Il cinema italiano degli anni Settanta ha preso un adolescente vero e lo ha lasciato appeso a uno sguardo. Tra Antonelli, Gassman e Risi, la storia di un attore scomparso troppo presto
Prima di approdare all’esplicito con Vanessa De Rio e Linda Lovelace, una generazione di italiani ha scoperto il desiderio carnale al cinema con Laura Antonelli che saliva su una scala e un ragazzino dagli occhi chiari che la guardava come si guarda qualcosa di divino.

Molti adolescenti e preadolescenti hanno perso qualche diottria vedendo quel film, magari la sera, sul tardi, quando i genitori integerrimi andavano a dormire. Per molti quel ragazzino è rimasto “quello di Malizia” come se non avesse avuto un nome suo, una famiglia, una vita che è quasi prima di cominciare. Dietro quel viso c’era un ragazzo vero, morto a diciassette anni per un sorpasso sbagliato, e una storia che i rotocalchi hanno raccontato per decenni nel modo sbagliato. Solo gossip e moto. Quel ragazzino si chiamava Alessandro Momo, tutti lo chiamavano Sandro.
Prima di Nino c’erano le nuvolette
Alessandro Momo, per tutti, a Roma, era Sandro. Un attore bambino cresciuto tra fotoromanzi e Alberto Sordi, un figlio di costruttori romani con la passione delle moto truccate, e amico di un’attrice che ha segnato il cinema italiano: Eleonora Giorgi.

Momo nasce nel quartiere Farnesina, il padre Gabriele è imprenditore dell’omonima Momo Costruzioni, la sorella maggiore ha già fatto la bambina di Bravissimo accanto a Alberto Sordi. Sandro, però, comincia da un altro pianeta rispetto a quello che lo renderà famoso. Presta il suo viso ai fotoromanzi per ragazzi, quel genere fatto di foto, didascalie e nuvolette che nell’Italia del dopoguerra aveva lanciato più di una carriera. E’ presente da protagonista, su testate come Il Giornalino, accanto ad Andrea Giordana. Nello stesso giro compare anche un altro faccino da Carosello destinato a un destino ben più cupo, quel Giusva Fioravanti che qualche anno dopo l’Italia avrebbe conosciuto per motivi che con i fotoromanzi c’entrano nulla. Ma questa è una storia già ampiamente raccontata con un registro diverso. Al cinema vero Momo ci arriva con La scoperta nel ’69, poi nel 1970 Il divorzio di Romolo Guerrieri, dove è il figlio di Vittorio Gassman. Quattro anni dopo i due si sarebbero ritrovati sul set, e per uno dei due sarebbe stato l’ultimo film. In mezzo, un paio di titoli minori con lo stesso Guerrieri, la gavetta di chi a quindici anni lavora già come un adulto ma continua a essere trattato come un ragazzino da tutti, tranne che dalla macchina da presa.
Il figlio che guardava troppo
Poi arriva Salvatore Samperi, e con lui il ruolo che lo consegna alla memoria collettiva. È il 1973, il film è Malizia, Momo interpreta Nino, il figlio adolescente del padrone di casa. Lui passa il tempo osservando la cameriera, Laura Antonelli, con un misto di curiosità e ossessione. Il film è un fenomeno di costume prima ancora che un successo di incassi. Finalmente la commedia erotica all’italiana porta in scena un adolescente vero, non il solito ragazzone belloccio, e Momo diventa di colpo un volto che tutta Italia riconosce per strada.

L’anno dopo Samperi lo richiama per Peccato veniale, di nuovo con Antonelli. Nello stesso periodo Momo gira quello che avrebbe dovuto essere il suo film più importante: Profumo di donna di Dino Risi. Un capolavoro con Gassman nei panni del capitano cieco e Momo nel ruolo della giovane recluta Giovanni Bertazzi, detto Ciccio, che lo accompagna da Torino a Napoli. Il film uscirà il 20 dicembre 1974, porterà Gassman a Cannes e a due nomination all’Oscar. Oscar che vincerà vent’anni dopo Al Pacino interpretando il ruolo di Gassman nella versione hollywood style. Momo, in sala, non ci sarà. Fuori dal set, era un ragazzo come tanti con la fissa delle moto. Guidava una Honda CB 500 senza avere l’età legale (all’epoca, sopra i 350 cc, servivano ventun anni), studiava come privatista da geometra e mentiva sistematicamente sulla sua età. “Per fare il fico”, avrebbe raccontato tempo dopo Eleonora Giorgi, “o perché aveva un carattere deciso malgrado non fosse alto”. Un aneddoto, raccontato sempre dall’attrice, ne svela il carattere. Durante le riprese di Profumo di donna, quando in troupe presero in giro una comparsa anziana chiamandola “la comparsaccia”, Momo se ne andò dal set indignato. Non era solo il personaggio di Malizia, ma era anche un ragazzo che non trovava divertenti certi atteggiamenti.
Lei, lui, e una moto che era già stata di un altro
Eleonora Giorgi arriva al cinema per una strada diversa ma altrettanto precocemente. Figlia di un direttore di produzione, fidanzata giovanissima con il figlio di un direttore della fotografia, scoperta da Fellini per Roma insieme a un manipolo di motociclisti romani reclutati insieme alle loro moto. È così che finisce in mano a Eleonora Giorgi una Honda 750 rossa. Uno suo ex fidanzato le aveva insegnato a guidarla e lei se l’era tenuta.
I due si conoscono grazie al fotografo Rino Petrosino e al costumista di Malizia, Piero Tosi, che insiste perché si incontrino. Trova che i ragazzi siano simili. Il colpo di fulmine, quando arriva nell’autunno del 1974, non è del genere che i rotocalchi avrebbero voluto raccontare. “Avevamo trovato l’uno nell’altra il rapporto che ci era mancato: quello della complicità tra ragazzini”, ha spiegato Giorgi tempo dopo. Due ragazzi diventati famosi troppo presto, che nella fama avevano perso i coetanei e nell’altro ritrovavano qualcuno con cui essere semplicemente giovani. Si frequentano per pochi mesi. Poi lei parte con amici per Londra, Parigi, Casablanca. Un viaggio che doveva durare due settimane e ne dura molte di più. Prima di partire, gli lascia la Honda 750, perché lui non ha più la sua moto. Quando torna lo chiama per averla indietro, le serve per muoversi a Roma. “Ahò, me devi ridà la moto!” gli dice. Momo ha una lezione nel primo pomeriggio del 19 novembre. Le avrebbe riportato la Honda verso le sette, a casa sua in via Belsiana. Non ci arriverà mai.
Sette giorni prima
Verso le due del pomeriggio, sul lungotevere Diaz, vicino allo Stadio Olimpico, Momo tenta di sorpassare un taxi mentre torna da scuola. Il tassista sterza a sinistra per svoltare, Momo frena e prova a deviare, ma urta il taxi. Il corpo viene sbalzato per oltre dieci metri; la moto, senza più conducente, viene poi investita da un’auto che sopraggiunge. Trasportato al Santo Spirito con lesioni gravissime, resta cosciente abbastanza a lungo da parlare con il padre. Muore alle 23:05, poco prima che Eleonora Giorgi riesca ad arrivare in ospedale. Fuori, un fotografo le scatta delle foto mentre è in maglietta e mutande, sconvolta. Immagini che i giornali useranno per settimane.

Segue un’inchiesta per incauto affidamento della moto. Momo, dice Giorgi al giudice, si era spacciato per un ventunenne, la sua famiglia lo conferma. Nessun rinvio a giudizio. Ma resta il fatto che l’attrice avrebbe portato per anni il peso di quella storia, tornandoci più volte nelle interviste. In una si rivolge direttamente a lui, anni dopo: “Alessandro, tu lo sai che io ti penso così spesso”. Profumo di donna esce esattamente un mese dopo l’incidente. In sala ci sono Gassman, Agostina Belli, Dino Risi. Momo no. Gli mancava una settimana per compierne diciotto. Il cantautore romano Patrizio Sandrelli, quello di Piccola donna addio, Sanremo 1976, aveva conosciuto Sandro per caso in sala d’incisione, e l’anno dopo la sua morte gli dedicò una canzone, Fratello in amore. La canzone fu tradotta in inglese e in quella versione sulla copertina c’era Momo in moto.
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Oggi il corpo riposa in una tomba di famiglia al Verano, in una Roma che di quel ragazzo con la Honda troppo grande per lui si ricorda solo per Malizia. Eppure basta riguardare quel film con un occhio diverso, per accorgersi che quel ragazzo sullo schermo sapeva recitare. Aveva diciassette anni e sembrava già sapere tutto quello che c’era da sapere sul desiderio, sull’imbarazzo, sulla voglia di essere trattato da grande. Non ha fatto in tempo a scoprire il resto.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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