A un certo punto degli anni ’60 il mondo scoprì che era tutto più facile e più libero. Persino fotografare o scrivere un annuncio pubblicitario. Poi è successo qualcosa, ed è calato il buio…
Dice che i tempi cambiano, e certamente c’è del vero. Non sempre sai perché: improvvisamente il clima non è più quello di prima.

Successe sicuramente a un certo punto degli anni ’60, quando un mondo ingessato e conservatore, che celebrava la casalinga con il vassoio del tacchino come massima espressione della felicità, scopri che tutto stava diventando più imprevedibile, più semplice. E in fin dei conti molto più divertente.
L’ennesima rivoluzione Kodak
Kodak, il benemerito gigante tecnologico, di rivoluzioni ne ha fatta più d’una. Lo storico annuncio “voi premete il bottone, noi pensiamo al resto” è del 1888 e vendeva la mitica “Kodak Box” una scatola di legno e pelle che si caricava a lastre di vetro emulsionate e produceva immagini alquanto fantasmatiche.

Benché il successo sia stato clamoroso, seguito da altre macchine almeno per il loro tempo poco ingombranti e semplici da usare (perlomeno in confronto alle macchine a soffietto in cui il fotografo ammirava la scena davanti ai suoi occhi da sotto un tendone), la tecnologia non era ancora matura per regalare ai suoi utenti una vera e genuina libertà.
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Era però abbastanza matura da far fare molti soldi a Kodak. E con quei soldi, una sessantina di anni dopo, in mezzo a un mondo in cui impazzavano le minigonne e il rock ‘n roll, Kodak avrebbe finalmente creato la macchina che tutti noi abbiamo avuto nelle mani, prima o poi. Era la Kodak Instamatic, con i suoi caricatori “plug and shoot”. Non era ancora semplice come uno smartphone, ma quella scatoletta dal 1963 in poi cominciò davvero a rendere casual la fotografia.

Non era la macchina dei grandi fotografi e dei fotoreporter. Era la macchina che in tutte le case, tutte le feste, tutte le vacanze, sostituì improvvisamente i pesanti e costosissimi catafalchi che fino allora avevano complicato all’inverosimile il concetto di foto ricordo. Se volevi fotografare per Time o per il National Geographic c’erano le Leica, le Nikon e le Canon. Ma per puntare e scattare, senza sapere praticamente nulla, c’erano le Instamatic, con i loro caricatori di vari formati: 110 e 126, che si cacciavano dentro e tanti saluti. Niente tempi da calcolare, niente diaframmi. Giusto qualche simbolo con il sole, la nuvola e l’interno di una stanza.
Un lampo di libertà
Già, l’interno. Kodak pensò anche a quello. Visto che la luminosità degli obiettivi e la velocità delle pellicole era quella che era, adatta a una fotografia semplice e popolare, il flash diventava un obbligo. E qui arrivò la vera invenzione geniale, che poi è quella di cui parla questo articolo: il Flashcube.
Addio lampi al magnesio, pericolosi e impossibili da usare senza una laurea in esplosivi. Strada sbarrata per i primi costosissimi e pesantissimi flash elettronici. Kodak inventò il modo di inserire quattro lampadine al magnesio monouso in un quadrotto di plastica a specchio, che ruotava ad ogni scatto. Quattro clic, quattro lampi: nessun bisogno di cambiare nulla nel frattempo.
Il Flashcube fu il protagonista universale di ogni festa di compleanno, comunione, cresima, bar/bat mitzvah, matrimonio, festicciola di liceali e di ufficio, gita scolastica, e chi più ne ha più ne metta. Non era forse la soluzione più adatta per la fotografia intima da camera da letto, perché al laboratorio fotografico, in tempi di fotografia analogica, toccava ancora sviluppare e stampare. Per quelle situazioni “privatissime” esplosero le Polaroid.

Era però la prima e indimenticabile volta in cui tutti cominciarono a sentirsi liberi di raccontarsi e di rappresentarsi, di fissare nella loro memoria anche momenti non particolarmente eccezionali. Instamatic e Flashcube erano gli oggetti tecnologici che servivano a un mondo in cui il vento di libertà soffiava potente persino nella forma espressiva più commerciale, e dunque più conservatrice di tutte: la pubblicità.
Erano quelli i tempi in cui anchela reclame (molti la chiamavano ancora così) fu in grado di diventare sorprendente e irriverente. Bill Bernbach sfornava un annuncio del Maggiolino dopo l’altro “Catorcio”, “Pensa piccolo”. Pensiero negativo lo chiamava lui: tutto il contrario dei classici pistolotti elogiativi in cui tutto quello che vendi è sempre perfettamernte fantastico. Persino un colosso come General Electric, per vendere i suoi flashcube approvò un annuncio come quello che riproduciamo qui sopra. “Quando un uomo deve sparare (che in inglese si scrive come fotografare) ai suoceri, non può permettersi di sbagliare un colpo”.
E pensate ai manager accigliati e incravattati di General Electric, che si fecero forzare la mano da qualche copywriter zazzeruto, per approvare una cosa così…
Che cosa ci è successo?
I tempi cambiano, dicevamo. E non siamo qui per spacciare nostalgia. Però che diavolo è successo a quella libertà, mentre i mezzi tecnici si evolvevano ancora di più? Oggi, che la fotografia è diventata più che casual, onnipresente, persino un po’ ossessiva, quella libertà sembra volata via.

Siamo nel mondo dei selfie e della condivisione continua di ogni sospiro sui social. Dovremmo essere diventati più liberi, eppure no. Sarà colpa dei social, i grandi fratelli che ci permettono di comunicare ma che ci bastonano senza pietà se i loro imperscrutabili algoritrmi e controllori umani decidono che una parola o una immagine non è appropriata?
Chi scrive ha il vizio di inciampare di continuo in queste sanzioni. Alcune ridicole, alcune tragiche, quando devastano senza alcun motivo il lavoro e la passione di mesi e mesi. Ho amici che si sono presi un mese di sospensione da un noto social di colore blu, il cui simbolo è una grande effe (mi perdonerete il linguaggio da samizdat, ma qui abbiamo già dato). E tutto per avere riportato la ricetta del Negroni, il cocktail. Altre volte si cade vittima di una specie di isteria collettiva, nella quale tutti accendono il computer la mattina pronti a spaventarsi e indignarsi per qualcosa: a bloccare, segnalare, censurare, annientare.

Siamo diventati un mondo che pensa di combattere il sessismo (impresa nobilissima) scatenando la sessuofobia, la caccia al capezzolo. Persino opere di pittura immortali sono cadute vittima della ferocia cieca dell’algoritmo. Non vogliamo tornare indietro, per carità.
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Ci piacciono gli smartphone. Ci piace scattare, scambiare con un clic. Abbiamo sognato da sempre la libertà che conquiste del genere avrebbero potuto portare. Invece non l’hanno portata. Siamo tornati al vassoio col tacchino, ai sorrisoni e ai vestitini accollati. Pena il blocco dell’account e. nei casi peggiori, il rogo.
Il lampo del Flashcube sembra spento per sempre. E secondo noi è un gran peccato.
Antonio Pintér


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