleria di famiglia. Eravamo troppo ingenui.
Guerra per interposto animale
È meglio non avere eccessiva fiducia della trasparenza di archivi di organizzazioni come la Cia, nemmeno quando sono declassificati. Per i russi il sospetto della trasparenza non esiste nemmeno, per quanto la parola “glasnost” sia stato un loro motto, per un breve e del tutto dimenticato periodo. Il vecchio Kgb ha preso direttamente il potere negli anni ‘90, si è rinominato Fsb. E questo è più o meno quanto, da quelle parti.
Ciononostante, qualcosa abbiamo saputo. Tom Vanderbilt, uno studioso di queste cose, ha realizzato un quadro decisamente interessante di come il governo USA abbia utilizzato (o cercato di utilizzare) una vasta gamma di agenti non umani, dai corvi ai piccioni, per arrivare al più improbabile degli 007 possibili: il gatto.
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Chi ha provato a girare un film, uno spot, persino un VHS delle vacanze, cercando di far fare fare qualcosa a un gatto, si è senz’altro reso conto della enormità dell’impresa. E forse è proprio questa apparente (?) assurdità ad aver fatto scattare qualcosa nelle menti creative dei dipartimenti di Intelligence USA. I russi, notoriamente sospettosi (e qualche volta a ragione) non si sarebbero preoccupati, quantomeno, di un gatto.

La Cia si convinse che con il giusto addestramento anche un gatto potesse diventare una spia, e cominciò a lavorare per equipaggiarlo tecnologicamente, in una maniera che certamente inorridirà (e ancora una volta, a ragione) gli animalisti. Gente che di cui normalmente diffidiamo, ma che occasionalmente ha pure le sue ragioni.
Anche in assenza di una indagine ufficiale del Congresso, ci sono oggi sufficienti documenti declassificati e testimonianze interne alla Cia per accertare che il progetto “Acoustic Kitty” (gattino, acustico, più o meno) è esistito davvero, ed è pure costato ai contribuenti un sacco di soldi.
Gatti elettricamente modificati
Eravamo negli ‘60. Le radioline a transistor erano arrivate da poco, e sull’onda dell’entusiasmo per questa prima miniaturizzazione, Victor Marchetti il numero 2 della Cia penso che fosse il momento di creare una specie di “gatto Frankestein”. Si trattava, per usare le sue parole, di “aprire un gatto, mettergli dentro delle batterie e un’antenna”.

La realizzazione non fu così semplice. Eravamo ancora nell’epoca dei registratori a bobina e dei computer che oggi a malapena servirebbero una lavatrice, occupavano un intero palazzo.
Le restrizioni morali non sono esattamente il problema della Cia. Ma restava il fatto che dopo l’operazione di mostrificazione, il gatto avrebbe dovuto continuare a sembrare un gatto, senza fili esterni, lucette, protrusioni metalliche più o meno camuffate. Un gatto-transformer dall’apparenza di un robot avrebbe devastato alla radice tutta la ratio del progetto: disporre di un agente insospettabile.

Matt Soniak, che ha cercato di raccogliere i dettagli di questa storia ha scoperto che ci vollero circa 5 anni di lavoro per arrivare ad un risaltato accettabile:
Lavorando con fornitori specializzati esterni, la Cia riuscì a costruire un trasmettitore di un paio di centimetri, da inserire alla base del cranio del gatto. Il difficile era trovare posto per il microfono ma ad un certo punto si scoprì che il canale dell’orecchio era la scelta più giusta.
L’antenna era un filo sottilissimo, nascosto nel pelo del gatto. Le batterie erano il problema maggiore, perché le dimensioni limitate del gatto costringevano a usare solo i tipi più minuscoli, il che limitava drasticamente l’autonomia del tempo di registrazione
Le sperimentazioni costarono, supponiamo, la vita a numerosi gatti, finché i risultati tecnici sembrarono abbastanza soddisfacenti per passare alla fase operativa vera e propria.
Fu a quel punto che la Cia si trovò davanti a un ostacolo che, forse, si sarebbe potuto intravedere dall’iniizio. Per quanto elettrificato, riempito di fili e batterie, il gatto è un animale che fa quello che vuole lui. Punto.
Fuori dal laboratorio, non c’era nessun addestramento possibile. Il gatto si allontanava quando si annoiava,aveva bisogno di distrazioni o aveva fame. I problemi di fame del gatto furono affrontati con una ulteriore operazione. Si stima che le spese chirurgiche e di formazione supplementare abbiano portato il costo totale a 20 milioni di dollari. Ma alla fine Acoustic Kitty era finalmente pronta: poteva cominciare ad avventurarsi nel mondo reale.
La terribile fine di Acoustic Kitty
L’inizio delle operazioni coincise con la sua fine. Alla prima uscita il gatto fu investito e ucciso da un taxi moscovita, mentre cercava di attraversare la strada.
Una fine drammatica, che convinse la Cia a cancellare definitivamente il progetto. Trovare altri 20 milioni di dollari per un altro gatto non venne giudicato possibile, alla luce della totale assenza di qualsiasi risultato.
Fu però deciso che il progetto non era stato un fallimento assoluto ma solamente relativo. La Cia aveva infatti scoperto che “è possibile addestrare un gatto a muoversi per brevi distanze”.
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Piccoli passi di gatto, grandi passi per l’umanità, verrebbe da dire. Peccato che l’addestramento non sia arrivato fino al livello “evitare un taxi in corsa”. A proposito. Ripercorrendo questa incredibile storia, un brivido ci è corso per la schiena.
Non è che, per caso, l’autista del taxi fosse un agente del Kgb? Tutta la faccenda prenderebbe una piega ancora più surreale. O forse meno…
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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