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Bramieri

Mò Moplen, il Carosello di Gino Bramieri e la sillaba termoplastica

Quando i caroselli non ti mettevano in testa solo il prodotto, ma un modo di dire

Guardare Carosello mi è sempre piaciuto. Capitava, a volte, che non mi fosse troppo chiaro l’oggetto che la réclame promuoveva, ma lo abbiamo già detto, era un difetto della pubblicità di allora. La Rai, radiotelevisione italiana non permetteva che si parlasse del prodotto se non nel “codino”.

Bramieri
Gino Bramieri – Boomerissimo.it

Mi incuriosiva molto anche ascoltare accenti diversi dal mio. Carosello parlava alla pancia del paese di allora, un’Italia ancora provinciale, con le persone che avevano come lingua dell’affetto ancora il dialetto. Un accento familiare rendeva più vicino ed accattivante il prodotto. I dialetti, le cadenze che era possibile ascoltare erano il napoletano, milanese, bolognese, veneto per lo più, per quanto possa ricordare io. La voce fuori campo era sempre in perfetto italiano, sia nella dizione che nella grammatica e sintassi.

L’oggetto misterioso

Non sempre la pubblicità era chiara, o molto più facilmente non era chiara ad una bambina come me. C’era questo prodotto, di cui sinceramente non capivo funzione ed utilità ma che era promosso da un personaggio che mi piaceva moltissimo, buffo e divertente: Gino Bramieri. Bramieri apparteneva a quella categoria di personaggi che per me avevano un accento “esotico”. Milano, per la me bambina foggiana di allora, era un po’ come la Milano dei fratelli Caponi, sapevo che era lontana ed era fredda. Come conoscevo tutte queste nozioni fondamentali? Avevo una zia, peraltro vista due volte in vita mia, che aveva sposato un ufficiale della finanza siciliano, trasferito a Milano. Una volta emigrata, l’augusta zia aveva preso l’accento alloctono e, come spesso succede, ripudiato il loco natio.

Gino Bramieri
Gino Bramieri in versione massaia per il carosello (screenshot YouTube) – Boomerissimo.it

Ciononostante Bramieri mi piaceva, sia nella versione oversize che in quella più fit, per questo aspettavo con ansia il carosello Moplen.

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Già, ma cos’era Moplen? Era un oggetto? Si mangiava? Serviva a lavare che più bianco non si può? Io sapevo solo che in cima ad un armadio nella stanza del nonno c’era una tinozza enorme, arancione, messa lì per eliminarne l’ingombro, con un adesivo e la scritta Moplen. Era dunque una marca di tinozze? Pensieri astrusi ed ingannevoli di bambina. Il moplen, come avrei scoperto in seguito, è una sostanza plastica, una di quelle che oggi combattiamo come l’atomica, come materiale radioattivo che porterà il genere umano all’estinzione. Trattasi di polipropilene isotattico ottenuto da una reazione di polimerizzazione a partire dal propilene. Noto (?) per le sue caratteristiche di resistenza meccanica e per l’economicità di lavorazione ha rivoluzionato l’industria dei materiali termoplastici. In moplen si fanno tubi di scarico, sifoni, vasche e secchi. Il suo inventore, Giulio Natta, vinse anche un premio Nobel.

E mò e mò e mò… Mo-plen!

Come usava in quei giorni, il prodotto era reclamizzato tramite una serie di scenette, filmini, in cui cambiava la situazione, ma il protagonista rimaneva lo stesso, nella fattispecie Bramieri. I primi caroselli, prodotti dalla General Film, con la regia di Mario Fattori e di Edo Cacciari, per la sceneggiatura di Leo Chiosso e con la fotografia di Renato Sinistri veicolavano tutto l’ottimismo dell’Italia del boom economico. Andarono in onda in modo discontinuo dal 1962 al 1971. Addio vecchia e frangibile ceramica, a mai più rivederci metallo usurato, ecco a voi l’eterna materia plastica, il Moplen.

Gino Bramieri alle prese con la tinozza – Boomerissimo.it

Al di là della simpatia per il protagonista era quel “E mò e mò e mò” che mi piaceva tanto e che ben presto divenne un tormentone. Per quanto Bramieri fosse lombardo e lontano da me quel mò me lo faceva sentire vicino. Noi, di latitudine più bassa rispetto a Milano, usiamo quella sillaba in infinite occasioni e con molteplici significati. Oltre all’evidente “adesso, in questo momento, or ora”, mò è un passepartout per tutta una serie di situazioni: dalla pagina di Inchiostro di Puglia ricopiamo: “Infatti. Giusto. Sono pienamente d’accordo con te. Il tuo ragionamento è inappuntabile e assolutamente condivisibile.” Se si dice: “Mò, hai visto?” può voler dire a seconda del contesto “te l’avevo detto” o  con sorpresa e/o disappunto “ma guarda che sta facendo quello/a lì”. Dato che la sillaba girava per casa mia migliaia di volte al giorno, ma mi era stato imposto di non usarla in contesto formale (leggi maestra, adulti, estranei), sentirla dire in TV mi sembrò un atto eversivo. Lo potevo quindi dire o no? E mò?

Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it® 

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Comments (

1

)

  1. Sì, il Carosello Fabbri ci poteva torturare: storia di una geniale ciurma italiana – Boomerissimo

    […] una serie di saghe che restano nella memoria di tutti decenni dopo la loro scomparsa. Sono state la vera via italiana alla pubblicità e una delle cose migliori che il nostro paese abbia mai prodotto nel campo della creatività […]

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