Politically correct e conformismo dei contestatori: il processo a Luigi Tenco del 1966, da parte dei giovani “rivoluzionari”. Mode politiche che sostituiscono il pensiero, ieri come come oggi.
Correva l’anno 1966. Instagram non c’era, TikTok (fortunatamente?) era di là da venire. Secondo alcuni schemi un po’ pigri, tutti dovevano essere molto più intelligenti, riflessivi, informati. Si leggeva e si studiava sui libri, i giornali erano di carta e scrollarli risultava difficile. Eppure molti dei vizi e della superficialità da greggi belanti con cui si “discute” oggi, erano già tutti lì.

A farne le spese, testimoniando che il problema non è tanto nei mezzi di comunicazione ma nelle capocce dei riceventi, è un genio assoluto, non conformato, personalissimo. Che magari non a tutti piace ma che tutti dopo il suo tragico suicidio si sentono quantomeno obbligati a celebrare per maniera: Luigi Tenco. Beh, se Tenco non vi piace, lui vorrebbe che lo diceste senza problemi, senza sentirvi obbligati a cantare nel coro.
Il coro che alzava la sua voce contro l’eretico, in quel novembre 1966, in un seminterrato di Via Giocchino Belli a Roma, era quello della “controcultura giovanile”. Il 1968 non era ancora esploso, gli anni ‘70 erano di là da venire, ma i primi germi di quel “ribellismo obbligatorio” che li avrebbe tarlati erano già tutti lì in quella cantina, apparecchiati in un processo surreale.
Al Beat 72, locale simbolo dell’underground romano, Luigi Tenco si trovava sul banco degli imputati. Non davanti ai benpensanti, ma davanti ai giovani “rivoluzionari” che lo accusavano del peggior crimine possibile per l’epoca: pensare con la propria testa.
Lesa correttezza rivoluzionariia
Si teneva quella sera, come si usa nell’Italia intellettuale un profondo “dibbattito”. Uno di quegli interessanti dibattiti a cui assistiamo anche in TV da un paio di anni a questa parte: tutti schierati dalla stessa parte, tutti a ripetere lo stesso mantra, guai a chi sgarra. La pena è l’esecrazione collettiva.
Luigi Tenco, un uomo solo – Boomerissimo.it®
Quella sera si parlava di canzone di protesta” e un gruppo di individui che oggi potremmo definire “influencer” per la loro perfetta omogeneità estetica che li rende indistinguibili. Nel 1966 quel tipo di gruppo si caratterizzava per i capelli lunghi, che Tenco si era ben guardato dal lasciarsi crescere. Il paradosso era quindi perfetto: dei finti ribelli in “divisa” estetica e mentale precessavano un vero ribelle. Un cantautore che, qualunque cosa se ne pensi, ha scritto cose che non possono essere che sue. Un ragazzo gli urlò contro: “Tu fai la finta protesta. Se si fa l’antimilitarismo si fa coi fatti, non a parole con le canzonette!. Altri lo accusarono di essere “un mistificatore” che faceva soldi sulla pelle della protesta.
Fare soldi, un crimine centrale, accompagnato da altri laterali ma non meno gravi per i “contestatori” in scatola di tutte le epoche: non cantava abbastanza contro la guerra in Vietnam (vi ricordano qualcosa queste accuse di “complicità” per omissione?), non aveva i capelli abbastanza lunghi, non odiava abbastanza il sistema. E appunto osava dire che sperava di fare soldi con la sua musica. Ma Tenco, di fronte a quella piccola “inquisizione ribelle” perfettamente piegata al politicamente corretto del tempo, non aveva nessuna intenzione di piegare la testa.
“Se è per questo ti dico subito che soldi spero di farne. Un po’ ne ho già fatti e spero di farne, ancora di più, capisci, perché uno coi soldi si sente più tranquillo, più libero”
Luigi Tenco
Scandalo e sconcerto si abbassarono sulla sala. Come sempre, quando la “verità politica” è talmente artefatta e lontana dal reale che la semplice verità diventa rivoluzionaria.
Protestare la protesta
Ma il vero crimine di Tenco era ancora più ampio e peggiore. Non solo si staccava e aveva il coraggio di pensare di cantare e magari di vestirsi con la testa sua. Ma lo diceva pure, e senza nessuna sudditanza denunciava addirittura la natura posticcia della protesta italiana, così uniforme e preconfezianata. Stesse parole d’ordine, stessi vestiti (oggi diremmo, stesse sciarpe made in China). Nell’intervista al “Secolo XIX” del gennaio 1967, pochi giorni prima della morte, pronunciava la sua eresia più grande: “È tutta una speculazione, vestiti, atteggiamenti, canzoni, dichiarazioni, e la speculazione non potrà mai sposarsi con la protesta”.
Luigi Tenco, contro il pensiero in scatola – Boomerissimo.it®
Tenco aveva visto il Re in abiti pronto uso, e l’aveva detto: un peccato imperdonabile. Aveva denunciato il commercio della protesta, fatta di mode importte, privo di contenuti genuini, perfetta per essere venduta a un pubblico di massa, che credeva di protestare, mentre serviva una macchina gigantesca di consenso, e di business. Una protesta di cartone.
La Difesa dell’Imputato: “Protestiamo per Cose Vere”
Di fronte ai suoi accusatori, Tenco aveva tentato una difesa irrimediabilmente destinata a cadere nel vuoto. Al Beat 72 spiegava con semplicità disarmante: “Noi abbiamo mille altre cose contro cui protestare. Possiamo protestare contro il clericalismo, l’affarismo, la corruzione, la mancanza di una legge sul divorzio, gli scandali a ripetizione, il qualunquismo, la burocrazia bestiale… e questa protesta non viene mai fatta”.
Oggi come allora, le piazze si riempivano per temi lontani, e innocui. Le questioni realmente dolenti potevano restare quindi indisturbate. Tanto che sessant’anni dopo, a parte la legge sul divorzio, realizzata grazie ad un altro grande solitario della politica, continuiamo ad avere risolto e affrontato ben poco. Ma il tribunale della gioventù progressista non volle sentire ragioni. Occorreva seguire il manuale d’importazione: Vietnam, pace, amore, capelli lunghi. Oggi, gli influencer contemporanei ne impongono altri, altrettanto astratti, solo in parte nuovi. ma che qui su Boomerissimo non ricorderemo a nessuno, per prevenire il rischio di essere linciati da qualche nuova tribù bellicosa tutta schierata intorno al dogma del momento.
Il processo a Tenco si concluse con una condanna informale ma definitiva. Venne etichettato come “mistificatore”, “borghese travestito”, “nemico della vera protesta”. Noi che siamo molto meno importanti di lui lasceremo a voi il compito di esaminare se nei temi che quotidianamente vi indignano e vi rendono genuinamente furiosi, ci sia per caso qualcosa di altrettanto fasullo di ciò che Tenco veniva accusato di trascurare. Noi vogliamo evitare condanne e fucilazioni sommarie, anche perché la censura online e social è diventata più occhiuta dei Tribunali del Popolo di una volta.
Se una sessantina d’anni doveste scoprire che un attivismo degno di miglior causa ha lasciato che il vostro stipendio facesse schifo, che la pensione venisse sostanzialmente abolita e che la radiografia ve la facciano tra 48 mesi, anche se pagate il 42% di tasse, potrete dire “Boomerissimo me l’aveva detto che aveva ragione Luigi Tenco”.
Antonio Pintér – Boomerissimo.it


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