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Generale George Patton

Operazione Cowboy: il momento più cavalleresco della Seconda Guerra Mondiale

Esiste un legame viscerale tra l’uomo e il cavallo che trascende ideologie, divise e persino la follia della storia

Lo sport è entrato nella mia vita quando ero già adulta. A casa mia lo sport era un nemico. Chi faceva sport si ammalava e le malattie, “i colpi d’aria” erano le sole cose che atterrivano mia madre. Avevo passato i venti quando ho imparato ad andare in bici e i trenta quando ho imparato a nuotare. Ho cominciato ad andare in palestra per perdere peso dopo la gravidanza e mi è piaciuto. Attenzione, però. Sono tutte discipline che ho scelto per necessità, per così dire. Non potevo accettare di essere l’unica impedita che non sapeva usare una bici e per la stessa convinzione ho imparato a nuotare alla soglia dei quarant’anni.

Generale George Patton
Patton e i lipizzani – Boomerissimo.it®

Ho scientemente selezionato sport che mi dessero qualche abilità reale, che in qualche modo potesse tornarmi utile. Un obiettivo che ho raggiunto solo in parte. Non riesco a nuotare in mare, la profondità mi terrorizza. L’unica disciplina che ho scelto per passione è stata l’equitazione, anche questo in età vetusta. Adoro gli animali a sangue caldo, sento un’istintiva voglia di avvicinarli. Andare a cavallo è stato per me la realizzazione di un sogno. Ma è uno sport che richiede disponibilità di denaro non indifferente. I maneggi spingono affinché ogni allievo si doti di un proprio equino, che loro naturalmente sono disposti a venderti e tenerti per una congrua somma. Alla fine ho smesso. Quando gli istruttori capivano che non avrei mai comprato un cavallo, perdevano interesse. Ricordo uno che mi disse “tanto venite qua solo per farvi il giretto”. Il senso di serenità e appagamento che provavo a cavallo, galoppando, andando per campagne, non l’ho più provato. Ed è una sensazione che, forse, hanno provato anche gli ufficiali americani e alcuni tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale.

Gli ultimi giorni di guerra

Nella primavera del 1945, l’Europa bruciava sotto gli ultimi colpi della Seconda Guerra Mondiale. I russi avanzavano verso il cuore del Vecchio Continente, mettendo in pericolo non solo le truppe tedesche, ma anche gli ultimi esemplari di una razza leggendaria di cavalli.  Erano i lipizzani, discendenti di una stirpe nata nel 1580 negli allevamenti imperiali di Lipizza, nel Carso sloveno. I lipizzani erano stati selezionati per la grazia e la forza al servizio della corte asburgica. La loro eleganza aveva incantato Vienna per secoli, danzando nella Scuola di Equitazione Spagnola. Eppure, in quei giorni di caos, il destino di oltre trecento esemplari sembrava segnato. L’Armata Rossa e il saccheggio li attendevano a poche decine di chilometri. Il loro era un futuro da bistecche. Invece accadde qualcosa di insolitamente positivo in un momento storico segnato dalla violenza. Americani e tedeschi, quasi ex nemici, misero da parte le differenze ideologiche per preservare quelle bellezze. Scattò l’Operazione Cowboy, un raro barlume di umanità nel mezzo del conflitto.

Operazione Cowboy
Hostau, dove erano i cavalli (By Unknown author – https://armyhistory.org/operation-cowboy/, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/- Boomerissimo.it®

La vicenda inizia con il trasferimento forzato dei cavalli deciso dai nazisti dopo l’Anschluss del 1938. Le fattrici blasonate e impeccabili, custodite a Piber in Austria e negli impianti jugoslavi, vennero spostate nella fattoria sperimentale di Hostau, nei Sudeti cecoslovacchi. Lì, sotto controllo tedesco, si trovava una delle collezioni di cavalli più preziose d’Europa. Oltre a circa 375 lipizzani puri, tra fattrici, puledri e stalloni da riproduzione, facevano bella mostra di sé oltre cento arabi, purosangue inglesi e trottatori. A completare il tutto si aggiungevano seicento cavalli cosacchi, razza robusta dalle steppe del Don, per un totale che superava i milleduecento esemplari. Il comando locale era affidato a ufficiali tutti appassionati di equitazione. Tra loro spiccava il tenente colonnello Hubert Rudofsky, veterinario e direttore dello stabilimento, affiancato dal capitano Rudolf Lessing, medico capo, e dal capitano Wolfgang Kroll. Con loro c’era anche il tenente colonnello Walter Holters, pilota della Luftwaffe bloccato lì per mancanza di carburante. Hostau distava solo una ventina di chilometri dalle linee americane. Le forze statunitensi avanzavano da ovest, mentre i sovietici premevano da est. I tedeschi sapevano che i russi non avrebbero avuto riguardo, i cavalli sarebbero finiti macellati. Inaccettabile. Rudofsky e i suoi decisero di agire.

La resa notturna e l’arrivo degli americani

Il 26 aprile un reparto di intelligence della Luftwaffe si arrese a un avamposto del 2nd Cavalry Group, unità meccanizzata della 42nd Reconnaissance Squadron. Il comandante tedesco, benevolmente accolto dagli americani, durante una colazione improvvisata, mostrò al colonnello Charles Hancock Reed fotografie degli animali. Reed, ex istruttore di cavalleria a West Point, fu colpito dalla bellezza di quegli esemplari ed era consapevole del valore di quella razza antica. Non era solo un patrimonio genetico, ma secoli di tradizione europea in un cavallo. Reed inviò un messaggio radio al comando. Fu il generale George S. Patton in persona, comandante della Terza Armata statunitense (e del XII Corps), a rispondere. La risposta fu rapida e lapidaria: «Get them. Make it fast!»

Il trasporto dei cavalli in salvo – Boomerissimo.it®

La sera del 27 aprile, Lessing uscì dalle linee tedesche con due stalloni lipizzani. Uno era il preferito di re Pietro II di Jugoslavia. L’ufficiale tedesco, da sempre nazista all’acqua di rose, cavalcò fino al campo degli americani per proporre un accordo. Un ufficiale statunitense sarebbe tornato con lui a Hostau. In cambio, la guarnigione locale avrebbe consegnato la città senza sparare un colpo. Il capitano Thomas M. Stewart, giovane ufficiale dell’intelligence con buone nozioni di tedesco e ottima mano con i cavalli, si offrì volontario. I due partirono di notte. Stewart, in sella a uno dei lipizzani, superò un blocco stradale saltando un cumulo di tronchi come in un concorso ippico.  Arrivati a Hostau, però, la tensione salì. Rudofsky esitò, e un generale locale minacciò di fucilarli come spie. Kroll, pistola in pugno, li avvertì del pericolo. Alla fine prevalse il buon senso. Gli americani avrebbero inviato una task force con carri armati leggeri, e i tedeschi si sarebbero arresi  in modo formale. All’alba del 28 aprile scattò l’operazione. La Task Force Andrews, guidata dal maggiore Robert P. Andrews con Stewart come vice, contava trecentoventicinque uomini, jeep armate, due M8 Greyhound e supporto di artiglieria. Lungo la strada verso Hostau dovettero affrontare elementi della Waffen-SS a Bela nad Radbuzou. Gli scontri furono brevi ma duri. Una volta entrati in città, però, lo scenario cambiò. I difensori tedeschi presentarono le armi, abbassarono la bandiera con la svastica e issarono quella a stelle e strisce. Cittadini e prigionieri alleati liberati, quasi quattrocento tra americani, britannici, francesi, polacchi e serbi, gioirono. Il capitano Carter Catlett rimase sul posto con una piccola guarnigione per presidiare le scuderie. Non tutto filò liscio. Nei giorni successivi, la forza multinazionale improvvisata dovette respingere due attacchi delle SS. Il 30 aprile la situazione si stabilizzò. Rudofsky e Lessing avevano mantenuto la parola. 

L’evacuazione

L’evacuazione prese le sembianze di un esodo da vecchio West. I lipizzani erano guidati a cavallo, mentre le fattrici e puledri furono caricati su camion tedeschi requisiti, percorrendo strade scelte per evitare i sovietici. L’operazione prese il nome di “Cowboy” proprio per quel sapore “da frontiera”. I cavalli viaggiavano verso ovest, prima a Schwarzenburg, poi a Mannsbach in Baviera. Il colonnello Alois Podhajsky, direttore della Scuola di Equitazione Spagnola di Vienna e medaglia di bronzo nel dressage alle Olimpiadi di Berlino del 1936, aveva già messo al sicuro gli stalloni da esibizione a St. Martin im Innkreis. Lì, intorno al 7 maggio, organizzò una dimostrazione privata per il generale Patton e il comando americano. Patton, colpito da quella prova di forza ed eleganza, mise la scuola sotto protezione immediata. Solo in seguito Podhajsky volò sul posto il 14 maggio per ispezionare gli esemplari di Hostau.

Patton e i lipizzani
Patton e Podhajsky il 7 maggio 1945 (Von Autor/-in unbekannt – https://www.warhistoryonline.com/war-articles/george-patton-31-images-may-not-seen.html, Gemeinfrei, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50449055)Boomerissimo.it®

Alla fine, tra 244 e 250 lipizzani raggiunsero l’Austria sani e salvi. Due fattrici morirono durante il trasporto per infortuni. Gli altri cavalli vennero redistribuiti tra depositi remount americani o rimandati nei luoghi di provenienza. Reed, nel suo resoconto scritto anni dopo, descrisse quei giorni come uno dei pochi atti positivi in una guerra di distruzione totale.

Patton e i lipizzani – Boomerissimo.it®

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L’Operazione Cowboy non fu un raid militare convenzionale. Fu piuttosto un patto siglato su una passione comune. Ufficiali come Reed e Stewart, cresciuti nella tradizione della cavalleria americana, riconobbero nei colleghi tedeschi lo stesso rispetto per una razza che incarnava eleganza e resistenza. I lipizzani, con il loro mantello grigio simboleggiavano qualcosa di più grande: la continuità culturale europea al di là delle ideologie. Podhajsky, tornato a Vienna, riprese le esibizioni. I lipizzani sono poi diventati Patrimonio dell’Unesco. La Scuola Spagnola continuò a esibirsi, e i discendenti di quei cavalli salvati danzano ancora oggi nei caroselli di Hofburg. Quando chiesero a Stewart il perché di quell’operazione, rispose: «Eravamo tutti cavalieri. I cavalli non capiscono le divise».
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®

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