Per anni i gruppi terroristici avevano scommesso su un’unica certezza: che la distanza proteggesse. Che quattromila chilometri fossero un muro invalicabile. Entebbe dimostrò che non lo era. Questo è il racconto di come ci arrivarono.
Ci sono operazioni militari che diventano leggenda per il loro esito. Per noi, che abbiamo vissuto gli anni ‘70 dei dirottamenti aerei, Entebbe è sicuramente una di queste. Un’operazione incredibile, che mio papà mi descrisse come un film, con il senso di liberazione e di ammirazione per come – finalmente – qualcuno era riuscito a fermare quella macchina del terrore quasi quotidiana, che cominciavamo a dare per scontata. Entebbe non sconfisse solo un manipolo di terroristi, sconfisse la paura, il senso che non ci fosse nulla da fare se non accettare il pericolo che dei banditi armati si impossessassero della tua vita e decidessero se potevi vivere o morire. C’era tutto questo, l’audacia, l’eroismo, forse la follia, nell’ammirazione che una generazione intera ebbe per quel blitz che liquidò gli autori di un dirottamento a migliaia di chilometri di distanza. L’aveva fatto Israele, e per tutti noi – quantomeno in casa mia – era chiaro che nessun altro avrebbe potuto farlo.

Ma Entebbe non fu solo un’operazione di straordinaria audacia. Fu una di quelle operazioni che diventano leggenda già mentre si pianificano. Una di quelle idee che nascono mentre tutti pensano la stessa cosa: è impossibile. Liberare gli ostaggi di quel volo Air France, dirottato come vi abbiamo raccontato nella prima puntata di questa storia, era logicamente impossibile. Si trovava a quattromila chilometri da Tel Aviv, nel cuore dell’Africa, in un aeroporto sorvegliato da un esercito irrimediabilmente ostile, comandato da un dittatore, Idi Amin, con qualche seria ombra di follia, con ostaggi mescolati ai terroristi. Entebbe: un terminal che nessuno dei commandos aveva mai visto di persona. Eppure qualcuno, seduto in una stanza a Tel Aviv, aveva detto: “si fa”. Già questo era inimmaginabile, e fu questo, prima ancora dell’esecuzione, a cambiare per sempre i calcoli del terrorismo e dei dirottamenti. Una squadra di pazzi israeliani aveva reso possibile anche quello che qualunque mente sana avrebbe giudicato impossibile.
Sei giorni per l’impossibile
Il 28 giugno 1976, mentre gli ostaggi sudavano nel vecchio terminal di Entebbe, Idi Amin – l’uomo che aveva reso possibile il dirottamento – recitava davanti al mondo la parte del grande mediatore. In quelle prime ore di terrore, a Tel Aviv cominciava una corsa contro il tempo. Sei giorni, questo era il tempo concesso dai terroristi prima della deadline del 4 luglio. Sei giorni per pianificare, preparare ed eseguire un’operazione che non aveva precedenti nella storia militare israeliana. Né in quella di nessun altro stato al mondo.

Il primo problema era politico. Il governo Rabin era spaccato da un dualismo insanabile. Il primo ministro, ex generale di ferro della guerra dei Sei Giorni, era l’uomo tentato di trattare: non riusciva ad accettare il rischio di un massacro degli ostaggi. Dall’altra parte sedeva Shimon Peres, ministro della Difesa, il politico raffinato, che spingeva nella direzione opposta. Era convinto che cedere sarebbe stato un invito permanente a nuovi dirottamenti. I due litigavano ogni giorno, di giorno e di notte. Alla fine decisero di seguire entrambe le strade contemporaneamente: negoziare in superficie e prepararsi ad un blitz impossibile nel segreto più assoluto. Un doppio gioco, un bluff di stato, una truffa ai terroristi. O come si dice “a brigante, brigante e mezzo”. C’era un altro problema, ed era informativo. Come si può mai pianificare un assalto a un edificio che non si è mai visto, in un paese in cui non c’è nessun alleato, a quattromila chilometri da casa? La risposta arrivò da un dettaglio che avrebbe potuto sembrare marginale: il vecchio terminal di Entebbe era stato costruito negli anni ’60 dalla Solel Boneh, una società di costruzioni israeliana. Le planimetrie erano rintracciabili, custodite in Israele. Gli operai che avevano lavorato a quel cantiere erano rintracciabili. Il maggiore Muki Betser del Sayeret Matkal, l’unità speciale incaricata dell’assalto, era stato di stanza in Uganda quattro anni prima e conosceva la qualità dei soldati di Amin: “Se fossi rimasto più a lungo, sarebbero stati molto più bravi”, avrebbe detto in seguito durante una riunione di pianificazione, suscitando risate. Era una battuta. Ma anche una valutazione militare esatta. Betser sapeva come quei soldati reagivano, cosa erano stati istruiti a fare, e come sfruttare le loro debolezze.
La Sayeret Matkal si prepara – Boomerissimo.it®
Il Mossad aveva un’altra carta importante sulla carta, ma che si rivelò decisiva nella realtà. Nelle prime fasi del dirottamento era stato liberato un ostaggio, che ora stava arrivando da Parigi. Era un ex militare, abituato a guardare per memorizzare. E aveva memorizzato tutto dei protocolli dei dirottatori: turni di guardia, armi, abitudini, nervosismi. Betser, il comandante della squadra, fu colpito dalla sua “memoria fenomenale” che ricostruiva, meglio di un’intelligenza artificiale moderna, dettagli minutissimi, ma essenziali: quante armi portava ciascun terrorista, dove si posizionavano di notte, come reagivano agli imprevisti. Rivelò anche un dettaglio cruciale sul morale dei dirottatori: erano tranquilli, sicuri, assolutamente convinti che Israele avrebbe ceduto, com’era logico. Non si aspettavano nessuna azione militare, e proprio quella sicurezza sarebbe diventata la loro più grave debolezza. Con tutti i dati ottenuti dai progetti e dal vero e proprio computer umano che si erano trovati tra le mani, gli uomini della Sayeret Matkal raggiunsero una base segreta, dove montarono una prima replica, ancora parziale ma già piuttosto precisa del salone principale del terminal. Gli operai civili che avevano contribuito alla costruzione furono sostanzialmente sequestrati: rimasero “ospiti” dei militari per tutta la durata della preparazione. Sapevano troppo per potersene andare. In quel salone ricostruito, una specie di set cinematografico, i commandos provarono l’assalto più e più volte, finché i movimenti non si affinarono e diventarono praticamente automatici. L’ultima prova generale durò 55 minuti. Nella realtà finirono per bastarne 53.
Il Nobel che non arrivò mai
Mentre i commandos provavano e riprovavano nella base segreta, il generale Haim Bar-Lev teneva il telefono incollato all’orecchio, interpretando la parte del negoziatore. Bar-Lev non era un ufficiale qualunque, ma un vecchio amico personale di Amin. Si erano conosciuti quando Israele stava aiutando l’Uganda a mettere in piedi una forza militare moderna. Tra loro c’erano stati rapporti di lavoro, ma anche quella confidenza cameratesca che nasce tra due ufficiali che collaborano a uno stesso progetto. Anche le mogli dei due si frequentavano e i figli giocavano insieme. Quel rapporto di condidenza, quasi di fiducia diventava per Israele un cordone di sicurezza diplomatico. Adesso Bar-Lev aveva un compito militare molto particolare: tenere Amin al telefono, lussingarlo, e soprattutto guadagnare tempo.

Le telefonate di Bar-Lev ad Amin sono rimaste nella storia — tre trascrizioni complete sono state pubblicate nel libro di William Stevenson, 90 Minutes at Entebbe. Il tono è irresistibile per chi sa com’è andata a finire la storia: sono due vecchi amici che si ritrovano, che si scambiano confidenze, che amano passare il tempo a chiacchierare. Bar-Lev lo chiama per nome, gli chiede della salute, si informa su tutta la famiglia. In quegli anni, per noi, una telefonata interurbana era una costosissima avventura che consumava gettoni a ritmo angosciante. Per loro, ai due lati del filo, a Kampala e a Tel Aviv, diventa un balletto lento, studiato, rilassante. Solo occasionalmente, e con arte sopraffina, Bar-Lev riporta la conversazione nell’ambito degli “affari”. Con la voce piena di fiducia e di ammirazione chiede al Presidente se sia riuscito a liberare gli ostaggi con la sua “diplomazia illuminata”. Gli annuncia persino la vittoria, praticamente certa del Nobel per la Pace, al termine dell’avventura. È un premio che oggi, dopo essere stato consegnato a personaggi piuttosto discutibili ha perso molto del suo smalto, per la maggior parte di noi. Eppure, come ben sappiamo, continua ad affascinare e ad essere un oggetto del desiderio per personaggi che soffrono di ego particolarmente sviluppato. Amin era sicuramente uno di questi, e abboccò come un ghiozzo. Disse che stava lavorando per il bene di tutti, si lanciò nelle altezze dei massimi sistemi, proclamò che gli ostaggi erano al sicuro, che finché Israele trattava attraverso di lui tutto sarebbe andato bene. Ogni telefonata espandeva ulteriormente l’ego del dittatore-imperatore e regalava ore preziose. Ogni ora in più era regalata alla preparazione, prova dopo prova, fino a che gli automatismi diventassero perfetti, fino alla perfezione assoluta, che andava raggiunta almeno in sala prova, senza lasciare nulla al caso. Il 3 luglio, il giorno del raid, il governo israeliano approvò l’operazione alle 18:30. A quell’ora i C-130 erano già pronti a Sharm el-Sheikh.
Amin capisce
Quel pomeriggio, Idi Amin si trovava a Mauritius, a Port Louis, per la cerimonia di passaggio di consegne della presidenza dell’Organizzazione per l’Unità Africana. Era lui che aveva chiesto di prorogare la deadline al 4 luglio, proprio per poter partecipare a quell’appuntamento diplomatico senza dover gestire contemporaneamente la crisi degli ostaggi. Un calcolo che si sarebbe rivelato catastrofico.

Nelle ultime ore a Mauritius qualcosa cominciò a non tornare. Secondo i testimoni presenti, Amin convocò la sua delegazione in una riunione improvvisata all’alba del 4 luglio, con una faccia tirata che nessuno gli aveva mai visto. “Ragazzi,” disse, “ci saranno brutte notizie per noi.” Poi aggiunse: “Gli israeliani stanno pianificando qualcosa contro di noi.” L’ambasciatore ugandese a Lesotho aveva intercettato qualcosa, una conversazione tra ufficiali dell’aeronautica keniana che discutevano di possibili contropartite da Israele per un certo tipo di assistenza. Il rapporto era arrivato ad Amin con un giorno di ritardo, rimbalzando attraverso canali che non funzionavano. Il comandante ugandese che lo aveva ricevuto per primo lo aveva liquidato come “gasiya” — spazzatura. Amin aveva più fiuto, e aveva capito che spazzatura non era affatto. Salì in fretta sul suo aereo e puntò su Kampala. Atterrò a Entebbe poco prima delle 23. Si fermò nel salone VIP dell’aeroporto senza tenere il suo consueto briefing per la stampa. Poi ripartì per Kampala in auto. Pochi minuti dopo le 23:01, mentre la sua macchina si allontanava nella notte ugandese, il primo C-130 israeliano toccava la pista.
Pancia a terra nella notte
Il 3 luglio 1976, alle 15:20 ora israeliana, quattro C-130 Hercules decollavano da Sharm el-Sheikh — non da Tel Aviv, per complicare i calcoli dell’intelligence ugandese e volare subito sul mare, praticamente invisibili. Volavano a trenta metri sopra l’acqua per sfuggire ai radar egiziani, sauditi e sudanesi. Un tragitto infinito: Mar Rosso, Etiopia, Kenya, Lago Vittoria. Sette ore e quaranta minuti di buio, silenzio radio, motori al minimo indispensabile. A pochi minuti dalla destinazione, le porte cargo vennero aperte, ancora in volo, per guadagnare secondi preziosi dopo l’atterraggio. A bordo, proveniente da Israele, c’era anche una Mercedes-Benz 600 nera — presa in prestito da un civile e riverniciata, dotata di targhe ugandesi false — e due Land Rover. Era il convoglio standard di Idi Amin e i commandos indossavano perfette uniformi ugandesi.

Insieme alle auto e al resto del carico, i C-130 trasportavano circa cento uomini. Il nucleo centrale era il Sayeret Matkal — 29 uomini al comando del tenente colonnello Yonatan Netanyahu, incaricati dell’assalto diretto al terminal. I paracadutisti del colonnello Matan Vilnai avrebbero tenuto le piste. La brigata Golani del colonnello Uri Sagi doveva caricare gli ostaggi sugli Hercules. Un quarto gruppo del Sayeret Matkal, guidato dal maggiore Shaul Mofaz — che trent’anni dopo sarebbe diventato ministro della Difesa — aveva il compito di distruggere i caccia ugandesi sulla pista. Il convoglio aereo si chiudeva con due Boeing 707, che seguivano i quattro C-130. Il primo, attrezzato come ospedale volante, avrebbe aspettato a Nairobi; l’altro doveva solo trasportare il comandante generale della folle operazione. Avrebbe continuato a girare sopra Entebbe come un falco, finché tutti fossero di nuovo in volo, in salvo.
La Mercedes sbagliata
Alle 23:01 il primo Hercules tocca la pista. Le porte cargo si aprono mentre l’aereo è ancora in movimento. La Mercedes esce per prima, seguita dalle due Land Rover. Il convoglio avanza verso il vecchio terminal esattamente come farebbe Amin. Interpretazione perfetta, a parte un piccolo, ma non insignificante, dettaglio. Due sentinelle ugandesi vedono avvicinarsi il convoglio presidenziale. Lo schema è familiare, ma qualcosa non torna: le sentinelle sanno che Amin ha cambiato auto da poco. La Mercedes di prima era nera, ma quella nuova è bianca e l’hanno già vista passare più di qualche volta. Gli uomini a bordo non ne sanno nulla quando le sentinelle gridano di fermarsi. Il piano prevedeva di ignorarle del tutto — era assurdo pensare che aprissero il fuoco su quello che aveva l’apparenza perfetta di un convoglio presidenziale. Ma l’apparenza non è più perfetta e adesso occorre trovare una soluzione. I primi commandos abbattono le sentinelle con pistole silenziate. Poi un soldato su una delle Land Rover spara con un fucile normale. Il colpo rompe il silenzio della notte ugandese. La sorpresa non c’è più. Non c’è tempo per ragionare. I commandos lasciano i veicoli e corrono verso il loro obiettivo.
Dentro il terminal
La porta si apre di colpo. I commandos entrano urlando in ebraico e in inglese attraverso un megafono: “State giù! State giù! Siamo soldati israeliani!” Gli ostaggi, svegli da giorni, sfiniti, spaventati, reagiscono in modo caotico. Jean-Jacques Maimoni, diciannovenne immigrato francese in Israele, non segue gli ordini e si alza. Il maggiore Muki Betser e un altro soldato lo scambiano per un terrorista e aprono il fuoco. Maimoni muore sul posto. Anche Pasco Cohen, ostaggio di cinquantadue anni, cade nel fuoco incrociato. Saranno gli unici due ostaggi a finire uccisi. Ma adesso la parola passa ai terroristi.
Wilfried Böse entra nel salone dall’altra parte. Ha il Kalashnikov puntato sugli ostaggi, ma per ragioni che nessuno ha mai spiegato del tutto, ha un momento di esitazione, abbassa l’arma, urla agli ostaggi di mettersi al riparo nei bagni. Viene immediatamente ucciso. Gli ostaggi terrorizzati indicano la porta accanto: là dentro ci sono gli altri terroristi. I commandos lanciano granate stordenti. Luce accecante, boato, gas. I terroristi confusi e intontiti non possono reagire e vengono eliminati in pochi secondi. Mentre nel salone si combatte una battaglia fulminea, la quarta squadra fa saltare in aria undici MiG ugandesi sulla pista, con esplosivi e razzi RPG. L’aeronautica di Amin non esiste più e gli undici caccia non potranno inseguire i lenti C-130 nel buio africano.
Muore Yoni, nasce una leggenda
Dalla torre di controllo gli ugandesi aprono il fuoco sugli israeliani che hanno lasciato il salone e ora caricano gli ostaggi sugli aerei. Yonatan Netanyahu, trent’anni, tenente colonnello, sta dirigendo l’evacuazione sul piazzale quando un colpo lo raggiunge al petto. Secondo la versione ufficiale dell’IDF viene dalla torre di controllo ugandese. Secondo il figlio di Amin, il soldato che spara è un cugino della famiglia Amin, ucciso a sua volta dal fuoco israeliano. La famiglia Netanyahu ha sostenuto versioni diverse nel corso degli anni e la verità esatta di quei secondi non è mai stata stabilita con certezza.
Yoni Netanyahu – Boomerissimo.it®
Quel che è certo è che Netanyahu viene caricato su uno degli Hercules ancora vivo. Muore durante il volo, tra le braccia del medico Efraim Sneh. Yoni era il fratello maggiore di Benjamin Netanyahu, che sarebbe diventato primo ministro d’Israele. Uno dei più incisivi, contestati e discussi primi ministri della vivace democrazia israeliana. Anni dopo, finirà contestato persino dai veterani dell’operazione di Entebbe che protestano contro la sua politica con una lettera aperta, che Bibi Netanyahu non ha mai digerito. Ma questa è un’altra storia.
I 53 minuti
L’operazione a terra dura in tutto 53 minuti. Alle 23:54 l’ultimo C-130 decolla da Entebbe. Tutti e quattro puntano su Nairobi, dove il Boeing 707 ospedale aspetta con i medici pronti. Rifornimento, cure ai feriti, poi rotta verso casa.
Gli ostaggi liberati – Boomerissimo.it®
All’alba del 4 luglio — il giorno del bicentenario americano — gli Hercules atterrano a Tel Aviv. Centodue ostaggi sono vivi. Tre sono morti durante il raid. Yonatan Netanyahu è morto. Cinque commandos sono feriti. Quarantacinque soldati ugandesi sono morti. Undici aerei giacciono distrutti sulla pista di Entebbe. Manca ancora qualcuno e diventerà una mancanza tragica. Dora Bloch, settantatré anni, israeliana di origine britannica, prima del raid viene ricoverata all’ospedale Mulago di Kampala per un problema alla gola. È fuori dalla portata dei commandos, che non possono arrivare fino a lei. Poche ore dopo il rientro trionfale degli Hercules a Tel Aviv, Amin emana il suo feroce ordine. Dora Bloch viene trascinata fuori dal letto da ufficiali della State Research Bureau, picchiata e uccisa. Il corpo viene bruciato per renderlo irriconoscibile e abbandonato in una piantagione di canna da zucchero fuori Kampala.
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I resti verranno ritrovati solo nel 1979, dalle truppe tanzaniane che avevano appena abbattuto il regime. Il corpo di una donna anziana, trucidata e carbonizzata era la vendetta orribile e insensata di un uomo che non sapeva perdere ma che nella notte di Entebbe aveva perso tutto.
Antonio Pintér — Copyright Boomerissimo.it®


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