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Azzurro Paolo Conte e Celentano

Azzurro: canzone “contro”, lacrime di mamma

Era il 1968: tutti protestavano, tutti facevano musica “seria” e impegnata. In quella noia infinita arrivò una vera rivoluzione. I critici sorrisero, il pubblico la canta ancora. La politica aveva torto.

Dice mia mamma che la prima cosa che fui capace di leggere, da bambino almeno in questo piuttosto precoce, fu la scritta Clan sui furgoni della casa discografica di Celentano. La mia vera mania, a quei tempi, era “Il ragazzo della Via Gluck” ma “Azzurro” arrivava a un’incollatura. L’etichetta di Celentano imparai a conoscerla così, infilando i miei 45 giri nel mio mangiadischi arancio, miracolosamente sopravvissuto a trattamenti non precisamente delicati, per decenni. Completava il podio l’etichetta verde di Jannacci, con “Vengo anch’io, no tu no”. Tutto sapevo di cosa si muoveva tra quei solchi sempre più smangiati. Quello che non sapevo è che dietro l’epopea di Azzurro c’era la storia di un’altra mamma, meno importante della mia (almeno per me) ma altrettanto attenta e speranzosa nei destini del figlio.

Lacrime di mamma

Asti, notte fonda del 1968. Paolo Conte infila la chiave nella serratura di casa, il cuore che ancora gli martella nel petto. In tasca ha una bobina di nastro magnetico, ancora calda di studio: è il provino di Azzurro, la sua canzone, incisa poche ore prima da Adriano Celentano. La casa è buia, ma dalla cucina filtra una lama di luce. Solo la mamma è ancora sveglia. Aspetta il suo bambino-notaio, di ritorno dai suoi viaggi incomprensibili nella metropoli ostile e lontana.

Azzurro Paolo Conte e Celentano
Paolo Conte e Celentano – Boomerissimo.it®

Paolo adesso è lì, e non dice una parola, non spiega nulla. Fa solo un gesto: appoggia la bobina sul tavolo, accende il magnetofono (allora si chiamavano così) portatile. Il nastro gira. Parte quella marcetta strana, né rock né ballata, con la voce di Celentano volutamente bassa, quasi nasale. La madre ascolta. Riconosce quella musica provata in casa mille volte e d’un tratto scoppia a piangere. Lacrime silenziose, profonde. Anni dopo Paolo ricorderà: «Mi domando ancora quanto ci fosse, in quelle lacrime, di passato o di futuro». Quando la madre muore, sarà il testo originale di Azzurro, il talismano, il viatico che suo figlio infilerà dentro la bara. È andato tutto bene, la promessa di un ragazzo semplice, studiato con fatica per diventare importante in uno studio legale, è stata mantenuta. Questo è il piccolo segreto privato di una canzone che in quel 1968 è “contro” per davvero, persino più di quanto lo sia stato il contestatissimo Luigi Tenco.  Non è un grido di protesta, nemmeno una protesta contro la protesta. È semplicemente un piccolo inno controcorrente, che vive la sua vita e se ne frega di tutto il resto, proprio come il suo autore. 

Nascita di un mito

L’origine di quella contro-rivoluzione rivoluzionaria, che non è urlo di rivolta e nemmeno bel canto sanremese, è qualche mese prima, nell’estate del 1967, in una notte calda sulla terrazza dei Bagni Elios a Finale Ligure. Paolo Conte, avvocato astigiano di 31 anni con la passione segreta per il jazz (che tutti gli altri odiano) e per le marcette da banda, è lì con Vito Pallavicini, il paroliere di fiducia del Clan Celentano. Pallavicini butta lì un’idea. Conte prende la chitarra. Nasce tutto in pochi minuti, con una melodia che non somiglia a niente. È solo una marcetta che si porta in giro tutta la pigrizia di un’Italia che sta cambiando, ma senza troppa fretta: l’operaio in ferie, l’impiegato che resta in città, il sogno di un azzurro che non arriva mai.

Azzurro Paolo Conte e Celentano
Il 45 giri originale del 1968 – Boomerissimo.it®

Paolo Conte è ancora  lontanissimo dal successo. Ha 31 anni, troppo vecchio per essere un giovane arrabbiato, lavora a studio e scrive e suona per hobby, sognando mondi lontani. Qualcuno lo ascolta: nel 1966 Roby Matano dei Campioni lo presenta al Clan Celentano: «C’è questo avvocato che scrive roba buona». E Conte firma subito un paio di mega successi: Chi era lui, poi La coppia più bella del mondo, quanto basta per guadagnarsi la fiducia di un uomo che sa come conquistare il pubblico, ma sa anche fare di conto, e lo farà per tutta la vita. Conte potrebbe inaugurare una formula, e invece Azzurro è diverso. Il testo di Pallavicini sembra cucito addosso a Celentano: amore, malinconia, voglia di fuga, pigrizia sorniona, ritmo facile, incalzante, ipnotico. Celentano registra nello studio del suo Clan proprio in quel fatale maggio 1968 in cui scoppia il mondo. Lui, come Conte, se ne frega. E se ne frega anche del raffreddore che lo tormenta (non è un perfezionista come Frank Sinatra che per la stessa ragione ha quasi fatto saltare uno show leggendario). La voce esce un po’ nasale, pigra, imperfetta e quindi perfetta. 

«Cerco l’estate tutto l’anno

e all’improvviso eccola qua…

lei è partita per le spiagge

io sono solo quaggiù in città» 

Il risultato, che impressionerà fino alle lacrime Mamma Conte, per Adriano non è così prioritario. Non lo presenta né al Disco per l’Estate né al Cantagiro. Troppa fatica, e lui è impegnato sul set di Serafino, il film di Pietro Germi dove recita il pastore sardo. Scompare per mesi, e nessuno sa bene dove, né cosa stia facendo.

Azzurro Paolo Conte e Celentano
Le vacanze – Boomerissimo.it®

Mentre il suo interprete zufola nella Barbagia, Azzurro esce comunque su 45 giri (il mio!) insieme a Una carezza in un pugno. È una bomba. Entra in classifica subito, il 15 giugno 1968. Non uscirà più dalla top ten per tutta l’estate. A settembre invece di scendere, schizza al numero uno, ci resta fino a ottobre, vende oltre un milione di copie. Supera Luglio di Riccardo Del Turco e altre hit del momento. La radio la passa di continuo, i jukebox la gracchiano dalle spiagge, i ragazzi come me la cantano in cameretta. Per chi ha già l’età per intendere e volere (dunque non è il mio caso) è l’inno della “pigrizia estiva” italiana. Di chi lascia agli altri le contestazioni sociali e si barcamena nella calura, tra città e spiagge, che in 500 sono ancora lontane anche quando sono a poche centinaia di chilometri.

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Paolo Conte, nel suo studio di Asti, legge i giornali e sorride. Sua mamma ha pianto, lui ha vinto. Adesso è il Paolo Conte che impareremo a conoscere. La sua marcetta diventerà il suono dell’estate eterna. Celentano la porta in tv solo l’anno dopo, nel varietà Stasera Adriano Celentano, in uno studio vuoto, in bianco e nero, ballerini che mimano un trenino di desideri. È surreale, forse un po’ demenziale. È celentanesca, e l’avvocato gli ha regalato il suo inno: una canzone leggera, che copre col sorriso un cuore solitario e in fondo un po’ triste. Paolo Conte e Celentano in questo si assomigliano e insieme creano un successo travolgente, devastante, senza confini. In giro per il mondo, Azzurro diventerà un successo in tutte le lingue. Non solo in francese, in inglese, in spagnolo o in qualsiasi altra lingua del Vecchio Mondo. Anche in ebraico, lingua di un mondo ancora più antico: in Israele, dove il grande Arik Einstein, padre del rock locale, la trasforma in una hit che è anche un calco perfetto dell’originale.

Versione in ebraico di Arik Einstein (Amru Lo, 1993):

Sono passati quasi sessant’anni da quando Azzurro ha cominciato a suonare. I mangiadischi, persino i più indistruttibili, hanno concluso la loro carriera. I bambini che sapevano leggere a malapena, sono in vista della pensione (e chissà se la raggiungeranno mai), la rivoluzione del 1968 è diventata un cimelio di un’epoca che un po’ ci fa paura e un po’ ci fa sorridere. Solo Azzurro non invecchia. Quello che si chiama essere davvero in controtendenza.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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