Clan: il primo logo che abbia conosciuto e amato. Eppure era già andato a catafascio. Una brutta storia di ex amici e di tanti soldi, forse spariti.
Sono un ragazzo di classe 1964. I miei primi passi in passeggino, in macchina a pedali o altri trabiccoli adatti a piccoli (se non altro di età) bambini della mia età, li feci in un mondo pervaso dalla febbre di Adriano Celentano.

Rocker di periferia, guascone e stonato (già allora si diceva) che aveva messo a ferro e fuoco il mondo delicato e armonioso della canzone italiano. Avevo una mamma molto giovane, che vista la mia momentanea mancanza di autonomia, suppongo sia stata l’autrice del contagio.
Camminavo appena quando con la mia chitarrina amavo suonare assoli sui dischi di Celentano, una star per cui avevo una passione smisurata. Eravamo pieni di 45 del molleggiato, che aveva da poco lanciato una nuova etichetta, colorata, vivace. Mia mamma si emozionò moltissimo quando portandomi in giro in passeggino, mi vide agitato ed emozionato alla vista di uno dei camioncini del nuovo brand di Celentano. Lo indicai e lo chiamai per nome: “CLAN!”.
A quanto pare, una delle mie prime parole. Anche se a quell’epoca. O perlomeno poco dopo (quella di cui conservo i primi ricordi senzienti) il sogno del Clan era già finito, come mi spiegava mia mamma con una punta di malinconia nello sguardo. Avevano litigato, Celentano e Don Backy. Quell’etichetta un po’ hippy, che sapeva un po’ di Comune, era già un guscio vuoto. Come in una delle sue canzoni, Celentano era rimasto solo (solo con Claudia Mori), e gli amici se ne erano andati più o meno tutti, sbattendo la porta. Era rimasto un Clan formato da uno solo. Cosa che non deve essere troppo strana per uno come Adriano Celentano.
Il gran botto del Clan
Siamo nel dicembre 1967, io ho appena imparato a riconoscere la parola “Clan”, quando alla vigilia del Festival di Sanremo, una bomba esplode nel mondo della musica italiana. Don Backy, uno dei pilastri del Clan Celentano, denuncia Adriano e la sua etichetta discografica per il mancato pagamento delle royalties sui dischi.

È la fine del mondo armonioso e utopico del Clan, il gruppo di amici (e qualche parente), un po’ etichetta discografica, un po’ schitarrata tra amici, un po’ ideale, un po’ (tanto) affari, che Celentano ha creato, separandosi da Jolly, già con qualche strascico di carta bollata. È l’inizio di una battaglia legale all’ultimo sangue, che segnerà la fine di un’era, di molte amicizie e lascerà strascichi per decenni.
La vicenda ha radici profonde. Don Backy, giovane talento emergente, entrato nel Clan nel 1962 tra mille promesse, si sente oscurato dalla fama di Celentano, un one man band non troppo adatto allo sharing di popolarità. Cosa ancora più grave, sente oscure alcune questioni economiche, e insoddisfatto dei pagamenti ricevuti per le vendite dei suoi dischi. Nel turbine del processo, come in ogni divorzio poco consensuale, ne verranno fuori di tutti i colori, comprese accuse di doppia contabilità. Ma la goccia che fa traboccare il vaso in quel fatale Festival di Sanremo del 1968 è legato a una canzone che Don Backy ha scritto e che Ornella Vanoni vuole ad ogni costo cantare: “Canzone”.
Le complicate vicende del Festival fanno sì che Don Backy, al suo zenith di popolarità, si trovi con due canzoni in lizza: la sua e quella a cui la bizzosa cantante non intende rinunciare. Il Clan trova a quel punto l’idea “geniale”: per aggirare il regolamento che impediva a un artista di firmare due canzoni, qualcuno fa firmare una delle due (proprio quella che deve cantare Don Backy) a un prestanome, Eligio La Valle, falsificando la firma di Don Backy.
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I rapporti sono già tesi, e scatta la denuncia. La reazione di Celentano è immediata: convoca una conferenza stampa in piena bagarre festivaliera, dichiara diffamatorie le affermazioni di Don Backy e lo querela per aver rotto il contratto con il Clan, a cui era legato fino al 1971.
Per la stampa e i rotocalchi è festa grande, e lo rimarrà per molto tempo, perché il contenzioso legale si protrarrà per anni, fino al 1974, quando le prove (a quanto pare convincenti) presentate da Don Backy, costringono Celentano alla transazione.
La fine di un mondo
Non è solo una questione di tribunali e avvocati. È la fine di un sogno, di un’idea rivoluzionaria nel panorama musicale italiano. Il Clan Celentano, fondato nel 1961, era molto più di un’etichetta discografica: era una sorta di comune artistica in cui Celentano, che in quel periodo vendeva centinaia di migliaia di copie per ogni 45 giri, riuniva parenti (come il nipote Gino Santercole) e vecchi amici come Ricky Gianco, Miki Del Prete, Luciano Beretta, i Ribelli e Detto Mariano.
Nata da una lite (con contorno di causa) con da con Walter Guertler, il precedente produttore, il Clan finisce dunque in uno tsunami: quel che si dice un destino già scritto.
È una parabola che ha raccontato magistralmente Giorgio Gaber, un altro ex amico, separatosi senza troppo clamore ma con una canzone che a Celentano deve avere fatto abbastanza male.
“C’era una volta un clan”, pubblicata nel 1968. Analizzarla verso per verso vuol dire entrare in un caustico (e per noi godibilissimo) atto d’accusa, che arrivò in classifica nel pieno delle prime dispute tra Celentano e Don Backy. Un instant song devastante.
“Da posti lontani e vicini / Da lui furon presto chiamati / Nipoti, fratelli e cugini / Bisnonne, sorelle e cognati”
“E sembravano tutti contenti / Ma già vacillava la cricca / Se ci sono di mezzo i quattrini / L’amicizia non vale una cicca”
“Ora in mano di cento avvocati / Nelle aule di un gran tribunale / Si discute chi ha torto o ragione / E la storia finisce un po’ male”
–Giorgio Gaber: “C’era una volta il Clan”
Del Clan rimaneva solo il guscio: un’etichetta discografica come tante altre, che servì al resto della carriera di Celentano, con la sua nuova fascinosissima moglie, Claudia Mori.

Era un Clan diverso, quello che avrebbe prodotto gli album più predicatori e “impegnati” di Celentano. Ancora tanti quattrini, ma decisamente più facili da spartire, senza troppi amici nel mezzo.
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Era finito il pazzo tempo della Via Gluck e di Ventiquattromila baci, della mia chitarrina e di un sogno. Solo quel marchio, che avevo riconosciuto in una passeggiata per l’orgoglio di mia mamma, era rimasto lo stesso.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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