Varenne e Secretariat. Due nomi che non appartengono più solo alle piste. Quando uno di loro sparisce, resta un silenzio fatto di immagini e di emozioni che non sanno invecchiare
Gli animali sono stati sempre miei compagni di vita. Da quando, piccolissima, potevo solo sognare di averli, sino ad ora che vivo con due gatti. Il mio primo amore sono stati i cani, che ho avuto, ma dopo l’ultimo, per dolorose vicende, ho deciso di non prenderne più.

Ho sempre avuto una fascinazione per i cavalli, ovunque ne vedessi uno dovevo andare a vederlo da vicino. In questo, mio padre mi è sempre stato complice. Sono della generazione che faceva il giro sul pony alla villa comunale e che ha visto le carrozze in piazza e i contadini in piedi sul carro a due ruote, il biroccio. Averne uno è stato un sogno che ho accarezzato e mai realizzato. Da giovane non avevo abbastanza denaro per uno sport così elitario e non avrei saputo dove praticarlo. Appena ho potuto, ho deciso di imparare. Già abbondantemente cresciuta, mi sono scontrata con la mentalità dei maneggi. Portare ragazzini alle gare, facendo loro comprare un cavallo, con un importante ritorno economico. Ho comunque insistito e ho realizzato il mio sogno. Per qualche anno, uscire a cavallo in campagna è stato il mio Xanax, l’unico momento in cui mi sentivo libera anche da pensieri intrusivi. Quella libertà non posso più provarla, ma resta il mio amore per i cavalli.
“Corri libero per sempre”
Così si chiudeva il comunicato ufficiale sulla scomparsa di un campione, Varenne, in un allevamento di Eboli, di notte, per un attacco cardiaco improvviso. Sobrio, quasi poetico. Per chi come noi ha qualche capello bianco ed era davanti alla TV negli anni Duemila a tifare per lui, è l’ennesimo pezzo della vita che diventa ricordo, infrangendosi contro il tempo.
Qualcuno, nei giorni scorsi, ha scritto che con Varenne se ne andava “l’ultimo vero mito italiano delle corse”. Frase forte, ma Varenne era un atleta, un campione, tanto e forse più di molti bipedi.
Il campione nacque a Copparo durante un temporale, figlio di un padre americano e di una madre italiana, e fu battezzato con il nome della via dell’ambasciata italiana a Parigi. Un nome già di per sé diplomatico, da viaggiatore. Esordì a Bologna nel 1998 rompendo il trotto e venendo squalificato. Il driver, invece di tirare le briglie, lo lasciò correre lo stesso, tanto per vedere il risultato. Recuperò decine di metri e arrivò a ridosso del vincitore. Una corsa tecnicamente nulla, che però disse già tutto quello che c’era da sapere. Da lì in poi fu un crescendo che definire clamoroso è quasi riduttivo: il Derby, le sfide leggendarie con Viking Kronos, Parigi, Stoccolma, New York. Due Prix d’Amérique, due Elitloppet, tre Lotteria, un record del mondo alla Breeders Crown. Unico cavallo al mondo eletto Horse of the Year in tre Paesi diversi. Enzo Jannacci gli dedicò una canzone, e dopo l’ennesima vittoria parigina La Stampa propose, tra il serio e il faceto, di nominarlo ministro degli Esteri: “noto, universalmente ammirato e fuori dagli scandali”. Erano gli anni Duemila quando scandali e polemiche politiche impazzavano. Ma anche oggi è difficile trovare qualcuno di cui si possa dire lo stesso.
Il lancio di moneta che cambiò la storia del galoppo
Ed è proprio mentre l’Italia del trotto fa i conti con il vuoto lasciato da Varenne che il pensiero torna, inevitabilmente, ad un altro campione, questa volta del galoppo: Secretariat. La sua storia cominciò con il lancio di una monetina.
Nel 1969, negli uffici della New York Racing Association, due allevatori, Ogden Phipps e Penny Chenery, dovevano dividersi i puledri dello stallone Bold Ruler. Phipps vinse e scelse per primo. A Penny restò il “secondo scarto”, il frutto dell’accoppiamento con una fattrice di nome Somethingroyal. Il 30 marzo 1970 nacque un puledro sauro, grosso, un po’ goffo, con tre balzane bianche. Penny, dopo averlo visto, scrisse sul suo taccuino: “Wow”. Il groom di scuderia, uno che di cavalli ne aveva visti a centinaia, non fu altrettanto impressionato: “Sembrava un grande clown. Non pensavo sarebbe diventato niente di speciale”. Ma si sbagliava di grosso. Anche Il nome fu un ripiego. Nella lista dei preferiti della famiglia Chenery c’erano ben altre proposte più altisonanti. Secretariat arrivò solo al sesto posto, suggerito quasi per scherzo dalla segretaria dell’ufficio. La storia ha un debole per gli eventi scelti dal caso. A Secretariat per diventare leggenda bastarono 21 gare. Ne vinse 16. Ma fu il modo, più del numero, a fare la differenza. Nel 1973 vinse la Triple Crown americana, e lo fece con un’impresa che i tecnici citano ancora oggi come quasi impossibile: i “negative splits” al Kentucky Derby, ogni quarto di miglio più veloce del precedente e lo fece con un ascesso al palato che fu tenuto nascosto al pubblico. Ma è il Belmont Stakes del 9 giugno 1973 il momento che ha cambiato per sempre l’idea che avevamo del galoppo. Secretariat, il cavallo goffo, vinse con 31 lunghezze di vantaggio sul secondo, un record sul miglio e mezzo su pista in terra ancora imbattuto. Il telecronista Chic Anderson perse letteralmente il controllo della voce: “Sta correndo come una macchina straordinaria!”. Il fantino Ron Turcotte si voltò a guardare il vuoto dietro di sé, e quella foto, con il cavallo praticamente solo in pista, è diventata una delle immagini leggendarie dello sport americano del Novecento.
Ma la parte più incredibile arriva alla fine. Secretariat fu soppresso nel 1989, a 19 anni, per una laminite incurabile. Fu ordinata l’autopsia. Quando arrivarono al cuore, calò il silenzio. Il veterinario disse: “Non è grande. È il più grande che abbia mai visto”. Stimò il peso del cuore tra le 21 e le 22 libbre, (scarsi 10 kg), quasi il triplo del cuore medio di un purosangue. Non era un cuore malato, era semplicemente enorme, perfetto in ogni sua parte. Un cuore fatto apposta per correre più veloce di chiunque altro. E come tutti i grandi campioni, Secretariat era anche dotato di un certo caratterino. Del resto era una star! Rubava il taccuino ai giornalisti che entravano nei box. Afferrava un rastrello tra i denti e imitava il groom rastrellando la paglia. Si fermava in posa quando sentiva lo scatto di una macchina fotografica, come un vero divo. Una volta provò addirittura a strappare di mano una bottiglia di birra a un malcapitato di passaggio, giusto per assaggiare. E quando perdeva (gli è capitato, certo, tre volte secondo e una terzo) si chiudeva in un angolo del box e rifiutava ogni contatto umano, proprio come farebbe un campione deluso dopo una sconfitta bruciante. Nota a margine: il secondo cuore più grande mai visto da quel veterinario apparteneva, non a caso, a Sham, il cavallo che Secretariat si lasciò dietro proprio in quella Triple Crown del 1973. Diciannove libbre, contro le ventuno-ventidue del Capitano americano. Un dettaglio che dice molto su quanto fosse alto il livello di quella rivalità.
Due continenti, due discipline, la stessa eredità
Varenne, grazie alla fecondazione artificiale e a una carriera da stallone durata oltre vent’anni, ha lasciato una progenie enorme, stimata tra i duemila e i duemilasettecento figli, cinque dei quali hanno vinto il Derby italiano del trotto. Secretariat, che operava in un’epoca in cui la monta era rigorosamente naturale, si fermò a 663 puledri ufficialmente registrati. In termini di quantità, nessun paragone possibile. Ma la qualità della sua eredità genetica, trasmessa soprattutto attraverso le figlie, resta qualcosa di irripetibile. Da Weekend Surprise, Terlingua e Secrettame scendono linee di sangue come A.P. Indy, Storm Cat e Gone West che ancora oggi pesano nei pedigree del galoppo. Secretariat dominò tre settimane di primavera nel 1973 e si ritirò a soli tre anni, folgorante come una cometa. Varenne corse per cinque stagioni intere, girando il mondo da un ippodromo all’altro, costruendo il suo mito un anno dopo l’altro, con la pazienza di chi sa che le storie migliori si scrivono a puntate. Uno correva al galoppo, l’altro al trotto. Uno finì sulle copertine di Time e Sports Illustrated mentre l’America usciva a fatica dal Vietnam, l’altro riempiva gli ippodromi italiani e si faceva cantare da Enzo Jannacci. Diversi in tutto, tranne che nella cosa più importante: entrambi hanno smesso di essere semplicemente due cavalli, sono diventati parte della memoria collettiva, di quelle storie che si raccontano ancora oggi a chi non c’era, sperando che capisca almeno un po’ di quell’emozione.
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Due cavalli diversi, due epoche diverse. Eppure entrambi, in qualche modo, continuano a illuminare le piste.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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