E ora parliamo di cose serie! Associare in un’unica frase Ferrari e Who è decisamente rrrrrrockkkkkkk.
E ci perdoneranno i fan di Damiano e co. se noi preferiamo parlare di Roger Daltrey e co., questione di gerarchie, di priorità. Meritocrazia, addirittura si potrebbe dire.

Senza di loro molta musica successiva non sarebbe mai stata possibile. Tributi alla loro arte sono stati espressi da Sex Pistols, U2, Pearl Jam e solo per fare qualche nome.
My generation
Da molti indicati come coloro che hanno reso possibile il punk, gli Who hanno molti meriti. A partire, a parere di chi scrive, dalla scelta del nome. The Who, senza scomodare problemi identitari, anche se data l’epoca in cui si sono formati è stato un buon appiglio, era un giochino di parole che avrebbe incuriosito non pochi.
Sarebbero diventati in breve l’emblema di una generazione, anche grazie a “quella” canzone, My generation e quel particolare verso: “I hope I die before I get old”. Coloro che appartengono a My generation, saranno anche ingrigiti, solo i capelli però, la mente è ancora un caleidoscopio di colori.
Le rockstar di allora erano veri idoli, ma facevano ancora parte del mondo reale. I tempi di Instagram dovevano ancora arrivare, con i loro filtri migliorativi/distorsivi e le persone erano grandi per come erano o nonostante quello che erano.
Keith Moon e la Ferrari Dino
Ma Instagram è anche un buon posto per scovare piccoli tesori, basta evitare gli account dei reality… E sull’account di Ruote classiche a firma di Gaetano Derosa ci siamo imbattuti in un post che ritrae il batterista degli Who, Keith Moon, sorridente, appoggiato sul cofano della sua Ferrari Dino 246 GT… completamente sfasciata.
A parte che ci sia poco da sorridere se ti si distrugge una Ferrari, la storia è davvero interessante.
A.D. 1972: Keith ha appena ritirato dal concessionario Ferrari di Londra il bolide e ne approfitta per fare un giro fuori città. È estate e fa caldo anche in Inghilterra e il buon Keith si ferma in un bar per bere qualcosa di fresco. Quel qualcosa sono un paio di pinte di birra. Forse le birre hanno aumentato la sua fiducia nel prossimo e quando dei ciclisti avventizi gli si avvicinano lodando la sua auto, lui, senza battere ciglio, mette loro in mano le chiavi. I fortunati probabilmente hanno toccato il cielo con un dito, anche se messa in moto la Dino, dopo pochi metri hanno toccato il duro asfalto… L’incauto driver non vede che sulla strada ci sono dei lavori e finisce bel bello in un fosso.
E qui la reazione del batterista degli Who fa la differenza. Noi comuni mortali avremmo tirato giù l’empireo dall’ultimo degli angeli con le ali spennate al Grande Capo barbuto inseguendo col forcone i distruttori di miti meccanici. E invece pare che Keith Urban, molto british, abbia esclamato “E chi se ne frega, sono soltanto volgari sterline!”. Ma ci sta che nella sua mente abbia pensato I won’t get fooled again…
Antonietta Terraglia


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