Viviamo tempi particolarmente bacchettoni, e su questo non ci piove. Ma la rivoluzione sessuale, dei costumi e del ruolo della donna non è nata l’altro ieri. E una come Bessie Smith ha molto da insegnare a tutti.
Cominciamo con un disclaimer e una confessione. Io che il jazz lo ascolto da quando avevo i pantaloni corti e che ero pazzo di Charlie Parker quando i miei amici ascoltavano Cocciante, non avevo nessuna idea di chi fosse davvero Bessie Smith.

Per me era una donnona nera che cantava blues più o meno rurale. Interessante sì, archeologicamente, ma con poco da dire a uno che, pur vivendo spesso con la testa all’indietro, si focalizza su una stagione e delle rivoluzioni un po’ diverse e un po’ più recenti.
Oh, his jelly roll is so nice and hot
Never fails to touch the spot
I can’t do without my kitchen manHis frankfurters are oh so sweet
How I like his sausage meat
I can’t do without my kitchen manOh, how that boy can open clam
No one else is can touch my ham
I can’t do without my kitchen manWhen I eat his doughnuts
All I leave is the hole
Any time he wants to
Why, he can use my sugar bowlOh, his baloney’s really worth a try
–Bessie Smith, Kitchen Man
Never fails to satisfy
I can’t do without my kitchen man
A farmela ascoltare e ragionare ci ha pensato le mia compagna di merende qui a Boomerissimo, richiamando la mia attenzione su una questione che non avevo mai pienamente esaminato: le parole di Bessie Smith. E una volta ascoltate quelle, a razzo, la sua vita. Cose che mi hanno aperto finestre che non esito a definire sconvolgenti. Suppongo lo saranno anche per voi.
Rivoluzione sessuale: c’è sempre qualcuno più rivoluzionario di te
In qualità di boomer, gente che ha una certa esperienza e di cose interessanti ne ha viste più di una, amiamo sorridere di certi ragazzi che pensano che la trasgressione abbia qualcosa a che vedere con Achille Lauro o con i Maneskin, il che è perfettamente giusto, a patto di non cadere in un errore speculare che rischia di renderci altrettanto ridicoli, anche se siamo cresciuti a pane e David Bowie.

Per una sorta di distorsione anagrafica, che rivela la nostra giovane età e la nostra ancora scarsa mancanza di conoscenza e di esperienza, siamo abituati a pensare che i grandi traumi e le grandi rivoluzioni che hanno scosso un mondo bacchettone fino alle sue fondamenta siano avvenute insieme alla nostra gioventù, o poco prima. Riteniamo che tutto quello che vale e che “rompe” nasca negli anni ’60 e ’70. Dopo, ci sarebbero solo misere imitazioni. Prima, una sorta di territorio bianco e inesplorato, simile alle mappe africane dei romani: “Hic sunt leones”, e tanti saluti. Un mondo di oscurità e conformismo, spezzato solo dalla luce della swingin’ London (e dintorni).
Bene, se la pensiamo così, non abbiamo capito veramente niente e non siamo molto diversi da quelli che si sentono profondamente scossi dalle linguacce incipriate di Damiano David. Ugualmente clueless, solo un po’ più vecchi: sorry for the bad news.
Bessie Smith, la voce della libertà sessuale
Quando accendiamo i nostri streaming, oggi, consideriamo piuttosto normale che la musica e i testi siano un’ espressione della sessualità femminile (noi maschietti si dice che abbiamo una vena poetica meno sviluppata, da questo punto di vista).
Ci sembra tutto così normale e scontato da essere confuso con certe espressività da Instagram, dedicate a raccogliere l’attenzione di un pubblico dalla grana piuttosto grossa. Eppure sono cose profondamente diverse, e la libertà di cantare se stesse e i propri desideri, senza filtri, qualcuno l’ha conquistata.
Non è stato un passaggio scontato, né indolore. Sono conquiste faticose, che devono moltissimo al grande pugno sul tavolo mollato dalle cantanti di blues all’inizio di questo secolo. La libertà espressiva e di costumi che oggi ci sembrano scontate nascono anche dalla decisione di queste donne di tagliare i ponti con una cultura bianca e patriarcale che le collocava in una posizione doppiamente sottomessa.
Sono Ma’ Rainey e Bessie Smith, prima di tutte le altre, ad avere squarciato il velo perbenista. Hanno cantato e vissuto la loro indipendenza sessuale e anche apertamente la loro bisessualità, facendo improvvisamente polpette di qualunque aspettativa la società potesse avere verso di loro. Hanno cantato l’indipendenza economica e sessuale di donne che avevano lasciato alla spalle la società arcaica che le aveva partorite, per catapultarsi tra le meraviglie, le tentazioni e le infinite possibilità dell’ “età del jazz”.
Non mogli, non casalinghe, non angeli del focolare. Ma donne che cantavano la loro libertà, il loro desiderio, la loro via decisamente autonoma di affrontare la fatica e la pesantezza della vita. Esprimevano la loro voglia di avere tutto quello che avevano voglia di avere: l’alcool, il sesso anche decisamente poco “ortodosso”, il divertimento.

Last but not least, hanno fatto tutto questo agli inizi degli anni ’20, non in oscure cantine ma vendendo milioni di dischi, e inventando di fatto l’industria discografica come l’abbiamo conosciuta nel successivo mezzo secolo.
Tra il 1923 e il 1927 Bessie Smith vende oltre sei milioni di dischi (!).
Vita e morte dell’imperatrice del blues
Bessie Smith nasce nel 1894 a Chattanooga, Tennesse. Orfana in giovanissima età, è costretta a guadagnarsi da vivere insieme ai suoi sei fratelli cantando agli angoli della strade, dove viene scoperta della sua pigmaliona, Ma’ Rainey.
Canteranno insieme, influenzandosi a vicenda e rovesciando le regole di un blues rurale che fino ad allora aveva raccontato principalmente la tristezza di un lavoro durissimo e di amori infelici. La sua voce da contralto naturale sembra fatta apposta per spiccare nelle prime primitive registrazioni, meccaniche, realizzate da una puntina che graffia crudamente la matrice. Continuerà a brillare anche nella registrazione elettrica. Sarà la voce che porterà al successo la Columbia Records, fino alla grande crisi del 1929, che spezza le gambe alla nascente industria discografica.
L’unico video che la mostra appartiene a questa epoca buia dell’industria musicale, e rappresenta una Bessie Smith in un contesto musicale triste e melanconico, radicalmente diverso da quello che l’ha portata al successo. E’ il Saint Luis Blues (dall’omonimo film) che Bessie Smith canta con l’accompagnamento dell’orchestra di Fletcher Henderson. Ve lo riproponiamo, restaurato e colorizzato.
L’eclisse, il ritorno, la morte, la rinascita
Lontana dalle scene del vaudeville, che la crisi ha spazzato via, Bessie Smith piomba nell’oscurità. Lavora forse come cameriera in locali che vendono alcool clandestinamente. Sarà qui che il grande produttore John Hammond, l’uomo a cui si deve la nascita della Swing Era e il ritorno prepotente del jazz sulla scena della musica popolare, la ritrova nel 1933.

È la seconda grande stagione di Bessie Smith, che si concluderà solo con la sua morte in un incidente stradale. È il 1937. Il suo amante Robert Morgan si schianta contro un camion, Bessie Smith muore a causa delle ferite, del ritardo dei soccorsi e del fatto che l’ambulanza non può trasportarla al vicino ospedale, riservato ai bianchi.
Il funerale di Bessie Smith, a cui accorre tutta la comunità nera di Philadelphia resterà per sempre un evento memorabile. Eppure, l’ imperatrice del blues finisce sepolta in una tomba senza nome e senza lapide. Suo marito, col quale i rapporti non erano eccellenti, intasca per ben due volte il denaro raccolto per il suo monumento funebre e la consegna all’oblio. Bessie Smith, vissuta alla luce di un’ epoca rutilante, finisce per lungo tempo, di nuovo, nel buio.
Sarà Janis Joplin, nel 1970, a riscoprire la sua tomba e ad erigere finalmente la pietra tombale che la ricorda degnamente. È l’estremo omaggio di un’ altra donna che ha segnato un’ epoca, e che non ha dimenticato quell’Imperatrice che l’ emancipazione della donna l’ha cantata, vissuta, resa possibile. E non solo predicata.

Lunga vita a Bessie Smith, l’imperatrice rivoluzionaria (con tutto il rispetto per quello che è venuto dopo, persino Sfera Ebbasta)
Antonio Pintér


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