I ritratti presidenziali comunicano serietà, autorevolezza leadership. Ma talvolta dietro l’espressione compunta c’è un dolore vero
Abbiamo tutti una discreta familiarità con i ritratti dei presidenti americani. Loro, più dell’italico popolo, hanno leggi e tradizioni che impongono la presenza dell’effigie del commander in chief in luoghi istituzionali e non solo.

Tradizionalmente i figuri che si sono succeduti alla Casa Bianca presentano espressioni serie e formali, seguendo una tradizione che risale agli albori della fotografia presidenziale. Una mostra alla National Portrait Gallery di Washington, che ha esposto fotografie di presidenti americani in carica tra il 1843 e il 2009, dimostra come questi primi dagherrotipi e ambrotipi stabilirono uno standard di solennità e dignità istituzionale.
La Tradizione dei Ritratti Presidenziali
I ritratti, tra le altre cose, servivano come fonti per stampe popolari, illustrazioni di giornali, fornendo l’immagine da tramandare ai posteri.
Il presidente Donald Trump, detto anche Comb-Over King (il re del riporto) rappresenta un’interessante eccezione a questa tradizione. Il suo primo ritratto presidenziale lo mostrava con uno sguardo rilassato e, addirittura, sorridente. Per il suo secondo mandato nel 2025, Trump ha scelto un approccio radicalmente diverso.

La sua nuova immagine ufficiale presenta Trump con sguardo torvo, sopracciglio alzato ed espressione seria. Si tratta di una scelta deliberata per richiamare alla mente la foto segnaletica del 2023, quando fu arrestato in Georgia per il tentativo di ribaltare il voto del 2020.
La scelta di Trump riflette l’estetica imperialista di un certo potere, dove il leader viene presentato come colui che tutto può.
Trump è noto per essere ossessionato dal controllo della propria immagine e richiede sempre di visionare le fotografie appena scattate.
George Washington e l’espressione necessariamente seria
Facendo un salto temporale, balziamo dall’ultimo presidente al primo. Il ritratto di George Washington è serio e non ne esistono altri in cui sorrida. Questione di etiquette? Non solo.
Washington aveva un serio problema con i denti. All’epoca del celeberrimo ritratto li aveva persi tutti, o quasi.
Cominciò a perderli a ventiquattro anni. Le cause furono molteplici: predisposizione genetica, dieta ricca di zuccheri e amidi, e pratiche mediche discutibili. Nel 1715 Washington aveva contratto il vaiolo che oltre a lasciargli pesanti cicatrici in volto, fu causa indiretta della perdita dei denti. Il calomel, un farmaco a base di mercurio usato per curare il vaiolo, gli provocò salivazione eccessiva, gengiviti ed infine la caduta dei denti. Anche l’igiene orale dell’epoca, basata su polveri abrasive a base di mattoni o corteccia, accelerò l’usura dello smalto. Fu quindi costretto ad usare delle protesi.

Contrariamente a quanto si è creduto per un paio di secoli, le dentiere di Washington non erano in legno, meglio, non solo. La sua collezione includeva dentiere in avorio di ippopotamo, ottone, piombo e denti animali. La migliore e più avanzata dal punto di vista tecnico realizzata nel 1789 dal dentista John Greenwood, utilizzava molle d’oro e viti in ottone per mimare la mobilità naturale.
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Un suo discorso del 4 marzo 1793 fu particolarmente conciso, solo 135 parole e circa 2 minuti di durata. Le ragioni di tale sintesi pare avessero radici nell’assenza di denti. Nel 1793 Washington aveva già perso quasi tutti i denti naturali e utilizzava dentiere scomode che gli causavano dolore e difficoltà nell’articolazione delle parole.
Oltre ai materiali variegati ed inerti usati per confezionare le sue protesi, qualcuna “vantava” la presenza di denti umani. Denti che provenivano dagli schiavi. Gli schiavi in salute avevano generalmente denti sani in quanto, diversamente dai loro padroni, non avevano accesso ad alimenti zuccherati.
Un registro contabile della tenuta del presidente risalente al maggio 1784 attesta il pagamento di 6 sterline e 2 scellini a“By Cash pd Negroes for 9 Teeth on Ac[oun]t of Dr Lemoin”. Sebbene non vi sia prova diretta che questi denti siano finiti nelle protesi di Washington, è abbastanza logico pensare che i denti dei suoi schiavi siano finiti nella sua bocca. Difficilmente i suoi sottomessi avrebbero potuto rifiutare la vendita al padrone.
Washington e gli schiavi
George Washington ereditò la prima decina di schiavi all’età di undici anni, alla morte del padre. Questo patrimonio, tipico delle élite virginiane del XVIII secolo, si ampliò grazie al suo matrimonio con Martha Custis nel 1759, che portò in dote ottantaquattro schiavi.

Alla morte di Washington nel 1799, a Mount Vernon, la sua storica residenza di campagna lungo le rive del fiume Potomac, lavoravano 317 persone in schiavitù: 124 di sua proprietà, 40 affittati e 153 gestiti come “dower slaves” legati all’eredità della moglie. Sebbene nel testamento avesse disposto la liberazione dei suoi schiavi personali dopo la morte di Martha, questa misura non si estese ai “dower slaves”, che rimasero proprietà della famiglia della vedova.
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Washington mostrò un atteggiamento contraddittorio verso la schiavitù. Da un lato, firmò nel 1793 il Fugitive Slave Act, che consentiva ai proprietari di riprendere gli schiavi fuggiti negli stati abolizionisti. Dall’altro, espresse privatamente riserve morali, definendo la tratta “ripugnante”. La sua posizione rimase pragmatica: pur criticando il sistema, non rinunciò mai alla forza lavoro schiavista, essenziale per la produttività delle piantagioni.
L’ultimo dente
Nel 1794, Washington perse l’ultimo dente rimasto, un premolare inferiore sinistro. Il dentista Greenwood, già nel 1789 aveva progettato una dentiera con un foro per inserirlo, estrasse il dente e lo custodì in un ciondolo d’oro appeso all’orologio. L’iscrizione sul ciondolo recita:“In New York, 1790, Greenwood made President George Washington a whole set of teeth, the enclosed tooth is the last tooth that grew in his head.”
Ma se Washington non poteva più sorridere, di certo i suoi schiavi non ridevano affatto.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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