Per cambiare in meglio la televisione, e non solo, ci voleva uno show dei cattivi sentimenti, ambientato tra i rottami. Sanford & Son è stata una vera rivoluzione, che non dava lezioni ma ha insegnato moltissimo a tutti. Anche alle cinque del mattino.
C’è una serie misteriosa nella storia della TV, almeno per quanto mi riguarda. Per me è stata una compagna di vita, ma non conosco molti altri che come me ne fossero appassionati, per quanto assonnati.

Sanford & Son è una serie leggendaria, che debuttò alla NBC nel 1972 e tenne banco per otto anni (sì, come la Casa nella Prateria), vincendo nel tempo premi a grappoli, cambiando per sempre la storia della TV e, last but not least, aprendo la strada per altre serie “nere” ma non riservate al pubblico nero, come per esempio I Jefferson, che da noi hanno avuto incomparabilmente più successo.
Una strana idea di Prime Time
Io la guardavo alle cinque, o cinque e mezza del mattino, che in un certo senso si può definire Prime Time, ma solo perché prima non c’è niente. Ero uno studente pendolare, sensibile alla poetica della periferia industriale, affascinato e divertito dai cattivi sentimenti che trasudavano da quelle storie ambientate in un deposito di rottami dei sobborghi neri di Los Angeles.
Ero un jazzista, o aspirante tale, e tutto quello che era nero mi interessava. Mi piaceva l’humour corrosivo, il cattivo esempio che Fred G. Sanford, l’irascibile rigattiere forniva costantemente al figlio Lamont dal suo deposito di rottami di Watts. Tutto era sporco, sgangherato, approssimativo, furbesco. Era il contrario esatto delle serie lucidate e sdolcinate. Forse per questo le televisioni italiane degli anni ‘80, unite da opposti conformismi e moralismi, finirono per trasmetterlo all’ora in cui aprivo gli occhi, ingozzavo un caffé e mi preparavo a prendere l’autobus per Rogoredo, dove di Fred Lamont ne avrei incontrati a bizzeffe al bar della stazione, intenti a cominciare la giornata tra bestemmie, carte e grappini. Operai che detestavano noi studenti, e non lo nascondevano. Ogni mattina la seconda parte del telefilm andava in scena così, dal vivo. Fred Lamont era interpretato (ho scoperto scrivendo questo articolo) da un comico che in USA era leggendario, e qui (anche grazie alle scelte di programmazione) un perfetto sconosciuto: Redd Foxx. Il suo personaggio era di una cattiveria e di una cialtroneria devestanti. Quando si trovava in difficoltà fingeva un attacco di cuore, portando le mani al petto e recitando la sua scena madre con l’intensità di un’Eleonora Duse.
“Sto arrivando, Elizabeth! Vengo a raggiungerti tesoro”
–Fred Sanford
Al figlio si rivolgeva chiamandolo “grosso idiota”, perlomeno quando il giovane lo ostacolava (l’unico barlume di ragione in una famiglia che si arrangiava con piani improbabili e quasi mai puliti). Il personaggio del figlio Lamont era interpretato da un altro comico nero di spessore, Demond Wilson. Tra i due la tensione era costante, un po’ come una “strana coppia” in famiglia. Non di rado, il caffé che stavo ingollando ancora semi incosciente finiva di traverso, o sputato nel piccolo televisore che mi avrebbe accompagnato durante la mia settimana in collegio (o convitto, come si chiamava per darsi un tono). Il cast di contorno del telefilm era altrettanto gustoso, con personaggi come zia Esther (LaWanda Page), cognata di Fred e fiammeggiante cristiana da ghetto, un’altra avversarie delle trovate poco morali di Fred. C’erano poi Grady Wilson (Whitman Mayo), l’amico stupido di Fred, e Bubba Bexley (Don Bexley), un altro degli amici del vecchio rigattiere, che invece lo incoraggiava nei suoi piani strampalati.
L’improbabile origine british
“Sanford & Son” nasceva dalla sitcom britannica ‘Steptoe and Son’, ma trasportato nei quartieri neri più pericolosi di Los Angeles si era trasformato ed era diventato completamente altro. L’umorismo razziale sfrontato esorcizzava le tensioni che proprio a Watts avevano portato pochi anni prima a una rivolta sanguinosa.

Tirava fuori il peggio, con un umorismo che riusciva a non sfiorare nemmeno da lontano la bolsa TV impegnata che ci avrebbe perseguitato per anni, dopo. Portava alla luce con cattiveria, senza freni inibitori, senza politically correct, questioni importanti, che venivano dalle viscere della società e che là dentro, senza spettacoli come Sanford & Son avrebbero rischiato di decomporsi ed esplodere. “Sanford & Son” ha rotto tantissimi schemi che erano stati per troppo tempo scontati. È stata la prima sitcom di successo generale con un cast quasi esclusivamente nero. Ha avuto un ruolo sociale e anche, più modestamente, economico, dando agli attori neri più possibilità di lavoro, e più ricche. Dopo Sanford & Soins un attore nero poteva lavorare anche al di fuori dei canali e dei programmi che anche dopo l’era dei diritti civili erano rimasti segregati. I già ricordati Jeffersons e molto altro sfruttarono questa scia che si può ben definire benemerita.
Sanford & Son ha rottamato quasi tutto
Sanford & Son ha avuto un impatto culturale immenso. Durante i molti anni della sua prima programmazione è sempre stato tra i dieci programmi più seguiti, una specie di miracolo considerato il colore del cast. La sua cattiveria avrebbe aperto le porte a una nuova comicità, che sarebbe rinata al Saturday Night Live, con personaggi come John Belushi, Dan Aykroyd e Bill Murray. Cambiò anche i destini della NBC, che grazie ai successi del venerdì sera di Sanford e Son diventò un potenza comica e una vera major della TV, non più una sorella povera. Da quel deposito di rottami, dalle stranezze, dalla morale disordinata e flessibile di Fred Lamont, molti hanno tratto molto. Il mondo della TV ha cambiato colore, e anche molto altro. Forse, tra i pochi che ci hanno capito poco, c’è stata la TV italiana, persa tra le ballerine di Berlusconi, le intemerate di Pippo, e una estetica un po’ siliconata, un po’ cotonata e un po’ da festicciola in parrocchia, che nonostante tutto si è dimostrata inossidabile.
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Sanford & Son passava alle cinque del mattino, che per certi versi era l’orario ideale per quel sottomondo sgangherato, rugginoso, periferico e bellissimo. Per fortuna qualcuno riuscì a vederlo lo stesso.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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