Non era una donna in carne e ossa. Era un sogno. Eppure “Margherita” conquistò l’Italia in piena contestazione, fece piangere generazioni e spinse migliaia di genitori a chiamare così le figlie. C’era solo un problema, ed era proprio nel nome
“Margherita”, per qualcuno, fu il “lento”. Roba da festicciole di scuola media, che a quell’età frequentavo con sospetto, molto più innamorato del jazz e dei voli pindarici di Charlie Parker che delle mie compagne di classe. Il “lento” in quelle occasioni era l’ostacolo più alto. Dopo aver fatto i deficienti con qualche danza di quelle che si usavano ai nostri tempi, qualcuno metteva sul piatto il pezzo forte.

E lì toccava identificare una controparte, e soprattutto metterle le mani sulla vita e trascinarsi in qualche modo per tre minuti abbondanti. Era un momento ambito, ma infinito, di cui non a caso mi si è stampata in mente la colonna sonora. Quel Cocciante che mi piaceva si e no al trenta per cento, che cantava berciando l’amore, ma la cui canzone chiave, devo ammetterlo, non era poi male. Piaceva persino a me, difficilissimo e – presumo – pallosissimo appassionato di suoni che gli altri trovavano incomprensibili. Era dunque una canzone magica, e la sua genesi non è da meno.
Il sogno
Roma, una notte che poteva essere del 1975 o del 1976 (anche Cocciante ha la sua bella età, e non tutto può ricordare esattamente). Marco Luberti, il paroliere che lo ha accompagnato al successo, si sveglia di soprassalto nel suo letto. Sono le quattro del mattino. Ha in testa una frase precisa, insistente:
“Io non posso stare fermo con le mani nelle mani”
Si alza di scatto, accende la luce, afferra carta e penna. Un gesto che noi creativi, abituati a dormire col taccuino sul comodino, conosciamo bene. Poi raggiunge il telefono con la rotella e compone il numero di Riccardo Cocciante. Con sorpresa di nessuno, il telefono squilla a vuoto per un tempo che pare infinito. Ma quando l’amico risponde, con la voce ancora impastata di sonno, Luberti gli spara l’incipit: una mitragliata di parole come se fossero le quattro di pomeriggio. Cocciante forse realizza, forse no. Forse ha sonno, forse è colpito. Fatto sta che dopo un istante di silenzio, riesce finalmente ad articolare qualcosa: “Vieni qui domani, vediamo se ci sta una melodia”. Quella telefonata notturna è il vero battesimo di “Margherita”. Non è una donna in carne e ossa, o quantomeno non una sola. Un sogno. Margherita è un’immagine che arriva dalla somma di mille volti, frullati nel subconscio di un paroliere stanco e pure in crisi creativa. Diventerà una delle canzoni più amate.

Un altro dei pezzi un po’ fuori dal tempo che ci piacciono, e che forse non a caso è ancora in giro, dopo cinquant’anni. Nata in mezzo alla contestazione politica, ai collettivi, alle assemblee universitarie. Creata con in sottofondo gli spari di un’Italia pericolosa, nella quale impazzano rapimenti, bande criminali e nasce il terrorismo, “Margherita” è, come dicevano i Monty Python “un momento completamente diverso”: una ballad romantica che brucia le classifiche, straripa contro ogni previsione e si fissa nel paesaggio sonoro del Paese. In quel 1976 Riccardo Cocciante ha trent’anni e una carriera che sta finalmente cominciando a decollare, dopo anni di gavetta difficilissima. Nato a Saigon il 20 febbraio 1946 da un padre abruzzese e una madre francese, ha già il mondo nella voce, quano arriva a Roma a undici anni. Parlerà per sempre uno strano italiano con una leggera inflessione esotica e canta con la voce potente di un Wilson Pickett italiano. Anche per sé ha fatto fatica a trovare il nome giusto. Comincia come Riccardo Conte, poi si dà un tocco esterofilo e diventa Richard Cocciante. Inizia tra localini e opere rock sperimentali, ma è solo con “Bella senz’anima”, e con il suo nome ormai definitivo, che decolla davvero. Nel 1975 ha il problema di tutti quelli che hanno sfondato, senza sapere bene per me. È alle prese con il secondo album, quello che decide sempre se sei stato una promettente meteora o sei una star vera.

Cocciante e Luberti sono avvinghiati in qualcosa che è peggio di un lento delle medio, un concept album dedicato alla figura femminile ideale. Detta così, una palla mondiale. Sono, come si suol dire, imballati. Restano in piedi fino alle due di notte mettono insieme melodie, spunti, ma niente che assomigli a una canzone vera, o peggio una serie di canzoni. Dopo una di quelle sere di impasse creativa, Luberti torna a casa e si addormenta male: non sta uscendo niente e nella testa gli si accavallano note e parole. Poi arriva – come talvolta capita – il sogno. L’incipit perfetto. Sono cose che sono capitate a tutte, ma la novità è che una volta rilette quelle quattro parole, sono buone per davvero. Quando i due si ritrovano al piano, c’è un’idea. E da idea nasce idea: Cocciante ritrova tra gli avanzi dei giorni precedenti una melodia che sembrava servire a poco, ma adesso calza come un guanto. È una canzone delle sue, un crescendo sinfonico-pop che esalta la sua voce che non sapremmo come definire, se non cocciantesca. Il ricciuto cantautore ha però un dubbio. Il nome entusiasma Luberti, che ne è perdutamente innamorato. Ma a lui “Margherita” non piace. C’è una pubblicità su Carosello che parla di una lavatrice o di qualcosa del genere (pur essendo degli appassionati della materia, nemmeno noi siamo riusciti a capire di che cosa si tratti). Cocciante delle volte si perde un po’ nei simbolismi, si è convinto che stanno facendo una canzone simbolica, allegorica, che deve rappresentare l’eterno femminile. E dargli la faccia di un elettrodomestico gli dà letteralmente i brividi. Si prova con altri nomi, ma alla fine vincono gli entusiasmi del paroliere, la magia dell’illuminazione notturna, e comunque non si trova niente di meglio. Luberti vince per sfinimento, e per fortuna di tutti quelli che a quella canzone legano qualche ricordo, più o meno emozionante. Non siamo pochi.
Il tocco di Vangelis
L’arrangiamento viene affidato a un giovane musicista di belle speranze pure lui, un certo Vangelis, che non ha ancora fatto praticamente niente. Ma la RCA sente il potenziale, investe in una registrazione di classe, ai Nemo Studios di Londra. Margherita è un gran pezzo di suo, ma il tocco di Vangelis ne fa un piccolo capolavoro: archi, tastiere eteree e quel crescendo che deve reggere l’inevitabile ruggito ferino di Cocciante. Il produttore è lo stesso Marco Luberti. Il brano esce prima in un singolo e che le idee siano un po’ agli sgoccioli ce lo dice il lato B di quel 45 giri: un brano dimenticato che si intitola “Primavera” e che, più che i lenti delle medie, ci ricorda le fatiche dei primi temi delle scuole elementari. Lo sforzo immenso di buttare su carta qualcosa, su un tema evanescente, come quello delle stagioni che passano. Margherita e Primavera, si poteva forse fare di meglio. Ma a volte il lato A basta e avanza.
Riccardo Cocciante, “Margherita” (1976) – Boomerissimo.it®
Il successo è immediato e travolgente. Anche se per un artista che non difetta di ego come Cocciante, non inatteso. “Margherita” partecipa a Un disco per l’estate 1976, entra in classifica e resta per dieci settimane consecutive al primo posto, tra settembre e novembre. Devasta tutto, spacca, supera ogni pronostico. Cocciante, un po’ finge modestia, un po’ comprende esattamente le ragioni del successo di quel pezzo un po’ UFO, in quell’Italia preoccupata e impegnata.
“Pensavo che non avrebbe avuto chances, invece è straripata proprio per il contrasto fra il tema dell’amore e il tema della politica che era ovunque”
La canzone cilpisce in contropiede e diventa un fenomeno. In quegli anni, quello strano nome di lavatrice (?) comincia a diventare comune anche all’anagrafe. In tanti cominciano a chiamare le figlie Margherita ispirandosi all’alata lirica, che promette una donna come tutti la sognano: “Perché Margherita è il sale, perché Margherita è il vento e non sa che può far male”. Inebriato dal successo, Cocciante incide anche le versioni francese “Marguerite” e spagnola “Margarita” (la prima canzone con un nome di cocktail che è anche una lavatrice?) e conquista in più lingue i mercati internazionali. Il brano non lascia più la tv: Festivalbar, “Adesso Musica” e anni dopo persino a “Fantastico”.
È una canzone ingombrante, che non si può cantare senza avere nelle orecchie l’interprete originale, ma è talmente potente che Mina e Fiorella Mannoia la vogliono comunque, e la inseriranno stabilmente nei loro repertori.
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È una strana canzone, effettivamente diversa. Romantica, ma cantata da uno che ulula come un ossesso, una canzone fuori dal suo tempo, e un po’ anche dal nostro. Ai suoi tempi mi faceva un po’ ridere, e nello stesso tempo mi emozionava. Non tanto per la sua intensità emotiva e amorosa, ma perché sentir partire quel pianoforte era un po’ come sapere che adesso saltare il cavallo toccava a te. Il lento, un compito che – potendo – avresti volentieri evitato. Ma se tutto funzionava, ti lasciava con un brivido, e con quella rivelazione inattesa: anche tu potevi farcela.
Antonio Pintér – Copyrght Boomerissimo.it®


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