La donna prima dell’attrice e la persona prima della donna, fedele a sé stessa, sempre
Ci sono figure pubbliche a vario titolo che ci sono istintivamente simpatiche. Hanno forse in comune qualcosa con il nostro particolare sentire, un tratto del carattere che abbiamo anche noi o che vorremmo avere.

Leggendo, scavando e scoprendo vita, atti e omissioni di queste persone, ci si appassiona o ci si disinnamora.
Per Katherine Hepburn si può avere solo ammirazione.
Katharine Houghton Hepburn
Del mio primo incontro con Miss Hepburn ricordo i capelli. Per quanto squadre di coiffeur titolati ingaggiati dalle major ci si industriassero, la sua folta chioma si ribellava a dettami rigorosi di ordine e compostezza. Un po’ come lei.
I suoi genitori, un medico ed un’attivista politica per i diritti delle donne crebbero i figli incoraggiandoli al pensiero autonomo. Tutto questo all’inizio del XX secolo. Katharine fu incoraggiata a cimentarsi in qualsiasi cosa l’appassionasse, che si trattasse di sport o altro. Praticava nuoto, tuffi, lotta, tennis e golf. Ah, ed era una esperta amazzone. Nessuna stranezza che portasse i capelli corti e preferisse indossare i pantaloni.
Al college scoprì l’amore per la recitazione, ma non fu un percorso semplice. Ai registi non piaceva la sua voce, il suo accento del New England, troppo nasale, poco melodiosa, così diversa da quella delle altre attrici. Ma erano difficoltà superabili per Katharine.
Il suo primo successo al cinema arrivò nel 1932, A bill of divorcement, un film in cui il suo co-protagonista era il divo John Barrymore.
La sua carriera era iniziata col botto, ma non fu un percorso lineare. Sempre fedele a sé stessa, si prese la responsabilità di ogni errore commesso.
Una donna “difficile”
Negli anni ’30 negli USA, come altrove il pregiudizio di genere era la norma e l’inferiorità delle donne era impressa in tutte le forme di cultura. In questo contesto, il suo rifiuto di conformarsi alle aspettative tradizionali femminili rappresentava una vera rivoluzione.
Hepburn sfidava apertamente la macchina pubblicitaria di Hollywood, rifiutava interviste, indossava abiti casual quando dalle attrici ci si aspettava glamour 24 ore su 24. Molti spettatori trovavano la sua “stranezza” respingente.
A causa di una serie di flop al botteghino dei suoi film, tra cui anche Bringing up baby (Susanna) oggi considerato un classico, Katharine Hepburn fu soprannominata “box office poison”.
Il simpatico nomignolo le fu appiccicato dall’Independent Theater Owners Association, che pubblicò una pagina pubblicitaria su The Hollywood Reporter accusando le major di pagare stipendi troppo alti a star che, pur avendo grandi capacità drammatiche, non attiravano più pubblico in sala. Oltre a Hepburn, nella lista figuravano anche altre celebri attrici come Greta Garbo, Marlene Dietrich e Joan Crawford.
Oltre agli insuccessi finanziari, la sua immagine pubblica contribuì alla crisi: Hepburn era considerata “difficile”, troppo indipendente, poco incline a conformarsi ai ruoli femminili tradizionali e restia a collaborare, caratteristiche che la resero impopolare presso una parte del pubblico e degli addetti ai lavori
Ma invece di farsi abbattere da queste difficoltà, Miss Hepburn prese il controllo della sua carriera. Comprò i diritti di The Philadelphia Story e negoziò con la MGM condizioni che le permettessero di rimanere fedele a se stessa.
Chiese ed ottenne di avere il ruolo della protagonista, pretese che la regia fosse affidata a George Cukor. Come altri protagonisti avrebbe voluto Spencer Tracy e Clark Gable. I due, però non erano disponibili. Accettò allora la proposta dello studio di ingaggiare James Stewart, ma scelse personalmente Cary Grant come altra co-star.
Oltre al controllo creativo, ottenne anche un compenso economico significativo per la vendita dei diritti e il suo ruolo nel film.
I pantaloni
Amava vestire comoda Katharine e la sua abitudine di indossare pantaloni, spesso dungarees o pantaloni larghi da uomo, sul set e fuori dalle riprese era vista come una provocazione in primis dall’industria cinematografica di cui faceva parte. Gli studi cinematografici si aspettavano dalle attrici un’immagine femminile omologata, tradizionale o seduttiva.
Ad un certo punto si arrivò allo scontro diretto. Durante una produzione per la RKO Pictures, la major decise di intervenire direttamente: lo studio le sottrasse fisicamente i pantaloni dal camerino, nel tentativo di costringerla a indossare gonne o abiti più “consoni” al suo ruolo pubblico. La risposta di Hepburn fu immediata e radicale: si presentò sul set in intimo, rifiutandosi di lavorare fino a quando non le fossero stati restituiti i suoi pantaloni. Distrutti dall’imbarazzo i dirigenti furono costretti a cedere e a restituirle i pantaloni. Nessuno osò più contestare il suo abbigliamento.
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In una intervista concessa, già anziana, a Barbara Walters, la giornalista le chiese come avesse vissuto la sua vita da donna di successo, indipendente e fuori dagli schemi. L’attrice rispose: “Non ho vissuto come una donna. Ho vissuto come un uomo. Ho semplicemente fatto quello che volevo fare, ho guadagnato abbastanza soldi per mantenermi e non ho paura di stare da sola.”
Walters avrebbe dovuto recepire il messaggio, invece la incalzò, le domandò se indossasse pantaloni proprio per questo motivo. Hepburn replicò dicendo che li indossava solo per comodità.
Non paga, la giornalista continuò. Alla domanda se avesse mai indossato una gonna, Hepburn rispose con una stilettata: “Ne ho una. La metterò al tuo funerale.”
Come suol dirsi, prendi, incarta e porta a casa.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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